Post SilvioCara Lega, “Roma ladrona” ormai è casa tua

Cara Lega, “Roma ladrona” ormai è casa tua

Si lamentavano di un paese vecchio, assistenzialista, sfiancato dalla spesa pubblica improduttiva e dai baby pensionati, ostile verso chi produceva reddito, ricchezza e lavoro. Non ne potevano più di un paese sbilanciato a sud, proteso a mantenere un meridione pensato come un monopolio delle criminalità organizzate, dell’illegalità diffuso e mantenuto dal welfare travestito da lavoro, ovviamente pubblico e pagato, naturalmente, dal Nord. Non temevano gli eccessi retorici, detestavano i democristiani in particolare e il pentapartito in generale. Davano voce alla stanchezza per le tasse ingiuste e pagate dai soliti, per i servizi pubblici sempre più inefficienti, per le mazzette che – all’artigiano o al professionista – era sempre più spesso consigliabile pagare se voleva lavorare con il pubblico.

Aggiungere che gridavano contro “Roma Ladrona”, arrivati a questo punto, è superfluo e folkloristico: è della Lega Nord, insomma, che stiamo parlando. Ben prima che lo “vedesse” Bossi, è un partito che esisteva nella società, nato in coda alle poste, all’Aci, dai Carabinieri o, peggio, dalla Finanza o all’Agenzia delle Entrate: dove il risalente razzismo antimeridionale si mischiava al fastidio per la perdita di tempo e per la burocrazia invadente. Nella versione di Bossi divenne un dito medio brandito, i cappi agitati in parlamento, grida di secessione e accordi partitici da politico navigato; in quella di Gianfranco Miglio fu teoria di federalismo spinto, efficienza, sostegno alla piccola impresa sul territorio e retorica delle “radici” qualunque cosa questa parola significasse. A molti non piacevano. In molti non li capivano. In tanti li disprezzavano addirittura, e capitava persino che in qualche Liceo Classico di Milano un ottimo professore di filosofia paragonasse i loro riti a quelli dei nazisti. In tanti però li votavano, su al Nord, confermando che il problema esisteva, eccome. E quando Umberto Bossi e i suoi apparvero in Parlamento in numeri importanti, nel pieno di Tangentopoli, sembrarono a tutti il vento nuovo della (anti)politica: e se dall’altra parte c’erano Craxi, il Forlani che aveva balbettato davanti a Di Pietro, o un Andreotti addirittura in odor di mafia, beh, difendere qualche parolaccia in dialetto e qualche insulto sembrava davvero facile.

Sono fotografie che tutti ricordano, o dichiarano di conoscere, sepolte in un passato ormai remoto, che ogni tanto vale la pena di tirare fuori dagli scatoloni, di mettere sul tavolo per confrontarle, ingiallite, con un presente che di quel passato non sembra neanche parente.

Che partito è, oggi, la Lega Nord? Cosa è diventato il più antico partito italiano, quello che sta in Parlamento da più anni ininterrottamente e con lo stesso simbolo? Mettiamolo alla prova dei fatti, dei nudi fatti, provando a guardarlo dal punto di vista di chi – quelle rivendicazioni fondative – tutto sommato le condivideva, o le sentiva comunque in qualche modo sue, aldilà di una lingua e di un’immagine che non si portano con orgoglio in società. Vediamo con gli occhi della piccola e media impresa del centronord, dei professionisti, dei lavoratori, questa finanziaria e il cammino di questa legislatura che potrebbe definitivamente chiudere una stagione. Guardiamola con gli occhi di breve periodo di questa manovra, e con gli occhi più distaccati di chi deve provare ad avvolgere un’intera stagione politica. Quella stagione che inziò sentendoli dichiarare, un milione di anni fa, l’inutilità conclamata delle province, e finisce trovandoli sulle barricate per difenderle, prima, e accetta poi che della loro abolizione si parli, con tutta calma e appesi alle alchimie parlamentari, nel complicato percorso di una riforma costituzionale. Non sarà per caso che di provincie e di società partecipate ne governate ormai parecchie, tenendovi pure stretti i doppi incarichi? “Per carità, è che abbiamo capito, adesso, quanto sono importanti per il paese” è la risposta standard degli alti dirigenti leghisti, quegli stessi che una volta il parlare democristiano proprio non lo sopportavano.

