Lo sport è invaso dal doping, persino a livello amatoriale

Lo sport è invaso dal doping, persino a livello amatoriale

Il limite. Tutto sta racchiuso qui. Il limite che ogni sportivo, di professione o per passione, cerca di superare. E il limite che gli scienziati chiamati ad arginare il fenomeno doping ormai non sanno più nemmeno loro possa essere. Per la serie: non c’è limite al peggio, e soprattutto, alla faccia di chi pensa che ci siano sport più esposti di altri, il fenomeno è davvero trasversale e riguarda tutti.

«Siamo all’allarme rosso: lo sport è invaso di sportivi dopati». Parole pesanti, quelle pronunciate qualche settimana fa dal presidente della Wada (organizzazione mondiale dell’antidoping) David Howman, che in un’intervista concessa alla Afp, spiega come gran parte dei dopati sfuggano alla rete antidoping, capace di fermare solo il doping “semplice”. Su 258.257 controlli effettuati nello scorso anno su tutti gli sport, solo 36 sono state le positività all’Epo (eritropoietina). Un numero patetico. Che dimostra come riusciamo a scoprire solo le positività semplici. Siete convinti che noi possediamo la scienza necessaria per scoprire il doping sofisticato? Io vi dico di no. Eppure l’Epo è la sostanza per eccellenza assunta da chi si dopa. Se vogliamo continuare la lotta, dobbiamo guadagnare in qualità e in efficacità. E arrivare finalmente a colpire l’entourage dello sportivo dopato: quanti medici e quanti avvocati sono stati radiati finora? Per questo ho deciso di lanciare questo allarme».

Si parla di sport, non di ciclismo, atletica, sci di fondo o altri sport di resistenza. Il doping tocca tutti. Il problema è che in molti sport si fa troppo poco per prevenire e combattere. I sospetti ci sono, ma sono in molti a fare orecchie da mercante, ma cominciano però ad essere sempre di più quelli che alzano la voce e denunciano il fenomeno.

«L’atteggiamento del ciclismo va preso ad esempio – ha detto recentemente a Faenza in un convegno sul tema la dottoressa Francesca Rossi, membro della Wada -. Gli altri sport fanno molti controlli, ma qualitativamente non reggono il confronto con quelli del ciclismo. Non c’è dubbio che nel ciclismo si facciano molti più controlli, lo dicono i numeri (955 i ciclisti testati quest’anno nell’ambito del passaporto biologico, ndr). Nel calcio e non solo, fanno meno controlli e non arrivano a trovare quello che si trova in uno sport che per anni è stato davvero la Cenerentola degli sport, ma oggi è all’avanguardia nella lotta al doping».

Ciclismo all’avanguardia. Ciclismo da prendere ad esempio. Senza contare che i ciclisti sono individuabili attraverso la reperibilità. Ogni atleta professionista deve compilare periodicamente la propria scheda Adams per comunicare dove è e dove sarà nei prossimi tre mesi. La mancata comunicazione fa scattare automaticamente il richiamo: alla terza è considerata come positività acclarata. Esempio: se questa sera vuoi andare a cena con amici, e quindi non sei reperibile a casa tua, devi immediatamente comunicarlo all’Uci (Unione ciclistica internazionale). Se vogliono, gli ispettori antidoping ti raggiungeranno per un controllo a sorpresa dove tu hai comunicato di essere con la tua famiglia e i tuoi amici. Insomma, i ciclisti è da anni che sono in libertà vigilata. Ma questo è un altro discorso.

Proseguiamo invece con le parole della dottoressa Rossi: «Il ciclismo vanta numeri che altre federazioni si sognano – ha precisato -. Con coscienza il ciclismo ha voluto e sovvenzionato in prima persona il passaporto biologico, che sta dando frutti importanti e su cui si deve continuare a lavorare assieme. Il nostro compito è difendere lo sport, dobbiamo ricordarci che gli atleti sono sempre guidati da qualcuno. I campioni sono fragili, focalizzati appieno nel proprio lavoro, nei team la differenza la fanno i medici».

Sempre a Faenza, in questo meeting voluto dal sindacato dei corridori (Accpi) e dall’associazione medici del ciclismo (Aimec), estremamente apprezzato è stato anche l’intervento di Benedetto Roberti, sostituto Procuratore della Repubblica di Padova.

