Usa, il complotto iraniano per uccidere gli ambasciatori

Usa, il complotto iraniano per uccidere gli ambasciatori

Uccidere l’ambasciatore saudita a Washington. E poi colpire le ambasciate israeliane e saudite. Sembra una storia tratta da un thriller di Tom Clancy, uno di quei romanzi in cui il Medio Oriente è sull’orlo di una nuova, devastante guerra. E invece sarebbe la realtà. O almeno così ha dichiarato Eric H. Holder, Procuratore generale (cioè Ministro della Giustizia) degli Stati Uniti d’America.

Secondo Holder il piano terroristico, sgominato dall’FBI e dalla DEA (Drug Enforcement Administration), sarebbe stato «concepito, sponsorizzato e diretto dall’Iran» e costituirebbe «una flagrante violazione del diritto americano e internazionale, inclusa [la violazione di] una convenzione che protegge esplicitamente i diplomatici».

La denuncia presentata l’11 ottobre al giudice Michael H. Dolinger, del distretto sud di New York, riguarda due iraniani: Manssor Arbabsiar e Gholam Shakuri. Il primo, 56 anni, naturalizzato americano e residente in Texas (a Corpus Christi), avrebbe seguito le direttive del secondo, residente in Iran e forse membro delle Forze Quds, un’unità speciale dei Guardiani della Rivoluzione accusata di operare anche all’estero. Ci sarebbero stati però altri complici iraniani, anche molto altolocati. In altre parole per gli americani il complotto potrebbe essere stato ordito da personaggi ai vertici del potere militare iraniano, vero pilastro della presidenza di un Mahmoud Ahmadinejad sempre più debole.

Sembra che il piano terroristico avesse come obiettivo prioritario il potente ambasciatore saudita negli Stati Uniti: Adel al-Jubeir, influente consigliere di re Abdullah. Secondo l’accusa americana l’attempato Arbabsiar non voleva assassinare l’ambasciatore direttamente, ma intendeva appaltare l’omicidio a uomini de Los Zetas: uno dei più temibili cartelli della droga messicani, fondato da disertori del Grupo Aeromóvil de Fuerzas Especiales, le forze speciali messicane. Per questo motivo tra la primavera e l’estate del 2011 si sarebbe recato in una città messicana non distante dal confine texano: Reynosa, nello stato di Tamaulipas (casa natale de Los Zetas). Ma invece di prendere contatti con dei membri del cartello, l’iraniano avrebbe vuotato il sacco con degli informatori della DEA, agenzia federale che a sud del Rio Grande ha, comprensibilmente, una fitta rete di contatti e appoggi.

Il prezzo per l’assassinio eccellente? Ben 1,5 milioni di dollari. L’attentato avrebbe dovuto avere luogo in un ristorante frequentato dall’ambasciatore, e pazienza per le eventuali vittime civili. Ma secondo fonti federali citate dai media americani, i due iraniani avrebbero avuto anche altre mire: far saltare in aria un’ambasciata saudita, e magari quella israeliana negli Usa e/o in Argentina (dove nel 1992 fu attaccata proprio l’ambasciata di Gerusalemme, secondo alcuni per volontà della Repubblica islamica).

Arbabsiar, arrestato il 29 settembre all’aeroporto JFK di New York, secondo quanto riportato dal network americano ABC avrebbe già avuto a che fare con la giustizia americana: sarebbe stato infatti arrestato nel 2001 con l’accusa di furto. Ora avrebbe già confessato, e rischierebbe l’ergastolo.

Con i falsi membri de Los Zetas Arbabsiar si sarebbe persino vantato di essere parente di un «grosso generale» dell’esercito iraniano (sarebbe stato quest’ultimo a dargli l’incarico). Avrebbe anche dichiarato che i soldi provenivano da un governo, e che la strage aveva motivi politici. E oltre a far versare 100mila dollari di anticipo su un conto americano, avrebbe promesso «tonnellate di oppio», materia che naturalmente fa molta gola ai narcos messicani (l’Iran è un importante produttore di oppio, oltre che un importante player nella lotta contro il traffico di droga).

Un portavoce del presidente Ahmadinejad ha intanto dichiarato alla CNN che, a suo parere, «il governo americano è impegnato a fabbricare una nuova messinscena. La storia ha già dimostrato che il governo e la CIA hanno grande esperienza in merito». Il portavoce ha inoltre detto che, se Teheran dovesse constatare che le persone coinvolte sono davvero iraniane, farebbe ogni sforzo per aiutarle.

Di sicuro la storia ha dell’incredibile. Ma come ha giustamente sottolineato Robert Mueller, direttore dell’FBI, sebbene il complotto sembri essere una sceneggiatura di Hollywood, «il [suo] impatto sarebbe stato molto reale, e sarebbero state perse molte vite».

Iran e Arabia Saudita sono ai ferri corti da molto tempo. Non a caso esperti hanno dichiarato che le due potenze combattono, in Medio Oriente, una vera e propria guerra fredda. E pochi mesi fa, grazie ai cablo diffusi da Wikileaks, si è saputo nel 2008 il monarca saudita incitava gli Stati Uniti a «tagliare la testa del serpente [iraniano]».

Ora che l’Operazione Coalizione Rossa (questo il nome dato alle indagini) ha sventato il presunto complotto, i rapporti tra Riyad e Teheran peggioreranno. Si potrebbe addirittura verificare una clamorosa rottura di ogni genere di rapporto diplomatico. D’altra parte nuove sanzioni americane contro l’Iran sarebbero in arrivo. E Washington ha promesso che chiederà a Teheran di rispondere delle sue azioni.

La fotografia è tratta dall’album di [john]

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta