L’autunno della primavera araba, non c’è democrazia in vista

L'autunno della primavera araba, non c'è democrazia in vista

Non c’è democrazia in vista dopo l’onda araba. Per l’International Institute for Strategic Studies di Londra difficilmente il “risveglio” in Nord Africa e Medio Oriente porterà ad una svolta politica in senso democratico. Nell’Annual Review of World Affair di quest’anno, presentato pochi giorni fa, l’istituto dedica il capitolo più lungo ai paesi che nel 2011 stanno affrontando la sfida della transizione dopo la caduta di regimi autoritari. E quanto accadrà in futuro, tutt’altro che scontato, sarà frutto del confronto tra forze di sicurezza, formazioni liberali e gruppi islamici, e della loro capacità di negoziare un governo stabile.

Le rivolte di piazza hanno sconvolto prima di tutto le certezze nazionali e regionali basate sulla concezione di “governo della paura”: il superamento della soggezione del cittadino al regime, considerato una caratteristica delle società arabe, ha segnato un punto di non ritorno nella relazione fra élite di governo e i suoi cittadini. Ma il rischio che il processo democratico possa ancora essere dirottato c’è, eccome. Perché, come evidenziato nel rapporto dell’Iiss, la società può evolvere al meglio quando la competizione politica si basa su piattaforme chiaramente definite, e l’elettore può essere considerato “fluttuante”, cioè capace di scegliere in base a programmi di governo e non all’influenza di fattori come la provenienza religiosa o etnica.

Un altro elemento che l’indagine rileva è il ridimensionamento dell’insurrezione globale di Al-Qaeda. Che secondo l’ esperto di minacce transnazionali e rischio politico dell’Iiss, Nigel Inkster, non ha contaminato le manifestazioni, anche se la minaccia di attacchi jihadisti è rimasta. Nell’analisi dei singoli paesi, Libia e Tunisia sono considerati marginali per il ruolo nello scacchiere internazionale rispetto ad Egitto e Siria. La situazione libica in particolare è da considerarsi un’eccezione per l’intervento internazionale, e un simile scenario non sarebbe ipotizzabile in altre realtà come ad esempio Damasco. Sul fronte egiziano, l’International Insitute rileva un raffreddamento nei rapporti fra Israele e il governo di transizione del Cairo ed un progressivo avvicinamento ad Hamas nei Territori. Fattore che potrebbe pesare anche il prossimo 20 settembre, quando la questione dell’indipendenza palestinese sarà sottoposta alle Nazioni Unite. La destabilizzazione del governo di Assad in Siria potrebbe invece ripercuotersi sul ruolo di Hezbollah in Libano, che non ha mai fatto mistero del sostegno accordato al vicino regime. E allo stesso tempo mettere alla prova l’Iran, e la sua capacità strategica.

Nel rapporto 2011 si parla anche delle monarchie del Golfo che in diversi casi hanno salvato sé stesse dalle proteste con l’uso di misure repressive e concessioni economiche. Una strategia che, come ha dichiarato il direttore dell’Iiss John Chipman, non mette al riparo i governi: «Gestire una nazione come un’azienda in salute che distribuisce ottimi profitti – ha detto Chipman durante la presentazione dell’indagine – non è l’unico fattore per individuare una buona governance, e il 2011 ha provato l’assioma che l’uomo non vive di solo pane».

Alcune considerazioni sono state riservate a Stati Uniti, Russia e Cina, a partire dal dato evidente di un’America che nella crisi deve dare priorità agli interventi interni. E che all’estero vuole evitare di impantanarsi in un altro Afghanistan. Proprio l’esempio libico sembra suggerire una nuova soluzione alternativa al “dominio” statunitense, dove gli Usa diventano “facilitatori” di un intervento a firma europea con il sostegno del mondo arabo. In quest’ottica è da leggersi anche il miglioramento dei rapporti con Mosca, che Obama è stato in grado di stabilire direttamente con Medvedev. Col rischio che se Putin tornasse alla presidenza, la situazione potrebbe nuovamente irrigidirsi.

Ma se il 2011 passerà alla storia come l’anno del risveglio arabo, non bisogna dimenticare che è stato anche quello della crescita esponenziale di Pechino, ormai capace di influenzare le decisioni internazionali, anche in Medio Oriente, dove rappresenta a pieno titolo un partner commerciale ed economico di rilievo.
 

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