A Salerno gli ecomostri sono chic e parlano catalano

A Salerno gli ecomostri sono chic e parlano catalano

SALERNO. Il quotidiano spagnolo El Paìs l’ha definito mal de piedra. Il riferimento è all’ossessione da cemento del sindaco Vincenzo De Luca, che nell’arco di un paio di decenni – e con il contributo di decine di archistar – sta trasformando il volto di Salerno per realizzare il sogno di una nuova Barcellona sulle rive del Tirreno. In tanti lo considerano solo un progetto di speculazione edilizia ben camuffato. Dietro i nomi di Santiago Calatrava (Marina de Arechi), David Chipperfield (nuova cittadella giudiziaria), Jean Nouvel (ex fabbrica Amato) e Zaha Hadid (terminal marittimo) si nasconderebbe «il più feroce sacco edilizio mai messo in atto in città». Di fatto, a Salerno l’apertura di ogni cantiere oggi è accompagnata da inevitabili polemiche. 

L’ultimo scontro, in ordine di tempo, è quello sul Crescent, un edificio a mezzaluna alto oltre 30 metri e lungo 215, con un volume di oltre 100mila metri cubi, progettato dall’architetto catalano Ricardo Bofill, che dovrebbe sorgere al posto della storica spiaggia di Santa Teresa, tagliando una volta per sempre la parte antica della città dal mare. Ma secondo Pierluigi Morena, avvocato salernitano e presidente del comitato “No Crescent”, l’opera di Bofill rappresenta «soltanto l’apice di una vocazione affermatasi negli ultimi decenni». E analogo è il commento di Italia Nostra, che all’emergenza Salerno ha dedicato un documentario: «Mentre la gente si divide sul Crescent – afferma l’associazione – nella sua ombra lunga avanza la costruzione di enormi quartieri popolari in periferia, di parchi residenziali che si sporgono dalle colline, di fabbriche dismesse che attendono di trasformarsi in supermercati, di inceneritori e centrali turbogas che vanno e vengono». 

Sul banco degli imputati c’è il sogno catalano di De Luca, nato nella prima metà degli anni Novanta con l’insediamento dell’ex diessino al Palazzo di città. È allora che il sindaco – storico nemico del “napoletano” Bassolino e oggi indipendente tra le file del centrosinistra – decide di chiamare Oriol Bohigas, l’artefice della trasformazione di Barcellona in occasione delle Olimpiadi del 1992, col compito di dare vita al nuovo Piano regolatore cittadino (Prg). Le parole d’ordine che circolano sono «attenzione allo spazio collettivo», «recupero del centro storico» e «riqualificazione delle periferie», ma anche «ricostruzione» al posto di «espansione», ed «edilizia sociale» invece che «rendita fondiaria».

Nel 2003 il Prg viene presentato. Ma l’approvazione non arriva mai. Il piano di Bohigas, anzi, viene pian piano stravolto a colpi di varianti, per poi essere definitivamente accantonato nel 2006, con l’approvazione di un nuovo strumento, il Piano urbanistico comunale (Puc). Dell’idea di città vagheggiata nel Prg, per cui il Comune aveva pagato all’architetto catalano diversi milioni di euro, resta poco o nulla. Lo spiega bene l’architetto Fausto Martino, collaboratore dello stesso Bohigas nella stesura del Piano ed ex assessore all’Urbanistica, dimessosi nel 2003 proprio in polemica con De Luca. «Le successive correzioni introdotte nel piano – dice – hanno cancellato perfino le scelte eticamente più qualificanti, accogliendo invece le istanze dei costruttori». 

È venuta meno la direttiva fortemente voluta dallo stesso Bohigas, ossia quella di non costruire più quartieri popolari ma di inserire invece un’aliquota di edilizia sociale, in ogni nuovo intervento. «Per quanto progressista e già ampiamente collaudata in Spagna – continua Martino – l’ipotesi non era però gradita ai costruttori, che temevano l’abbattimento dei valori immobiliari delle proprie speculazioni». Al fine di soddisfare le esigenze dei palazzinari, vengono anche sovrastimate artificiosamente le previsioni demografiche (si parla di una popolazione futura di 180mila abitanti, mentre la città è passata dai 149mila abitanti del 1999 ai 139mila del 2009) e, di conseguenza, cresce il volume edificabile totale.

