“La Francia? In crisi nera, il downgrade è cosa fatta”

“La Francia? In crisi nera, il downgrade è cosa fatta”

Non sembra conoscere una fine la crisi dell’eurozona. Il contagio si è già spostato verso la Francia. Il timore è che un downgrade del rating sovrano francese, attualmente AAA, possa condurre Parigi e le sue banche in una spirale simile a quella italiana. Linkiesta ha contattato Alexandre Delaigue, docente di Economia all’École spéciale militaire de Saint-Cyr e autore dell’irriverente blog Econoclaste, che non ha utilizzato mezzi termini: «La tripla A francese è già persa, lo spread fra Oat (titoli di Stato francesi, ndr) e Bund tedeschi è troppo alto, proprio come i Cds». E ora si l’obiettivo è capire quanto soffrirà il sistema bancario transalpino. 

Una delle banche francesi nel mirino degli investitori è Société Générale. Il colosso transalpino guidato da Frédéric Oudéa ieri ha chiuso sul CAC 40, il principale listino azionario di Parigi, al livello più basso dal 1992, sfiorando quota 15 euro per azione. Sono ormai lontani i tempi in cui SocGen veleggiava oltre i 120 euro, nel maggio 2007. E dire che la banca, che ha un grande ruolo nel complesso meccanismo del mercato interbancario europeo, aveva già messo in campo diverse azioni nel tentativo di mitigare il rischio di un ulteriore deterioramento della crisi dell’eurozona. SocGen è stata una delle prime a tagliare l’esposizione sulla Grecia, meno 1,5 miliardi di dollari nell’arco degli ultimi due anni. Lo stesso ha fatto nei confronti dell’Italia riducendo di 2,5 miliardi di dollari le proprie posizioni, da maggio a oggi, comprando Credit default swap (Cds), cioè protezione contro l’insolvenza. Non è bastato.

Negli ambienti bancari SocGen e i suoi trader sono considerati come fra i più aggressivi. Tralasciando l’esperienza di Jérôme Kerviel, il trader che nel 2008 aveva causato un buco da 5 miliardi di euro a fronte di posizioni per un nozionale lordo di 50 miliardi, la sala operativa di SocGen è fra le più attive. Sia nel cogliere le occasioni sui mercati sia sui rischi assunti. Secondo l’ultimo bilancio disponibile, 30 giugno scorso, SocGen ha un leverage di 1 a 28. In altre parole, se investe un euro, ne muove 28. Il rapporto fra capitale di base e attività finanziarie è quindi superiore a quello che aveva Lehman Brothers al momento del suo collasso. La banca statunitense, infatti, aveva un leverage di 1 a 31 nel 2007, mentre nello stesso anno Goldman Sachs aveva un leverage ratio di 1 a 26. Troppo, considerato che la Francia ha in pancia circa 360 miliardi di euro di asset italiani, secondo l’ultimo rapporto della Banca dei regolamenti internazionali (Bri). Con la vendita massiccia di titoli di Stato che sta avvenendo da maggio a oggi, le banche francesi stanno soffrendo più di tutte le altre.

Secondo fonti bancarie, la crisi degli istituti di credito italiani «non è nemmeno comparabile a quella che stanno attraversando le banche francesi». La scorsa settimana UniCredit ha testato la possibilità della Bce nell’accettare più collaterali a garanzia per estendere il ventaglio della liquidità disponibile. Questa opzione è molto vicina dall’essere accettata, ma non solo per Piazza Cordusio. L’estensione dei collaterali sarebbe anche per Monte dei Paschi di Siena e UBI Banca. Tutto si risolverà entro pochi giorni, riferiscono fonti vicine al dossier, sul tavolo della Bce in queste ore.

