Addio manifesti e comizi: la campagna elettorale è solo sui social, ed è triste e lontana

Pochi manifesti, pochissimi comizi di piazza. Strategia comunicativa e ristrettezze economiche hanno convinto i partiti a cambiare radicalmente campagna elettorale. Scomparsi i candidati c’è spazio solo per i leader. Autoreferenziali, parlano su social e tv. Rigorosamente senza contraddittorio

Renzi D'urso Linkiesta
21 Febbraio Feb 2018 1215 21 febbraio 2018 21 Febbraio 2018 - 12:15

Interminabili file di lamiera arrugginita corrono lungo i marciapiedi, parallele alla strada. Le plance elettorali un tempo ricoperte di manifesti sono rimaste spoglie. È il segno dei tempi che cambiano: i soldi sono finiti e i partiti hanno deciso di risparmiare sulla carta. Addio a cartelloni, volantini, enormi tabelloni sei metri per tre. Per capire la nuova politica basta fare una passeggiata nella Capitale. Solo a Roma il comune ha posizionato quasi 700 stalli che ora restano in buona parte abbandonati al proprio destino. Sbilenchi e solitari. Mesta metafora di una campagna elettorale tristissima, lontana anni luce dalla gente, senza grandi comizi né adunate di piazza. Migliaia di candidati sono scomparsi. Ormai i protagonisti sono solo i leader di partito: si sfidano a distanza, dai salotti televisivi e dalle loro pagine Facebook. Autoreferenziali al punto giusto, una promessa irrealizzabile dopo l’altra. È la tecnologia, si dirà. Forse è solo la conseguenza di una crisi economica con pochi precedenti. Intanto i manifesti sono stati sostituiti dai post sui social network. Solo pochi anni fa Silvio Berlusconi aveva affittato un’imponente nave da crociera per una marinaresca campagna elettorale nei porti di Genova, Napoli, Venezia e Catania. Oggi il Cavaliere si affida ai messaggi audio su WhatsApp, come un teenager qualsiasi.

I grandi comizi sono rimasti una rarità, i leader preferiscono radio e tv. Un’ospitata nel salotto televisivo di Barbara D’Urso ormai vale quanto una piazza imbandierata e gremita di militanti. E così i bagni di folla sono spariti. È una questione di opportunità, ma anche di strategia. A pochi giorni dal voto il 40 per cento degli elettori è ancora indeciso. Meglio provare a convincere milioni di telespettatori che incontrare qualche migliaio di sostenitori già arruolato alla causa. Nel frattempo la politica si è spostata in Rete. Facebook e Twitter sono le nuove tribune elettorali. I cittadini si raggiungono anche così, a costo zero. E poco male se a dieci giorni dal voto si scopre che buona parte dei followers vantati da ogni leader siano, in realtà, account falsi. Ennesima triste finzione di un rito elettorale ormai superato. I social network sono invasi di programmi surreali e promesse fantasiose, rigorosamente senza contraddittorio. Tra una fake news e l’altra, ognuno si arrangia come può. Pochi giorni fa il segretario leghista Matteo Salvini ha addirittura lanciato un’iniziativa autopromozionale. I militanti che mettono più like sulla sua pagina potranno vincere un breve incontro con lui. La campagna elettorale come un gioco a premi (peraltro di dubbio valore). Sono scelte obbligate: al diminuire delle spese deve aumentare la creatività. Ma il risultato non è sempre facile. In passato alcuni spot particolarmente innovativi sono entrati nella leggenda della comunicazione politica. Oggi nessuno sembra in grado di fare altrettanto. Anche l’ultimo video elettorale del Pd, con Renzi testimonial in sella alla sua bici, difficilmente passerà alla storia, se non per le parodie che già circolano in rete.

