Parmalat: 5 anni a Geronzi ma anche Arpe non se la cava

Parmalat: 5 anni a Geronzi ma anche Arpe non se la cava

Tutti e otto gli imputati del processo Capitalia-Ciappazzi, celebrato nell’ambito del crac Parmalat, sono stati condannati, senza alcuna esclusione. La pena per Cesare Geronzi, accusato di bancarotta fraudolenta e usura, è di 5 anni (su 7 richiesti dal pm) mentre a Matteo Arpe sono stati comminati 3 anni e 7 mesi a fronte di una richiesta di due anni e mezzo. Il giudice ha inoltre accettato la proposta di risarcimento da parte di Unicredit, chiamata a processo in qualità di responsabile civile, che ha già versato sui conti dei risparmiatori il 4% del valore delle azioni possedute al momento del crac.

Sono stati condannati anche altri manager (o ex manager) come Alberto Giordano (vicepresidente di Banca di Roma) a cui sono stati inflitti 4 anni, Riccardo Tristano (ex componente cda Fineco Group), presente in aula, condannato a 3 anni e 4 mesi. Seguono Roberto Monza (direttore centrale Banca di Roma), presente in aula e l’unico altro imputato accusato di usura insieme a Geronzi, con 3 anni e 3 mesi e Antonio Muto (ex dirigente Area crediti Banca di Roma) condannato alla stessa pena. Chiudono la fila Eugenio Favale (area grandi clienti Banca di Roma) condannato a 3 anni, stessa pena anche per Luigi Giove (ex responsabile recupero crediti di Mediocredito Centrale), unico degli otto che non è chiamato a risarcire i risparmiatori che si sono trovati in mano bond spazzatura.

Secondo la tesi dell’accusa sostenuta dal pm Vincenzo Picciotti, Calisto Tanzi si era rivolto a Geronzi nel 2002: aveva necessità di 50 milioni di euro per risollevare le perdite generate da Parmatour, la società dei Tanzi attiva nel turismo. Il banchiere romano avrebbe posto come condizione sine qua non l’acquisto di Ciappazzi, che Tanzi perfezionò tramite la società Cosal, non direttamente riconducibile al gruppo di Collecchio. Le fiamme gialle di Bologna ci hanno visto chiaro in quella intricata vicenda: stando all’esito della sentenza, a Parmalat sarebbero stati concessi ulteriori finanziamenti, nel 2002, solo se si fosse fatta carico delle aziende di acque minerali del gruppo Ciarrapico, fortemente esposte con la stessa Capitalia (a cui Tanzi chiedeva denaro).

Le trattative, ben prima del crac, presero il via per l’intero gruppo Fiuggi, Acqua Marcia e molte altre, ma gli amministratori di Collecchio già sapevano all’epoca che non potevano permettersi una spesa così ingente. Tendono quindi a ripiegare, a quanto affermò l’ex direttore finanziario Fausto Tonna, su quell’azienda messa meno peggio e forse meno costosa: Ciappazzi. Si tratta di una società di Terme Vigliatore in provincia di Messina, i cui impianti risultavano obsoleti e, a quanto riferì una persona di fiducia inviata da Calisto Tanzi a verificare lo stato dell’azienda, pecore e capre pascolavano tranquillamente fra le linee di imbottigliamento perché la recinzione era stata abbattuta. Mancavano anche i permessi per estrarre l’acqua dal sottosuolo tanto che ogni giorno andavano perse oltre 15 tonnellate di acqua che non si potevano sfruttare.

Stando a quanto Matteo Arpe ha sostenuto nel corso del processo, sarebbe stato lui stesso a fornire i documenti alla Procura su quanto era accaduto in merito a quel finanziamento da 50 milioni di euro, delle pressioni e del funzionamento dell’approvazione del prestito stesso. Secondo la sentenza è però ritenuto «colpevole di tutti i reati, fatta eccezione per i delitti di bancarotta fraudolenta per distrazione concernenti il pagamento del prezzo d’acquisto della Ciappazzi commessi in danno di Parmalat e Cosal». Viene quindi sollevato da alcuni fatti ma gliene vengono attribuiti altri, ovvero l’aver partecipato al finanziamento a Parmatour a cui, per sua diretta dichiarazione, si era opposto ed era stato concesso in sua assenza, mentre si trovava in viaggio.

Il giovane banchiere ha quindi annunciato ricorso e, al proposito, ha affermato: «La sentenza del processo Ciappazzi riconosce la mia estraneità alla vicenda Ciappazzi e dunque mi assolve. Nello stesso tempo però sarei colpevole per un finanziamento a Parmatour al quale mi ero opposto, che è stato deliberato in mia assenza e che non avrei potuto impedire neppure ex post, come confermato dallo stesso ex ispettore della Banca d’Italia, che all’epoca dei fatti dirigeva l’ispezione proprio in Capitalia. Sotto questo aspetto la decisione pare francamente paradossale e soprattutto non meritata. Sicuramente le sentenze vanno rispettate ma è certo anche che faremo appello».