«Il vero problema non è più lo sport professionistico, ma quello amatoriale e giovanile – ha spiegato il magistrato che sta conducendo una delle più importanti e complesse inchieste doping che va a toccare anche Lance Armstrong -. Ci vuole una profonda crescita culturale, ma è necessaria anche una nuova legge. Quella vigente è buona, molti paesi esteri ce la invidiano, ma va migliorata perché le indagini dicono che il problema è molto complesso e non riguarda mai solo il singolo individuo. La legge antidoping dovrebbe essere equiparata alla normativa sul traffico di stupefacenti: il doping è un reato transnazionale, bisogna colpire le associazioni a delinquere che ricavano profitti alle spalle degli atleti e per questa ragione è necessario inasprire le pene e consentire più ampi strumenti investigativi. La repressione è indispensabile, ma non basta».

E ancora: «È chiaro che indagando si trovano soprattutto ciclisti o sportivi di discipline meno strutturate e più vulnerabili. Il ciclismo si fa sulle strade, non ha un ritiro, non ha una struttura chiusa come il calcio, che è in pratica invalicabile. Confermo poi che gli amatori si dopano più dei professionisti. Si va dal commercialista all’operaio: è un problema culturale».

Sulla stessa lunghezza d’onda Francesca Rossi, che affonda il colpo. «Non è un mistero – dice -: è stato scritto ma la cosa è passata via senza lasciare traccia: ai mondiali di calcio in Germania, quelli vinti dall’Italia di Marcello Lippi nel 2006, la commissione Wada si era presentata in Germania per una serie di controlli che però non sono stati possibili, perché la Fifa e il suo presidente Joseph Blatter, ha posto il veto: “Qui i controlli li facciamo solo noi. Grazie per l’interessamento”».

Molti sport cercano di chiudere le maglie della rete antidoping e altri preferiscono chiudere molto più semplicemente le porte in faccia a chi i controlli vorrebbe semplicemente eseguirli. C’è chi è obbligato a dare sempre, 365 giorni all’anno la propria reperibilità e ha adottato il passaporto biologico, e chi nemmeno fa l’esame sague-urina (al Sei Nazioni di rugby, ad esempio non lo fanno. Così come nel tennis o nel nuoto). Una lotta al doping a due/tre velocità. Intanto, però, il fenomeno dilaga, e assume connotati sempre più gravi e inquietanti.

Non è di oggi il problema del traffico dei farmaci trafugati direttamente dagli ospedali. Un mercato nero di prodotti che servirebbero ai malati (anche di tumori) e che finiscono invece, grazie a infermieri che lascio a voi definire, sul mercato nero del doping.

Ma non è tutto. Ospedali derubati, ma anche raggirati. È della scorsa settimana la notizia che i carabinieri del Nas di Pescara hanno eseguito sette misure cautelari, emesse dal Gip del Tribunale di Pescara, per una indagine sul doping iniziata nel 2009. L’ operazione ha consentito il sequestro nelle farmacie ospedaliere di Pescara, Chieti e Atri (Teramo) di numerose ricette del Servizio sanitario nazionale falsificate nella firma dei medici convenzionati per l’approvvigionamento di anabolizzanti e ormone della crescita. Le intercettazioni telefoniche e i sequestri di ricette e farmaci, «confermavano l’esistenza di un’organizzazione
criminale dedita all’approvvigionamento di farmaci dopanti tramite ricette ripetibili (ricette bianche) e del Ssn, recanti intestazioni di medici inesistenti, alla commercializzazione dei prodotti dopanti, determinando significativi danni patrimoniali al Servizio Sanitario Nazionale, considerato l’elevato costo del farmaco trafugato (50-60 euro a dose)», si legge in una nota dei Nas.

C’è un po’ di tutto in questo mondo dove ci si dopa così per sport. C’è la malavita organizzata, ma anche la malafede di certe nazioni, come la Spagna: da anni al centro di sospetti per le sue vittorie strabilianti in ogni disciplina sportiva, finalmente il 29 novembre scorso ha deciso di adottare il regolamento Wada. «Questa legge ha come scopo quello di proteggere gli sportivi e di rinforzare l’immagine del nostro sport nel mondo» ha dichiarato il portavoce del neo governo iberico.

In realtà la Spagna non poteva fare altrimenti perché la candidatura di Madrid per i Giochi del 2020 prevede l’obbligo di adozione di tutte le norme Wada in materia di lotta al doping, pena l’esclusione dalla corsa alle Olimpiadi. E vedrete, nel breve volgere di tempo non saranno più così fenomeni.

*direttore di tuttoBICI e tuttobiciweb.it 

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter