Il Nobel snobba l’America, l’America non se ne cura

Il Nobel snobba l’America, l’America non se ne cura

“Stay hungry stay foolish”, ma non per l’Accademia di Svezia che il premio Nobel l’ha pescato in casa assegnandolo all’ottantenne poeta Tomas Tranströmer. Sarebbe comunque stato un premio alla carriera, come da tradizione, salvo eccezioni legate alla statura del personaggio e ripescamenti a sorpresa da letterature minori. Forse il coraggio dell’Accademia sta proprio in una scelta poco universale: poeta sì ma di lingua svedese, molto legato alla tradizione nordica ma sconosciuto al grande pubblico.

Due i libri di Tranströmer che risultano pubblicati in Italia: la “Lugubre gondola” della piccola casa editrice lombarda Herrenhaus, ma fuori catalogo, e “Poesia dal silenzio” (tradotto da Maria Cristina Lombardi), vincitore del Premio Nonino, sponsorizzato all’epoca da Claudio Magris e Peter Brook, testo ripubblicato nel 2008 da Crocetti, storico editore di poesia. Sembra lo stesso destino della Herta Müller che al momento dell’incoronazione nel 2009 era conosciuta in Italia per un solo libro pubblicato da Keller, di cui la Müller ha decretato la fortuna, e per un racconto per la casa editrice Avagliano.

Psicologo per gran parte della sua vita, e poeta fin da giovanissimo, nato nel 1931 da un giornalista e un’insegnante, Tranströmer è stato colpito nel 1990 da un ictus che ha compromesso la sua facoltà di parlare. I bookmaker del 2010 lo davano tra i favoriti. Ma quest’anno era il siriano Adonis a ricuotere i consensi maggiori. Per Kjell Espmark, poeta e critico membro dell’Accademia di Svezia, «Tranströmer è lo scrittore svedese che con Strindberg e Swedenborg più ha influenzato la letteratura internazionale». Molti gli attestati di stima dei suoi colleghi, di poesia prima e ora di nobel: l’irlandese Seamus Heaney e Derek Walcott che in un’intervista lo aveva già proposto come candidato. Insolito quello di Iosif Brodskij che confessò di essere in debito di immagini con le poesie dello svedese.

Niente da fare per il 70enne Bob Dylan e per la truppa americana, Philip Roth, Thomas Pynchon, DeLillo, che da molto tempo aspetta una buona notizia da Stoccolma. È dal 1993, dalla vittoria di Toni Morrison, che non viene premiato uno scrittore americano. Nel 2009 Horace Engdahl, segretario dell’Accademia Svedese che assegna i Nobel, definì l’America come un paese «troppo ignorante e insulare per sfidare l’Europa come il centro del mondo letterario». Il Nobel della pace a Obama non ha però sancito la pax letteraria con l’Accademia.

Laura Miller, fondatrice della rivista “Salon”, dice di non essere convinta «che le cose debbano cambiare. Mi vengono in mente molti scrittori di tutto il mondo che sceglierei prima degli americani». Non a caso da due anni parteggia per Murakami. Per il critico letterario di “Slate”, Christopher Benfey, «non ci sono dubbi sul fatto che l’eredità di Bush abbia un peso sulla eventuale decisione. Ma l’eredità può essere un’arma a doppio taglio: dopotutto, Obama ha vinto il Nobel per la pace. Molti grandi scrittori non hanno mai vinto il Nobel. Il vero premio per la letteratura, in ogni caso, sono i lettori». Benfey avrebbe preferito Philip Roth: «Non solo è uno scrittore americano davvero grande, ma è anche veramente internazionale, un cosmopolita con radici locali molto profonde, a Newark, nel New Jersey. E non sarà in giro per sempre».

Per alcuni scrittori americani tradotti in Italia, la questione Nobel non esiste. «Non conosco un singolo americano cui interessi se lo vince un americano, o che si offenda quando non lo vince – racconta Ken Kalfus (Fandango libri) – La letteratura americana non funziona come una squadra sportiva, e il Nobel non è esattamente la Coppa del Mondo». Per Jonathan Ames (Dalai editore) «sono così tanti i paesi al mondo che diciotto anni di distanza dall’ultimo nobel americano non mi sembrano poi così tanti». Anche Percival Everett (Nutrimenti) smorza i toni: «Non penso molto né mi preoccupo dei premi. Raramente vanno a un lavoro che è davvero all’avanguardia in qualcosa. È bello riceverli. Aiutano a vendere i libri. Danno fama. Ma alla fine sono solo onorificenze date dalle commissioni, e quindi le decisioni sono sempre dei compromessi. L’affermazione di Engdahl, nonostante sia difficile da accettare, ingenua, miope e provinciale, ha del vero. Negli Stati Uniti non abbiamo una cultura della traduzione, e questo non ci fa bene. Ma i nostri artisti fanno parte della comunità mondiale come quelli delle altre nazioni».

La scrittrice A. M. Homes (Feltrinelli) commenta diversamente: «Gli americani sono così concentrati su se stessi da dimenticare quanto è grande il resto del mondo e che non siamo il centro di tutte le cose migliori. Quando gli scrittori della mia generazione raggiungeranno un’espressività completa, uno di questi vincerà il Nobel. Penso a Dave Eggers, che ha spesso portato il proprio lavoro e la propria immaginazione oltre i confini». Rick Moody (Bompiani, minimunfax) confessa: «Non sono certo che siamo davvero così bravi. I nomi fra i più attesi secondo me non lo meritano così tanto. E se il rifiuto per gli scrittori americani fosse dovuto a una stanchezza degli europei per tutte le cose americane, potremmo biasimarli? Sono certo che ci siano grandi scrittori nell’Europa centrale o nell’Asia del sud, o nel corno d’Africa, o dove vuoi, ma concediamogli di essere bravi come quelli provenienti dagli stati del G8».

George Saunders (minimumfax, Einaudi) tenta il compromesso con la Svezia guardando al Canada: «Quando ero giovane, vedevo il Nobel come un traguardo romantico. Era l’America di Faulkner ed Hemingway, una letteratura virile che ti faceva pensare a l’America come un posto migliore dove vivere. Forse in seguito la letteratura americana si è concentrata troppo su se stessa. O forse è vittima di una cospirazione. Ma con l’elezione di Obama sembra che la gente stia facendo il tifo per noi, vuole vederci arrivare al livello morale e artistico così come già siamo a quello materiale. Vuole vederci assumere in pieno la responsabilità di paese ricchi e potenti, e quindi creativi. Ma secondo me siamo una nazione ricca piena di materialisti. Il fatto che troppo spesso l’America veda con sufficienza il resto del mondo può aver abbassato il livello della cultura. Comunque mi piacerebbe che ad avere una chance per il Nobel fosse la Munroe, sarebbe il giusto compromesso».

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