Per comprendere il fine speculativo dell’operazione è sufficiente fare riferimento ancora al progetto Crescent, che nel piano originario di Bohigas doveva servire ad «aprire decisamente la Salerno vecchia al mare», ma che invece conterrà un condominio privato, con negozi e centinaia di posti auto, con un’enorme piazza antistante trasformata in “cortile” di pertinenza di appartamenti di lusso, posti a pochi metri su uno dei tratti di costa più belli della città.

De Luca, però, va avanti, incurante di polemiche e petizioni. In più occasioni il sindaco (che dal suo ex compagno di partito Isaia Sales è stato definito «il politico campano più in sintonia con la concezione della politica come gestione di un sistema di potere») ha avuto modo di dichiarare che a opporsi al suo disegno sono solo «una decina di contestatori» e che il grosso della città sta dalla sua parte, «perché ha capito che con questi progetti Salerno aumenterà il proprio potenziale turistico». Poche le voci contrarie nel centrosinistra. Quello stesso schieramento che a Salerno, alla fine degli anni Novanta, si era accreditato anche grazie alle severe battaglie condotte contro l’abusivismo, schierandosi con il sindaco di Eboli Gerardo Rosania che con coraggio faceva demolire le villette del litorale di Eboli o con gli ambientalisti della costiera amalfitana che chiedevano l’abbattimento del Fuenti, l’ecomostro più famoso d’Italia. 

Sul fatto che il Crescent si farà De Luca non nutre dubbi. Tanto da avere annunciato l’intenzione di far tumulare le proprie ceneri sotto alla nuova piazza. Più prosaicamente, afferma qualcuno, De Luca è “costretto” ad andare avanti, perché l’esposizione economica del Comune è già enorme, e per rientrare – ed evitare il dissesto – servirà svendere i diritti di edificazione sulle aree sottratte all’uso pubblico. E mentre altrove gli ecomostri vengono abbattuti, a Salerno se ne progettano di nuovi. Lo spettro del futuro si chiama Vela, un mega albergo di lusso alto 80 metri, che dovrebbe essere costruito sempre sul lungo mare, non molto distante dal Crescent, identico a quello già esistente a Dubai e visibile anche dalla costiera amalfitana.

La battaglia si combatte al Tar

Al momento è difficile capire quando sarà posta la prima pietra del Crescent. Ad aggiudicarsi la gara, dopo una prima competizione andata deserta, è stata un’associazione temporanea (e locale) di imprese, che dovrà mettere i soldi per la costruzione dell’opera, stimati in circa 200 milioni di euro. L’iter, tuttavia, è sospeso a causa di un ricorso al Tar di un’altra delle ditte partecipanti alla gara e il pronunciamento della corte è stato rinviato a dopo le prossime elezioni amministrative, previste in primavera.

Per ora lo spazio della spiaggia di Santa Teresa è stato ricoperto dalle tonnellate di cemento di quella che dovrà essere Piazza della Libertà, un emiciclo di circa 27 mila metri quadri finanziata prevalentemente con fondi europei (Fesr).

Il comitato (www.nocrescent.it) contesta anche il procedimento di assegnazione utilizzato dal primo cittadino. Invece del project financing, previsto dal Testo unico dei contratti pubblici, il Comune ha infatti preferito acquistare l’area in cui dovrebbe sorgere l’opera dalla Agenzia del demanio, al prezzo di mercato di circa 11 milioni, pagati con il denaro dei cittadini. Successivamente ha indetto una gara pubblica per l’acquisto della stessa area. «In sintesi estrema – afferma il presidente del comitato “No Crescent” Pierluigi Morena – il Comune ha comprato l’area a suo rischio e pericolo per cederla poi a privati. Il tutto per dare corso a una autentica speculazione edilizia spacciata per riqualificazione».

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