Dopo l’Italia, quindi, toccherà alla Francia. Le banche transalpine sono sotto pressione dallo scorso maggio, quando iniziò la sterilizzazione della liquidità da parte dei Money market fund (Mmf) statunitensi. Da maggio al 20 ottobre scorso i fondi del mercato monetario, riserva di liquidità per antonomasia e pilastro per le operazioni di rifinanziamento delle banche, hanno ridotto la loro esposizione del 62% nei confronti degli istituti di credito francesi, come evidenzia l’ultimo rapporto di Fitch sul segmento. In particolare, solo fra l’inizio di agosto e il 20 ottobre la riduzione degli asset greci detenuti dagli Mmf è stata del 42 per cento. Per ritrovare, nelle serie storiche, una simile performance negativa, bisogna tornare nell’agosto 2007. Il 9 agosto di quell’anno arrivò la conferma che tre fondi di liquidità di proprietà di BNP Paribas erano stato congelati per l’effettiva impossibilità di valutazione del prezzo corrente. La liquidità degli Mmf, un oceano di dollari, era tornata a crescere dopo il default di Lehman Brothers fino a toccare il suo massimo nella seconda metà del 2009, quando l’esposizione era al 16,4% del totale degli asset degli Mmf. Nell’ultima review di Fitch, questa quota è ferma al 6,7 per cento. Di contro, i Money market fund hanno incrementato del 12%, nello stesso intervallo temporale, la propria esposizione sul Canada, ora la nazione con più liquidità dagli Mmf, con il 10,7% degli asset totali.

A spingere sono state le vendite sul mercato tradizionale, ma anche quelle sulle piattaforme alternative di negoziazione, come Chi-X Europe. I volumi scambiati hanno cominciato a incrementarsi nei primi giorni di agosto. Nello stesso momento è iniziato l’aumento del prezzo dei Cds su SocGen, che oggi hanno ritracciato al rialzo, raggiungendo un nuovo massimo, 432 punti base, secondo Markit. Vale a dire che assicurarsi contro l’insolvenza di un bond quinquennale del valore di dieci milioni di dollari costa 432mila dollari l’anno. A inizio anno SocGen era a quota 159 punti base. 

Nonostante ciò su SocGen, Delaigue è sicuro: «Non è come Lehman Brothers sotto diversi aspetti fondamentali». Questo per due ragioni: «In primo luogo, è una banca commerciale. Ha accesso alle finestre di liquidità della Bce. Ed è una grande banca in Francia: l’archetipo di too big to fail (troppo grande per fallire, ndr)». Tuttavia, l’economista di Saint-Cyr non nasconde che «possa avere problemi di liquidità», ma esclude che possa essere insolvente. «Non credo che la Bce o il governo francese possano lasciarla fallire, sarebbe inconcepibile, non credo che ci sia qualcuno che vuole un’altra Lehman Brothers. Solo in uno scenario potrebbe esserci il crollo. «Quello della dissoluzione della zona euro», sottolinea Delaigue.

Oggi Valérie Pécresse, portavoce del governo francese, ha implicitamente invocato l’intervento della Bce tramite il Securities markets programme (Smp) per l’acquisto di titoli di Stato francesi nel caso ce ne fosse bisogno. Gran parte degli analisti hanno guardato subito a SocGen e BNP Paribas, ma in realtà è tutto l’intero comparto bancario francese a essere sotto pressione. Ciò che preoccupa è però la situazione dell’istituto di credito di Oudéa. BNP Paribas infatti non ha toccato i minimi degli ultimi cinque anni sul CAC 40. Il massimo, 77 euro per azione, è stato raggiunto nel giugno 2007 e oggi il titolo ha chiuso a 24,8 euro. Meglio non va per Crédit Agricole, che è passata dai 24 euro per azione del gennaio 2007 ai 3,98 di oggi, il minimo degli ultimi cinque anni.

Per l’economista transalpino, anche autore di Econoclaste, il problema sarà su due fronti: «La crescita sarà bassa il prossimo anno, quindi il debito salirà ancora. In più, la Francia ha un disavanzo primario, fatto che pone Parigi in una situazione più tetra che l’Italia». Il debito in crescita e la stagnazione economica non sono le sole preoccupazioni. «Sebbene la maturity dei titoli francesi sia abbastanza elevata, il rifinanziamento è di circa il 20% per Pil ogni anno», spiega Delaigue. Nel caso il contagio della Francia sia completo, «il costo del rifinanziamento aumenterà molto rapidamente e le prospettive non sarebbero positive: recessione o bassa crescita nel 2012 e poche possibilità di nuove misure di austerity a causa delle elezioni imminenti». Certo, come ricorda Delaigue, il sistema fiscale transalpino «è migliore che in Italia o in Grecia», ma alzare le tasse equivale a tradire gli elettori, per il presidente Nicolas Sarkozy. La questione, tuttavia, è un’altra: «La Francia perderà il rating AAA prima o dopo le elezioni presidenziali? Sarkozy ha già detto che il downgrade significa perdere le elezioni». Si accettano scommesse.

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria