Per Cheney l’autocritica è roba da perdenti

Per Cheney l’autocritica è roba da perdenti

NEW YORK – «Dick, cosa pensi che dovremmo fare?». È il 2003 e Cheney, vice presidente degli Stati Uniti, risponde a George Bush, dopo che tutti gli altri consiglieri sono stati congedati dallo Studio Ovale, che è necessario invadere l’Iraq e che i soldati americani saranno «salutati come dei salvatori».

Questo e’ solo uno dei “succosi” dettagli raccolti nella biografia, in uscita il prossimo 30 agosto, e firmata proprio dall’ex vicepresidente, dal titolo “In my time: a personal and political memoir”. Un volume, edito da Simon e Schuster, che già alla vigilia del suo arrivo sugli scaffali delle librerie, fa discutere e, soprattutto, riporta l’attenzione del pubblico su una delle figure più importanti della presidenza di Bush: Dick Cheney.

Allontanato dalla scena pubblica da seri problemi cardiaci, poco dopo l’elezione di Barack Obama, Cheney, recentemente, era tornato a far sentire la sua voce su alcune vicende legate alla politica del paese. A differenza di George Bush, infatti, che ha sempre evitato qualsiasi commento pro o contro il suo successore, cercando di mantenere un “basso profilo” dopo l’addio alla casa Bianca, Cheney è intervenuto su diverse tematiche. A partire da quegli interrogatori, al limite della tortura, che lui autorizzò nei confronti di tutti coloro che potevano essere considerati «pericolosi terroristi».

Una strategia che Cheney rivendica fieramente anche nel suo libro di memorie, ribadendo la necessità di far «parlare» i prigionieri a qualsiasi costo se a conoscenza di informazioni importanti per la sicurezza nazionale, ma che molti altri esperti militari hanno più volte contestato sottolineando come le torture potessero, fra l’altro, condurre a confessioni false e non verificabili. Non ha rimorsi, dunque, né dubbi, né ripensamenti Dick Cheney, nemmeno su quelle 16 parole che vennero inserite, in zona Cesarini, nel discorso del presidente allo Stato dell’Unione e relative all’uranio in Nigeria che servirono a dargli maggiori appigli per giustificare la necessità di un intervento militare. La non fondatezza di quelle 16 parole non è un punto importante per Cheney che, a differenza di altri consiglieri, non sentì mai la necessità di scusarsi per quelle affermazioni. Assenza quasi totale di ripensamenti, dunque, o dubbi almeno postumi.

George Bush e Dick Cheney
Ogni decisione, infatti, viene qui sostanzialmente riaffermata nella sua importanza ed essenzialità. Come quella di spingere Bush, dopo la sua rielezione, a “scaricare” Colin Powell, ex Segretario di Stato, che, dice Cheney, aveva avuto la cattiva idea di criticare l’operato del presidente al di fuori del “circolo” di Washington. Colin Powell, in effetti, aveva, a differenza di Cheney, mostrato chiaramente disagio per aver dovuto “mentire” a proposito delle “famose” armi di distruzioni di massa, usate come pass partout per iniziare la guerra in Iraq. Circostanza che aveva convinto il vice presidente, come lui stesso racconta nel libro, a spingere il presidente affinché desse il benservito a Powell.

Cheney, più di una volta, si riferisce a Bush come a un grande leader «del quale in molti passaggi del mio libro – ha dichiarato l’ex vicepresidente nel corso di un’intervista alla NBC – racconto delle cose estremamente gentili». Magari non quando riferisce a quel settembre 2007 in cui, George Bush, contravvenendo al suo consiglio di bombardare la Siria, sospettata di avere un reattore atomico, decise di perseguire le vie diplomatiche soprattutto perché le polemiche per l’invasione in Iraq non si erano mai placate. «La mia voce in quella circostanza – scrive Cheney – fu solitaria perché tutti gli altri consiglieri appoggiarono la decisione del presidente di intensificare un dialogo con la Siria». Quella, tuttavia, non sembra essere stata l’unica volta in cui Cheney si trovò da solo: lo stesso avvenne quando i consiglieri del presidente “addolcirono” il suo discorso sull’Iraq o quando il Segretario di Stato, Condoleezza Rice volle provare l’arma della negoziazione con la Corea del Nord sulle armi nucleari.

Nel leggere le anticipazioni del “memoir” viene, però, più facile immaginare il vecchio Cheney, nel bunker sotterraneo della Casa Bianca, dopo l’attacco dell’11 settembre, dare ordini al mondo su come muoversi. Il presidente, infatti, in quel momento non era a Washington e prendere il timone toccò a lui anche se «non volli fare nessuna dichiarazione pubblica perché il mio ruolo di comando in quel momento avrebbe potuto minare l’autorità del presidente». Quest’ultimo, infatti, fece in tempo a tornare e ad assumere il ruolo di “commander in chief” come ogni americano si sarebbe aspettato. Eppure, nel secondo mandato, l’enorme influenza di Cheney su Bush, si attenuò in maniera determinante tanto da incrinare, e non poco, i rapporti fra i due. Su Obama, Cheney, dà giudizi sostanzialmente negativi e con particolare soddisfazione sottolinea che il più “gradito” fallimento dell’attuale presidente sta nel non essere riuscito a chiudere Guantanamo.

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