Post SilvioGiulio sfida la Merkel ma a Roma fanno senza di lui

Giulio sfida la Merkel ma a Roma fanno senza di lui

RIMINI – L’anno scorso, forte di un vento in poppa che ne faceva il referente unico dell’Italia di governo in Europa, aveva presentato qui a Rimini un piano decennale: una summa di tutto quel che andava fatto, e dei tempi lunghi, delle idee e del coraggio che servono per rilanciare lo sviluppo del paese. Era candidato a tutto, era “l’unico ministro con il portafoglio”, era il Tremonti che nessuno si permetteva di sfiorare nemmeno per i suoi tic caratteriali non proprio simpatici e per i continui riferimenti a se stesso. Figurarsi per le giravolte e i cambi di rotta cui già ci aveva abituati da un decennio pieno. Tanto forte si sentiva, un anno fa, che non temette di stupire e provocare la platea ciellina del meeting agganciando il suo discorso a un modello “distino e distante” da Cl e dalla sua coalizione come Enrico Berlinguer.

Un anno dopo, e siamo a oggi, il ritorno di Tremonti ha avuto un sapore tutto diverso. Alla fine del discorso di stamane, le citazioni forti Tremonti le ha infatti dedicate tutte ai mostri sacri della Fiera ciellina: ai “sacerdoti veri” come Benedetto XVI e Don Giussani, ben diversi dai cattivi maestri della finanza e delle banche speculatrici. Forse sapeva che gli umori del meeting assomigliano un po’ a quelli del paese se è vero – ed è vero – che in molti dentro ai padiglioni della Fiera neanche sapevano che sarebbe arrivato. E proprio visitando quei padiglioni, e di fronte a un manifesto che riportava una notissima frase di Giussani appena citata, ha lasciato che il meeting registrasse la sua voltà di “rubare questo cartello e portarlo in Parlamento”.

Prima, in un incontro intitolato “quale destino per l’Europa?”, che lo ha visto dialogare coi parlamentari europei Mario Mauro e Gianni Pittella, si è così tenuto alla larga da tutte le questioni più spinose di una manovra che – a Roma – sta andando avanti in modo assai discutibile e, a quanto pare, anche senza di lui. Ha citato tante volte se stesso: tradendo forse anche un po’ di nostalgia per quell’epoca aurea in cui nessuno – quasi neanche dall’opposizione – lo criticava e lui sentiva l’Italia tra le dita. Ha affidato poi alle dichiarazioni riservate il suo pensiero – “se stravolgono la mia manovra sono guai, perché bisognerebbe riportarla poi in Europa”, riferiscono le agenzie – mentre in pubblico ha inanellato un lungo rosario di citazioni. Monnet, Kohl, Stresemann, De Gasperi, Hamilton, Churchill, Roosvelt, Voltaire, Beethoven, Schubert e tanti, tanti altri.

Amando citarsi, ancora una volta, ha riportato alla luce la sua metafora forse più abusata: quella della crisi finanziaria mondiale paragonata ai videogames in cui i mostri si presentano ogni volta con una faccia diversa. «E non siamo ancora al Game Over» ha detto il ministro. Poi un ritorno al decalogo che lo aveva reso forte in questi anni, nella sua nuova vita da Super-Ministro: le nuove norme sulla finanza servivano, ma non sono state fatte; serve etica all’economia; la speculazione è il male del nostro tempo; senza l’investimento pubblico l’economia non va da nessuna parte, e così via.

Soluzioni e proposte concrete? Pochine, ad eccezione degli Eurobond. Tremonti li ha celebrati come uno strumento di grande importanza, senza mancare di ricordare che naturalmente lui stesso li ha riportati in auge a fine 2010 con un articolo sul Financial Times come strumento per raccogliere liquidità e rilanciare lo sviluppo. “Il loro tempo è quasi arrivato”, ha detto alla platea del Meeting, auspicando che presto anche la recalcitrante Germania si decida ad accettarli e a farli approvare nelle sedi competenti, senza avanzare la pregiudiziale che “a guadagnarci sono l’Italia e la Spagna”. È stato curioso confrontare il discorso di Tremonti, appena concluso, col pensiero del tedesco Bernard Scholz, Presidente della Compagnia delle Opere e naturalmente protagonista nella settimana riminese.

“Un discorso importante perché ha messo al centro le questioni fondamentali dell’Europa di questo tempo” ha detto lontano da microfoni e taccuini. Ma ha poi aggiunto, significativamente, che “se è giusto chiedere ai tedeschi uno sforzo per dare una mano ai greci, perché non si può chiedere uno sforzo agli italiani, da subito, ad esempio accettando un innalzamento dell’età pensionabile?”. Proprio il contrario di quanto sancito dall’accordo tra Alfano e Maroni, cioè dai partiti che ormai dettano la linea a quel Tremonti che di loro si faceva beffe. Oggi sono loro a decidere tutto e lui, nel tardo pomeriggio, lascia trapelare solo una “delusione” registrata dalle agenzie. 

Aldilà degli effetti sicuramente positivi che gli eurobond possono avere sul sistema-Europa, viene da pensare che per l’Italia che si muove dentro al contesto europeo, non ci siano formule magiche per arrivare al game over e servano invece pazienza e forza politica per fare ciò di cui c’è realmente bisogno. Riformare le pensioni, toccare la spesa improduttiva, intervenire in modo serio e “definitivo” sulla rendita per liberare risorse, sconfiggere la piaga di un’evasione fiscale che non ha eguali nel primo mondo, liberalizzare il mercato del lavoro lavorando davvero per uscire dall’insensato sistema che costringe intere generazioni a guadagnare mille euro e a spenderli solo – scelta assolutamente obbligata – in beni di prima necessità.

Temi ampi, di cui abbiamo parlato e su cui, in questo autunno decisivo per il nostro paese e il suo futuro, torneremo in modo sistematico. Di una cosa però siamo certi: non saranno gli Eurobond da soli a salvare il mondo, e neanche l’Europa, e neppure l’Italia. Di parole magiche non ne esistono proprio: sarà bene che i politici di oggi e, soprattutto, quelli di domani se ne convincano davvero. Sennò sarà davvero “game over”: e a finire non saranno i mostri raccontati da Tremonti.
 

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