O ancora: quell’epoca politica iniziata con la rabbia per i soldi buttati dai giovani lavoratori in un sistema previdenziale assurdo, che sembrava negare ogni speranza di pensione in modo definitivo a chi aveva trenta o quarant’anni, e che ancora una volta ricomincia da dov’era iniziata. Solo che la Lega, questa volta, sta dalla parte di chi i diritti ce li ha già. 
Un’epoca storica densa di contraddizioni non solo leghiste, per carità. Ma che vede la Lega in prima fila in questa strana classifica: passata con disinvoltura dalla rivolta fiscale – i manuali venivano distribuiti a tutti, “perfino agli artigiani e ai commercianti meridionali”, come ebbe a dire una volta un dirigente leghista – all’invito alla delazione fiscale di Calderoli. Quasi che non sia compito di un governo, e di un partito che al governo ci sta da un pezzo, lavorare per un fisco giusto ed efficacie. Quanto al fisco, a proposito di battaglie storiche, il record della pressione fiscale lo tocchiamo proprio adesso, nella “maturità” – le virgolette son davvero d’obbligo – di questa legislatura, nel 2012 o nel 2013, e naturalmente sono tasse sul lavoro e sull’impresa messe dal ministro di riferimento, cioè Giulio Tremonti: su chi lavora e produce, su chi, insomma, per statuto doveva essere ed era roba della Lega. L’efficienza della macchina pubblica, poi, in questo quindicennio non è migliorata, e neanche la Roma dei Bisignani e degli altri è diventata una capitale nord-Europea. I leghisti, però, ci si sono adattati lo stesso e a Roma ci si trovano a meraviglia. I forestali calabri sono aumentati a dismisura e le polemiche con gli amministratori del sud, spessissimo di centrodestra, non mancano: quasi a dimenticare che sono alleati di coalizione di un partito che governa.

Nella Lombardia di Milano e di Formigoni, poi, le polemiche e le scaramucce a fonte leghista sono tante, ma il timone lo mantiene sempre il governo dei ciellini: che daranno anche tutto agli amici, come dicono i leghisti, e però dei leghisti sono alleati ormai da un pezzo e all’orizzonte non si vedono novità sostanziali.
Anche il federalismo, che politica e media celebrarono appena qualche mese fa, si rivela a distanza di poche lune per quel che è: un proclama, uno slogan, che verrà forse, un giorno, ma per il momento è tutto da fare. Del resto, dice uno storico dirigente leghista, “in un paese come il nostro, quando una riforma ha tempi di attuazione decennali, è evidente che è una presa per il culo”. Un po’ come essere nati all’insegna della lotta anti-partitocratica prima di firmare una legge elettorale – il Porcellum di Roberto Calderoli – che sembra un manifesto della partitocrazia.

Al fastidio antimeridionale la Lega ha sostituito venature razziste nei confronti degli stranieri, fingendo di non sapere quello che sanno tutti i suoi amministratori locali, a cominciare da Flavio Tosi: l’immigrazione è un dato della realtà e, se ben governata, un’opportunità. Ma guai a dirlo. Si può continuare ancora a lungo, ma forse è bene finire qui. La Lega di oggi si incontra e si scontra dolorosamente con quella delle origini: con la protesta, la rabbia, la paura e la promessa che fu. La Lega si specchia insomma nel paese da cui era nata: un paese inefficiente, statalista ma con pochi servizi, in cui gli evasori si giustificano con le tasse ingiuste che qualcuno paga per tutti, senza un piano serio di integrazione per l’immigrazione, spaccato in due da tutti gli indicatori economici, e così via. Una nuova generazione di leghisti – Tosi, Zaia, Cota, e altri – hanno ruoli di potere e non hanno ancora mostrato di aver la voglia che serve per rischiare, e rompere il patto con chi, dopotutto, li ha portati in alto. E così la storia rischia di avvitarsi definitivamente, riportando il passato remoto all’attualità. Solo che non è la Lega Nord che torna alle origini: sono le origini che bussano alle porte della Lega Nord, e per il partito che parlava un’altra lingua sarà sempre più difficile convincere qualcuno che la rivoluzione promessa, vent’anni o sei mesi fa, è stata mantenuta.

La Lega Nord tornerà, forse, a chiudersi nella protesta e nella lamentela, a governare solo al Nord ricominciando a fare opposizione dura e pura e forse proprio così si garantirà la sopravvivenza di ceto e partito. Ma resterà un fallimento politico: e i problemi strutturali che più di vent’anni fa i leghisti avevano portato a galla resteranno dove li abbiamo trovati, cioè sulle nostre spalle.

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