Lite sul corteo di CasaPound e Napoli torna agli anni 70

Lite sul corteo di CasaPound e Napoli torna agli anni 70

NAPOLI – Attacchinaggi notturni con tanto di “scorta militante” per evitare raid “dell’altra parte”. Raccolte di firme pro o contro cortei; presidi, mobilitazioni, «no al fascismo» e «no al comunismo» che si sprecano sui volantini, sui tazebao. A Napoli questo scorcio del 2011 sa di anni Settanta. Città dove storicamente dal crollo dei blocchi ideologici (ma per certi versi anche prima) non c’è mai stato nulla di netto, definito. Niente bianchi e neri, ma tanti toni di grigio.

Però da qualche tempo la colonnina della temperatura è arrivata al livello di guardia. L’annunciato corteo del movimento di ultradestra Casa Pound, il no a quella mobilitazione pronunciato dal sindaco Luigi de Magistris e la controreplica dei ragazzi di destra: «Abbiamo l’autorizzazione della Questura e staremo in piazza». A parlare è Emmanuela Florino, portavoce di Casa Pound a Napoli, e figlia di Michele, storico parlamentare prima del Msi e poi di Alleanza nazionale: «L’autorizzazione l’abbiamo avuta un mese fa, abbiamo il percorso del corteo e addirittura c’è anche un percorso alternativo, semmai a qualcuno venisse in mente tentare di bloccare questa legittima manifestazione».

Qualche giorno fa i movimenti politici di sinistra e i collettivi studenteschi hanno presentato un appello di intellettuali, sindacalisti e società civile chiedono «forze democratiche della questa città» di esprimere «chiaramente la propria contrarietà di fronte a un evento di cui Napoli davvero non sente il bisogno». Tra le firme quella del rettore dell’università Federico II Massimo Marrelli. E sul no del numero uno dell’ateneo partenopeo i rappresentanti di Casa Pound,  che a Napoli mette radici soprattutto nel mondo universitario, si infuriano: «Io sono una studentessa di Giurisprudenza proprio alla Federico II – spiega Emmanuela Florino – e mi aspetto che il mio rettore rispetti il diritto di manifestare sancito dalla Costituzione».

Anni Settanta, si diceva. Già, perché la mobilitazione di Casa Pound è diventata un problema di sicurezza: sarà vagliata la prossima settimana dal Comitato per l’ordine e la sicurezza della Prefettura e potrebbe trasformarsi da corteo in mini corteo o addirittura in sit-in, ovvero presidio in pianta stabile in un punto della città. Ciò per evitare che i giovani dell’ultradestra si “incontrino” con la contromanfestazione del centri sociali di sinistra che ha intenzione di dirigersi sullo stesso asse viario, in contrapposizione al corteo di Casa Pound.

L’associazione di ispirazione neofascista non arretra: vuole percorrere una zona di Napoli in particolare, ovvero via Foria. Perché? È presto detto. Proprio lì c’è uno dei presidi storici dell’ex Movimento sociale italiano, la vecchia ex sezione “Berta” (intitolata appunto a Giovanni Berta , militante fascista nelle squadre d’azione fiorentine, ucciso dai militanti comunisti durante gli scontri del Pignone a Firenze nel ’21). Un presidio politico che della destra napoletana che ha quarant’anni di storia. Una storia spesso drammatica: da lì, nel 1975, mentre erano in corso i festeggiamenti per la vittoria elettorale del Pci alle amministrative un gruppo di militanti missini uccise con bottiglie incendiarie una ventunenne, Iolanda Palladino, scambiata per una attivista comunista. 

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