Il nuovo fondo salva-stati non convince le banche euroscettiche

Il nuovo fondo salva-stati non convince le banche euroscettiche

Doveva essere la creatura finanziaria in grado di salvare l’eurozona. Ma il futuro del fondo salva-Stati European financial stability facility (Efsf) è destinato a essere desolante. Sarà sostituito con un anno di anticipo dallo European stability mechanism (Esm), ma nel frattempo potrà operare come se fosse una banca, anche se non lo è. Il suo numero uno, Klaus Regling, ha spiegato che potrà essere utilizzato per la ricapitalizzazione delle banche europee e per il sostenimento dei Paesi in difficoltà, ma potrebbe non essere abbastanza. Gli operatori finanziari si stanno infatti già preparando a un piano di contingenza in caso di collasso dell’euro. La prossima settimana avverranno i meeting di Afme (Association for financial markets in Europe) e Isda (International swaps and derivatives association), focalizzati proprio sulle barriere difensive contro l’euro break-up.

Il nuovo prospetto dell’Efsf dà al fondo stesso un nuovo assetto d’azione. Più snello, più veloce, ma anche più rischioso. L’Efsf nella versione 2.0 potrà sempre agire sul mercato primario e su quello secondario, in collaborazione con il Securities markets programme (Smp) della Banca centrale europea (Bce), il programma di acquisto di titoli di Stato che da agosto sta contribuendo a sostenere Italia e Spagna. Ma il suo effettivo potere, 440 miliardi di euro, dipenderà molto dalla possibilità dei membri dell’eurozona di raccogliere i fondi necessari alla piena operatività dell’Efsf. Un elemento, quest’ultimo, non così scontato come si potrebbe pensare.

Tuttavia, una novità importante per l’Efsf è la possibilità di entrare nel mercato primario e poi cedere asset alle banche commerciali nelle operazioni di pronti contro termine. In sostanza, l’Efsf può comprare titoli di Stato italiani direttamente dalle aste del Tesoro e poi ha quattro opzioni: venderli agli investitori privati, tenerli fino a scadenza, rivenderli al Paese da cui li ha comprati oppure utilizzarli per i repurchase agreement con le banche commerciali. In questo modo, spiegano i tecnici del fondo Efsf, è possibile aumentare la liquidità del fondo stesso. Tuttavia, la memoria storica di questi strumenti non gioca a favore degli stessi. Facile è ricordare i Repo 105 utilizzati da Lehman Brothers nel suo periodo più buio, ma in realtà con questo stratagemma, il fondo Efsf potrebbe raccogliere liquidità in modo autonomo. Il rovescio della medaglia è dato dall’esposizione ai rischi di controparte, come per tutte le operazioni analoghe.

Il fondo Efsf, tuttavia, può anche agire come veicolo di prestito. Tre le linee di credito che è possibile attivare: Precautionary conditioned credit line (PCCL), Enhanced conditions credit line (ECCL) e Enhanced conditions credit line with sovereign partial risk protection (ECCL+). Questi tre strumenti hanno una struttura simile a quella delle linee di prestiti del Fondo monetario internazionale e serviranno per i Paesi in difficoltà. È presumibile che anche Italia e Spagna possano accedere a questa liquidità, come ha ricordato più volte il numero uno dell’Efsf, Klaus Regling.

L’Efsf è però uno strumento zoppo fin dall’inizio. In primis non doveva operare sia sul mercato primario sia su quello secondario, ma non solo. Solo nel 2013 doveva essere sostituito dallo European stability mechanism (Esm), il fondo salva-Stati permanente. Invece, la nascita di questo super veicolo sarà attivata con un anno di anticipo, se tutta la road map sarà rispettata. Difficile che però sia così, rivelano a Linkiesta fonti comunitarie. «Affinché sia completamente funzionante, l’Esm deve essere affrontare un lungo percorso e non è detto che non ci siano intoppi, anzi», spiega un funzionario della Commissione europea. Il problema è che, con una recessione già in vista, l’eurozona potrebbe non resistere per molto tempo. Certo, le azioni della Bce di Mario Draghi, comprese le operazioni di finanziamento a lungo termine (Long-term refinancing operation), possono dare una mano, ma di sicuro non risolvono i problemi di fondo.

Le nubi che si sono addensate sull’eurozona non sembrano diradarsi. Il nuovo patto fiscale è considerato troppo debole dagli investitori internazionali, che hanno già bocciato integralmente l’ultimo Consiglio europeo dello scorso 9 dicembre. Intanto, si sta deteriorando sempre più la situazione della Grecia e continuando le discussioni sulla tenuta della moneta unica. La prossima settimana l’Afme (Association for financial markets in Europe) e l’Isda (International swaps and derivatives association), due fra le maggiori lobby finanziarie globali, terranno due eventi separati per discutere sul futuro dell’euro. In particolare, l’Isda farà il punto sul piano di contingenza nell’eventualità, sempre considerata come improbabile, di un collasso dell’eurozona. I due appuntamenti seguono gli stress test che stanno conducendo CLS e ICAP, rispettivamente la maggior clearing house mondiale del mercato valutario e il più importante interdealer broker. Da alcune settimane, infatti, sono aumentati i timori su una possibile disgregazione dell’euro. Sebbene anche una banca come UBS abbia rimarcato come le probabilità di un evento di questo genere siano remote, le banche centrali mondiali e i principali operatori stanno studiando quali potrebbero essere gli effetti. La più esplicita è stata la Bank of England, il cui governatore Mervyn King ha comunicato che il Regno Unito è pronto in caso di break-up dell’euro. Dello stesso avviso è la Financial services authority (Fsa), l’authority di vigilanza finanziaria britannica, che la scorsa settimana ha avvisato le banche inglesi di tenersi pronte. Lo ha detto Hector Sants, amministratore delegato della Fsa, che ha messo nero su bianco quali sono le sue preoccupazioni sul sistema monetario europeo.

Patto fiscale, meccanismo di contenimento dell’emorragia di liquidità e tenuta dell’eurozona. Sono questi i tre macro temi che saranno trattati nello speciale meeting che i ministri europei delle Finanze terranno probabilmente il 19 dicembre prossimo. Proprio prima di Natale, quindi, per discutere il nuovo “Fiscal Pact”, ma anche di come gestire i nuovi focolai di crisi che divamperanno nel 2012. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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