Post SilvioDopo vent’anni di Lega, comanda ancora Bisignani

Dopo vent’anni di Lega, comanda ancora Bisignani

Ha ragione il presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo, secondo cui i fatti che apprendiamo col solito metodo italiano di intercettazioni e interrogatori pubblicati nel pieno di un procedimento giudiziario sono di «poca rilevanza»? Dal punto di vista giudiziario lo scenario è in effetti tutto da chiarire: il tempo dirà quanto solida è la ricostruzione dei magistrati e quanto fondati i capi di accusa di un’inchiesta che fa perno sulle figure di Luigi Bisignani e dell’ex magistrato e parlamentare del Pdl Alfonso Papa. Dalle carte della Procura arrivano a vario titolo sui giornali nomi pesanti come quelli di Gianni Letta, Paolo Scaroni (Eni), Mauro Masi (ex dg Rai), Luca di Montezemolo e Mauro Moretti (ad di Fs), che è indagato, oltre al solito stuolo di politici di prima seconda e terza fila attaccati al telefono a chiedere favori o consigli – chissà perché – proprio a Bisignani. Tutti – anche chi è iscritto al registro degli indagati o è sottoposto a misure cautelari – sono per la nostra Costituzione innocenti fino a prova contraria. 

Il quadro che emerge però merita una riflessione capace di prescindere dall’esito giudiziario della vicenda. È un esercizio delicato ma tanto più necessario in una fase di rottura e cambiamenti che segnerà una cesura nella storia della “Seconda Repubblica”. Quasi vent’anni fa, quando la Prima Repubblica di Giulio Andreotti e Bettino Craxi scricchiolava sotto i colpi di un voto referendario e poi crollava per impulso delle inchieste giudiziarie, il “sottobosco romano” di cui leggiamo oggi era il primo imputato agli occhi dell’opinione pubblica del Nord e dell’intero Paese.

Allora come oggi leggevamo di automobili di lusso fatte arrivare nella disponibilità di qualche potente. Allora come oggi scoprivamo di faccendieri e politici legati da rapporti di scambi, favori, soldi. Allora come oggi leggevamo con fastidio di un potere politico-economico autoreferenziale, che decideva in piena solitudine e in maniera non trasparente sfuggendo ai criteri dell’efficienza, del controllo dei cittadini, della meritocrazia, piazzando figli e parenti a destra e a manca. È quasi un dettaglio – di fronte a tante “coincidenze” – che alcuni dei nomi pesanti che ricorrono a vario titolo in questi giorni – Luigi Bisignani, Gianni Letta, Paolo Scaroni – siano “reduci” di quell’epoca e di quelle inchieste.

La risposta degli italiani allora fu comprensibilmente dura, “forcaiola”, incapace di distinguere la sacrosanta necessità di moralizzare la politica italiana dagli eccessi giudiziari. La reazione degli italiani si concretizzò in modo diversi, e a trarne i più duraturi successi politici fu un partito che, proprio in quell’epoca, gridava gli slogan più violenti e in Parlamento agitava letteralmente il cappio: la Lega Nord.

Proprio in questi giorni Paolo Stefanini ha raccontato per Linkiesta il ritrovo annuale di Pontida. Una delle convention più attese della storia politica leghista e, senza sorpresa per chi la frequenta da anni, una delle più irrilevanti della storia recente. Qualche minaccia light al governo, il nome di Maroni invocato sul pratone di Pontida, e poco altro.

Il ritrovo di Pontida che si è appena concluso, del resto, sembra l’emblema perfetto del ruolo della Leganel bilancio complessivo di questa seconda Repubblica. Che si avvia alla conclusione con le stesse facce, le stesse cattive abitudini, gli stessi intrallazzi con cui si era conclusa quella precedente. Vent’anni di politica leghista, qualche buona esperienza di amministrazione locale, e diverse legislature di potere romano hanno cambiato poco o nulla l’Italia e sui tic peggiori, rappresentati in ogni forma da Alberto Sordi e i suoi film. Vent’anni dopo, i protagonisti sono più o meno gli stessi, la Roma dei Ministeri e dei faccendieri parla la lingua di sempre e ad aver cambiato linguaggio e stile semmai è la Lega Nord: la cui massima ambizione, dopo aver raggiunto un federalismo dai contorni vaghi e dalle tempistiche bibliche, sembra quella di portare i ministeri, il pubblico impiego e la pubblica spesa al Nord, invece di cambiare stile nella Capitale.

Un cambio di stile e di alleati che qualche delusione, nell’elettorato del Nord, deve averlo procurato, almeno a giudicare dai risultati delle ultime elezioni comunali a Milano, a Novara, e perfino in quella Varese in cui il candidato leghista ha vinto, ma i plebisciti di pochi anni fa sono un ricordo. Una delusione che, sempre al Nord, è sfociata in un voto a valanga sui referendum assurti ancora una volta a test politico. Già immaginiamo la replica abusata dei politici leghisti a questa analisi: “Ancora una volta in queste inchieste non c’è un politico leghista, non c’è un nome dei nostri, siamo puliti come lo eravamo un tempo”. Aspettiamo di vedere dove finirà questa inchiesta, ma all’obiezione leghista è facile rispondere che la promessa iniziale non era quella di non farsi corrompere, ma quella di cambiare il Paese. A vent’anni di distanza, parlano i fatti, la promessa non è stata mantenuta e gli italiani, a cominciare da quelli del Nord, se ne sono accorti.