Amato fu fortunato, ma adesso o riforme o default

Amato fu fortunato, ma adesso o riforme o default

I problemi economici dell’Italia sono molti. Quelli più noti due: il finanziamento del debito pubblico, dacché i mercati non desiderano più acquistarlo e le riforme strutturali, che sono finite alla ribalta dalla famosa lettera di agosto di Trichet.

Le due cose sono legate, anche se non nel breve termine. Nel breve termine l’Europa non ha i mezzi finanziari per salvare l’Italia, quindi l’Italia deve salvarsi da sola. Siamo più o meno come negli anni novanta, ma allora avevamo tre vantaggi: che il debito era tutto in mani nazionali, che potevamo svalutare la lira e che più privatizzazioni erano fattibili in tempi brevi.

Immaginiamo però per un momento che l’emergenza finanziaria si risolva. In effetti, siccome il problema è urgente, la stabilizzazione finanziaria non può aspettare le riforme. Perché fare le riforme, allora?
La risposta è semplice: la stabilizzazione post 1992 avvenne con l’aumento della pressione fiscale e fu facilitata dalla discesa dei tassi di interesse internazionali, che a loro volta resero l’Italia compatibile con l’euro che, una volta introdotto, generò un ulteriore abbassamento dei tassi. Quindi, il governo aumentò le tasse e poi essenzialmente fu fortunato. Se non lo fosse stato, le sole misure fiscali non sarebbero state sufficienti.

Siccome fu fortunato, il governo non fece le riforme. Né le fece il parlamento. Il risultato è nella figura 1, che esprime l’indice dell’andamento della produttività totale dei fattori in 7 paesi dal 1985 a oggi. Non li ho scelti a caso. Si tratta delle economie con cui ci confrontiamo o perché condividiamo la moneta, o perché dettano il ritmo della crescita mondiale (o l’hanno dettato).

La produttività totale dei fattori (Tfp) esprime il quoziente tra il valore di mercato di ciò che si produce e il valore di mercato dei fattori produttivi impiegati, ossia capitale umano, capitale fisico (ammortamenti e nuovi investimenti), energia, materie prime e intermedie, importazioni. Più il quoziente è altro, più – ceteris paribus – si genera valore aggiunto e si distribuiscono redditi.

Nelle economie contemporanee, dove per intenderci la crescita demografica è zero o negativa e dove gli standard di vita sono mediamente alti, la produttività totale dei fattori conta per la maggior parte della crescita. In uno studio che sta per uscire, ho calcolato che in Italia conta tra il 75 e il 90 per cento della crescita del Pil, a seconda dei settori.

Quindi non si cresce, se non si ottiene di più dai fattori impiegati. La figura 1 è eloquente:

– L’Italia ha, insieme alla Spagna, la peggiore dinamica della produttività totale dei fattori in Europa; perdiamo anche il confronto con il Regno Unito (che non appartiene all’Euro-zona), con gli Stati Uniti e con il Giappone (paese ad alto debito pubblico ed alto invecchiamento, come noi);

– Durante la crisi del 08-09 la Tfp ha continuato a crescere negli Usa; la flessione dei paesi europei (Francia e Germania) indica come questi ultimi affrontino le ristrutturazioni in modo differente: meno violento, ma anche meno efficace;

– La perdita di crescita di Tfp tra il 1985 e il 2010 rispetto ai partner europei ha comportato per il paese una mancata crescita cumulata di circa 290 miliardi di Pil. Se li avessimo prodotti, oggi il deficit pubblico proiettato del 2011 (80 miliardi) sarebbe un avanzo di bilancio di almeno 10 miliardi e il debito pubblico sarebbe da un pezzo sotto l’80 per cento del Pil. In altri termini, avremmo un bilancio dello Stato migliore della Germania, a legislazione invariata.

La politica ha ragionato sempre su un arco di tempo troppo breve per riflettere sulle riforme strutturali, e in particolare sulle riforme strutturali che possano cambiare il destino della Tfp. Come si aumenta la Tfp?

Essenzialmente in quattro modi:

a) Aumentando la quota di economia in cui le decisioni di produzione sono prese per massimizzare i profitti. In altri termini, l’economia pubblica – quando va bene – minimizza i costi, il che non basta per far crescere la Tfp. La Tfp cresce se per massimizzare i profitti gli agenti economici cercano di impiegare i fattori per massimizzare l’output a dati costi, il che accade nei settori privati. In altri termini si deve riprendere l’iniziativa di privatizzare e liberalizzare, mantenendo una regolamentazione di garanzia sulle prestazioni, quando i beni o servizi prodotti sono beni che meritano l’attenzione pubblica.

b) La Tfp nazionale è una media delle Tfp settoriali; è necessario realizzare un’indagine per settori e territori italiani della Tfp al fine di individuare i settori e i territori dove essa cresce e non; dove cresce, occorre facilitare l’investimento; dove non cresce, servono riforme per farla crescere. La politica industriale italiana è priva di una guida in questo senso e la cecità non ha aiutato i risultati, come si vede dalla figura 1.

c) La crescita della Tfp dipende in misura importante dalla qualità dei processi di riallocazione delle risorse. Si può e si deve parlare della flessibilità del lavoro; la flessibilità introdotta è più o meno uno “sconto” dei salari a carico dei medesimi, quindi è scorretta in via di principio; la flessibilità che serve è quella che sostiene le risorse nella ricerca del massimo rendimento possibile, traendone vantaggio insieme al capitale, e questa flessibilità non è stata ancora pensata.

d) A frenare la Tfp è la rigidità dell’altro fattore critico, ossia il capitale. La Tfp è infatti penalizzata dalla rigidità degli investimenti sbagliati o poco produttivi nel capitale delle imprese. Gli incentivi a modificare gli impieghi di capitale sono insufficienti o scorretti. Un ruolo importante in questo l’hanno tre ambiti: le limitazioni della concorrenza, la gestione giudiziale delle crisi delle imprese e ovviamente i mercati finanziari, che per come sono regolati o per le prassi in uso tendono a conservare i portafogli anziché cambiarli. La leva fiscale è anche essa importante nel facilitare gli investimenti di capitale dove sia prevedibile una crescita della Tfp, magari facendo pagare di più gli impieghi nella rendita.

Tra pochi mesi sapremo se i mercati finanziari continueranno a farci credito. Oltre a sperarlo, credo che la qualità del debito pubblico italiano, vista insieme alla struttura produttiva del paese e allo stato patrimoniale delle famiglie, sia migliore di quanto appaia.

La sfida più difficile da vincere è tuttavia quella della Tfp, altrimenti dovremmo contare nuovamente, come negli anni novanta, sulla fortuna. Non sulla fortuna, ma sul lavoro, si basano però le economie che crescono davvero.

*economista, dopo aver insegnato al Politecnico di Torino, ha fondato la società Step ricerche  e collabora con il Centro Einaudi.