La fuga degli investitori stranieri è iniziata a maggio

La fuga degli investitori stranieri è iniziata a maggio

«La grande vendita è iniziata a giugno, ora ci aspettiamo che il lavoro venga completato entro Natale». Le parole di un importante gestore italiano di hedge fund lasciano presagire ciò che succederà nelle prossime settimane alle banche del nostro Paese e ai titoli di Stato. La sempre più elevata incertezza legata al futuro dell’eurozona sta colpendo in modo concreto l’Italia, che sta fronteggiando una crisi di liquidità senza precedenti. Ieri è stato il capo della European banking federation, Christian Clauson, a ricordare agli istituti bancari europei di ridurre la loro esposizione sull’Italia. Oggi i risultati sono stati sotto gli occhi di tutti, con la spread fra titoli di Stato italiani e tedeschi nuovamente oltre quota 530 punti base e i Cds al massimo storico, oltre i 600 punti.

Il 20 maggio scorso era stata Standard & Poor’s a mettere il rating italiano sotto revisione per un possibile declassamento. Dopo un mese, anche Moody’s aveva fatto lo stesso. E le banche europee, ma anche statunitensi, avevano iniziato a coprirsi dai rischi che le scelte delle agenzie di rating avevano compiuto. Ora è arrivato il capitolo finale.

La prima ad ammettere di aver ridotto la propria esposizione sull’Italia è stata la tedesca Deutsche Bank. In luglio infatti il peso dei titoli italiani nel portafoglio del colosso di Josef Ackermann è passato da 8 miliardi di euro a poco meno di uno. Il tutto tramite l’acquisto di Credit default swap (Cds), ovvero i derivati che proteggono dal fallimento di un asset. Nelle ultime settimane l’istituto di credito tedesco ha deciso di tornare parzialmente sui suoi passi, portando i titoli italiani a quota 2,3 miliardi nel proprio portafoglio. Tuttavia, il trend ribassista è ricominciato da alcuni giorni, come aveva spiegato lo stesso Ackermann.

Nella pancia delle banche europee ci sono circa 756 miliardi di euro di asset italiani. Il Paese più esposto è la Francia, con 360 miliardi di asset, seguita dalla Germania, 164 miliardi. Il Regno Unito ha un’esposizione di quasi 72 miliardi di euro, principalmente relativo alle banche. Rilevante anche l’esposizione degli Stati Uniti, circa 212 miliardi di euro. I dati della Banca dei regolamenti internazionali (Bri) lasciano intravedere tutta l’importanza sistemica che ha un Paese come l’Italia. Se paragonata al caso italiano, la Grecia è una briciola. Infatti, il debito pubblico di Atene è pari, secondo il Fondo monetario internazionale, a 365 miliardi di euro. E il peso degli asset ellenici nelle banche europee non raggiunge la quota di esposizione della Germania sull’Italia.

I Money market fund hanno già deciso cosa fare nello scorso maggio. I fondi del mercato monetario hanno infatti ridotto la propria esposizione alle banche europee oltre sei mesi fa, quando passarono da 900 a 360 miliardi di dollari nell’arco di poche settimane. Attualmente, secondo l’ultimo rapporto di Fitch sull’andamento del mercato dei Mmf, la tendenza sta continuando. L’esposizione è di circa 160 miliardi di dollari, ovvero troppo per un mercato così deteriorato come quello europeo. «È probabile che entro il primo trimestre 2012 i Mmf abbiano ridotto al minimo il peso degli asset europei nei portafoglio», scrive J.P. Morgan in una nota di ricerca della scorsa settimana.

A ruota le grandi banche internazionali avevano scelto di fare lo stesso, raccomandando ai maggiori clienti di scegliere investimenti meno rischiosi. Nella normale pianificazione strategica degli investimenti, l’Europa era considerata troppo volatile. L’European banking authority (Eba), cioè l’organo europeo di sorveglianza bancaria, aveva fissato a dicembre 2010 l’esposizione delle singole banche europee nei confronti dei titoli di Stato italiani. Al primo posto c’era BNP Paribas con 28 miliardi di euro, seguita da Dexia con 15,6 miliardi. Via via tutte le altre, come la tedesca Commerzbank, 11,7 miliardi di euro, la transalpina Crédit Agricole, 10,8 miliardi, e l’angloasiatica HSBC, 9,9 miliardi. Le sempre più crescenti turbolenze nell’eurozona hanno accelerato un processo che era già in corso. Secondo i dati Thomson Reuters, negli ultimi sei mesi BNP Paribas ha ridotto di 8,3 miliardi di euro la propria esposizione all’Italia, mentre Commerzbank lo ha fatto per 1,8 miliardi. Nelle intenzioni della banca tedesca, tuttavia, c’è un’ulteriore riduzione, quantificata in due miliardi di euro dal direttore finanziario Eric Strutz. Scorrendo la lista troviamo la francese Société Générale, che ha coperto, tramite Cds, oltre 2,5 miliardi di euro da giugno a oggi, e la britannica Barclays, che ha operato per una riduzione di 1,2 miliardi. L’ultima in ordine di tempo a raccomandarsi di evitare l’acquisto di Btp o altri titoli di Stato italiani è stata Morgan Stanley. In una nota del 9 novembre scorso la banca americana ha infatti spiegato ai clienti di scegliere investimenti più conservativi come quelli sui Bund tedeschi.

Non ci sono solo le banche a essersi coperte nei confronti della crescente crisi italiana. Pimco, il più grande fondo obbligazionario mondiale, ha un’esposizione di 4,8 miliardi di dollari sull’Italia. Anche per loro la riduzione è già in corso. Uno dei maggiori detentori di debito pubblico italiano, secondo i dati Thomson Reuters, è State Street Global Adv UK Lt, con 17,6 miliardi di dollari, seguita da Fideuram AM, con 11,4 miliardi, e Axa investment managers, con 8,3 miliardi. Sotto il profilo dell’equity italiano, invece, i tre big più esposti sono il fondo BlackRock con 8,8 miliardi di dollari, la norvegese Norges bank con 5,675 miliardi e BNP Paribas con 3,05 miliardi. Sebbene BlackRock abbia detto che non ha intenzione di ridurre le proprie quote in Italia, stanno arrivando le raccomandazioni di vendita da quasi tutte le banche d’investimento e dalle agenzie di rating. L’ultima in ordine temporale giunge da Standard & Poor’s che ha spostato il giudizio su UniCredit da “sell” a “a strong sell”.

I grandi fondi stanno lentamente spostando la loro liquidità verso altri lidi, più sicuri e meno volatili. È il sintomo che l’Italia non è più considerata un Paese sicuro? Sì, ma la colpa non è solo italiana. Da un lato lo scenario d’incertezza politica, bassa crescita ed elevato debito pubblico è stata prezzata negativamente dai mercati finanziari, che hanno iniziato a sbarazzarsi dei titoli più a rischio. Dall’altro, l’incubo peggiore per l’eurozona si sta avverando. Nel mezzo di questo carnaio d’incertezza e instabilità, i direttori finanziari di banche, hedge e fondi d’investimento hanno già deciso da che parte stare.

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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