Solo pochi anni fa Silvio Berlusconi aveva affittato un’imponente nave da crociera per una marinaresca campagna elettorale nei porti di Genova, Napoli, Venezia e Catania. Oggi il Cavaliere si affida ai messaggi audio su WhatsApp, come un teenager qualsiasi

Alcuni effetti collaterali della nuova campagna elettorale sono inattesi. Se i leader restano gli unici protagonisti, altre migliaia di candidati sono letteralmente scomparsi. È il triste destino cui sono andati incontro i tanti aspiranti parlamentari. Ci avevano raccontato che il ritorno dei collegi uninominali avrebbe avvicinato eletti ed elettori, ma secondo alcuni sondaggi il 75 per cento degli italiani neppure conosce il nome di chi troverà sulla scheda. «La stragrande maggioranza dei candidati di tutti i partiti sperimenta una sorta di sindrome di abbandono da parte dei mass media», spiegava ieri la deputata centrista Paola Binetti. L’avvento invasivo della Rete ha modificato rituali vecchi di un secolo. E il risultato non è sempre positivo. «È difficile valutare il consenso reale, il paradosso è che vedi fisicamente meno persone, mentre loro possono analizzare il tuo profilo in chiave multitasking, registrando una certa simpatia o una assoluta indifferenza, solo perché il sito piace più o meno». Il rischio è che la distanza tra politica e cittadini finisca per aumentare. «La gente si innamora del profilo mediatico assai più che non della persona nella sua concretezza e nella sua storia politica».

Gli elettori restano lontani, ma restano distanti anche gli avversari. Salvo poche eccezioni, nei collegi uninominali non sono previste grandi sfide. Nonostante i tanti annunci della vigilia, i leader hanno preferito evitare di misurarsi direttamente. Tra i pochi derby elettorali degni di curiosità, forse, resta solo lo scontro tra Luigi Di Maio e Vittorio Sgarbi nel collegio di Acerra. Anche in televisione è la stessa storia. È lontana l’epoca dei grandi faccia a faccia in prima serata. Forse qualcosa cambierà negli ultimi giorni prima del voto, ma per il momento quasi tutti i protagonisti hanno accuratamente evitato i confronti. L’unico che continua a lanciare il guanto di sfida è Renzi, costretto a inseguire. Gli altri se ne guardano bene. Tra le poche eccezioni resta un teso dibattito andato in onda pochi giorni fa a Otto e mezzo, tra Salvini e la presidente della Camera Laura Boldrini.

I grandi comizi di piazza sono un azzardo che nessuno, o quasi, vuole correre. Ci si giustifica con la meteorologia: la stagione invernale consiglia di limitare grandi appuntamenti a cielo aperto. Pioggia e temperature rigide potrebbero far desistere anche i militanti più entusiasti. In realtà, ammette qualcuno, il vero rischio è quello di affrontare piazze deserte. E non solo per il freddo

Ovviamente è impossibile rinunciare totalmente agli incontri pubblici. Meglio, allora, se riservati o ristretti. Una fotografia tra i banchi del mercato è sempre utile per ostentare popolarità e radicamento. In linea teorica è un passaggio obbligato anche per i tanti candidati che devono conquistare i voti nei collegi uninominali. Ecco allora i consigli dei leader. Renzi avrebbe suggerito ai suoi di organizzare incontri in stile “aperitivo”: piccole chiacchierate con una dozzina al massimo di elettori, magari da convincere davanti a una tazza di tè e qualche biscotto. Pochi giorni fa Libero riportava invece i suggerimenti dispensati da Berlusconi ai suoi candidati. «Il contatto umano è importante» spiegava il Cavaliere. «Strette di mano vigorose agli uomini, baciamano e un complimento (galante) per le signore. Fatevi vedere in chiesa, non solo la domenica, anche ai funerali». In strada sì, insomma. Ma con moderazione. Se i leader non possono esimersi dai piccoli incontri on the road, i grandi comizi di piazza sono un azzardo che nessuno, o quasi, vuole correre. Ci si giustifica con la meteorologia: la stagione invernale consiglia di limitare grandi appuntamenti a cielo aperto. Pioggia e temperature rigide potrebbero far desistere anche i militanti più entusiasti. In realtà, ammette qualcuno, il vero rischio è quello di affrontare piazze deserte. E non solo per il freddo.

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