Ma la Provincia non è l’unico ente inutile

Ma la Provincia non è l’unico ente inutile

Un risparmio stimato di oltre 2 miliardi di euro eliminando le 110 Province italiane. Amministrazioni grandi e piccole che si occupano principalmente di viabilità (con la gestione di 125mila chilometri di strade extraurbane), edilizia scolastica (con oltre 5mila edifici per le scuole superiori e di formazione professionale) e poco altro, come servizi per la tutela ambientale e centri per l’impiego con servizi per il mercato del lavoro. Una proposta di taglio dei costi della pubblica amministrazione lanciata già tre anni fa nella campagna elettorale per le politiche dall’allora candidato premier Silvio Berlusconi: «l’abolizione delle province è nel nostro programma». E ancora: «Le Province non possono essere lasciate in piedi, solo per l’abolizione delle province, pur assorbendo tutto il personale, si risparmiano 10-13 miliardi all’anno».

Era aprile 2008 e ora nell’estate della manovra lacrime e sangue la discussione è ritornata in auge con la proposta di «tagliare» 29 enti provinciali che nel proprio territorio non arrivano ai 300mila abitanti e ai 3.000 Km quadrati di superfice: nella lista nera Trieste, Campobasso, Rieti e Savona che non hanno le caratteristiche per continaure a sopravvivere. Una cura drastica, e poco importa se negli ultimi anni sono spuntati come funghi: nel 2004 nasce quella di Monza e Brianza, in Sardegna nel 2005 si passa da quattro ad otto nuove amministrazioni (con quella dell’ Ogliastra che ha solo 58mila abitanti) e in Puglia c’è la nuova Provincia di Barletta, Andria e Trani che si dividerà i distaccamenti locali di Prefettura, Camera di Commmercio e sede della Guardia di Finanza.

Per Gilberto Muraro, docente di Scienza delle Finanze all’Università di Padova, l’eliminazione delle province piccole è già un “passettino avanti”, ma sostanzialmente il problema è che vengano alla lunga eliminate tutte. «Noi sostenevamo – dice Muraro che nel 2008 ha fatto parte della commissione voluta dall’allora ministro dell’economia Padoa Schioppa per rivedere i conti dell’apparato statale – che dovessero diventare enti di secondo livello, praticamente un coordinamento tra sindaci. Al contrario mantenendole si è continuato a offrire potere ai partiti, con presidente e assessori. E non c’è alcun dubbio che le Province siano troppe. Tra le altre cose, cercano sempre di avere più rappresentanza e potere. Aspettano quindi che, con la nascita della Provincia, arrivi il tribunale, la prefettura, l’agenzia delle entrate. Noi ad esempio proponevamo un accorpamento delle prefetture, in base alla realtà di un territorio che avesse cinquecentomila abitanti».

Oggi anche l’Unione delle Province Italiane (Upi) è concorde con la necessità di tagliare, anche se il confronto di spesa con lo Stato non regge il paragone: nel 2010 su 807 miliardi di euro di spesa pubblica complessiva ben 182 miliardi erano assorbiti dall’amministrazione centrale e «solo» 12 dalle Province, l’equivalente dell’1,5%.  «Il problema più grosso – spiega Francesco Delfino, ex direttore generale della Provincia di Prato e membro della commissione per il federalismo fiscale del Ministero dell’Economia- è che ci sono livelli di governo intermedi che andrebbero rivisti ed eliminati». Per non creare inutili doppioni con i Comuni e le Regioni: è il caso delle politiche sociali e del lavoro che ha tre diversi assessorati (e relativa burocrazia) che si occupano dello stesso argomento.

Razionalizzare e tagliare è l’imperativo ma se si arrivasse ad eliminare alcuni enti cosa sarebbe delle società partecipate delle amministrazioni Provinciali? «È evidente – continua Delfino- che il mondo delle partecipate e controllate dovrà rientrare in un riordino complessivo: che tipo di finalità generali ha ad esempio per la provincia di Milano quando va a comprare sul mercato azioni dell’autostrada Serravalle? Che tipo di interesse pubblico c’è in un azione del genere?». Per l’Upi è necessario eliminare invece 7.000 enti strumentali come consorzi, aziende, società che occupano ben 24 mila persone nei cda, e nel 2010 per costo dei compensi, spese di rappresentanza e funzionamento dei consigli di amministrazione, sono stati «bruciati» 2,5 miliardi di euro. È il caso dei consorzi di bonifica e dei bacini imbriferi montani (che raccolgono i comuni lungo uno stesso fiume), nati mezzo secolo fa ora sono totalmente inutili, in più i propri membri vengono nominati dalle regioni e dalle province senza passare da nessuna elezione democratica e gran parte dei fondi che ricevono sono destinati solo alla propria sopravvivenza.


michele.sasso@linkiesta.it