Ma quale rivoluzione, in Russia si fanno solo colpi di Stato

Ma quale rivoluzione, in Russia si fanno solo colpi di Stato

In Russia, così come in Medio Oriente e, anni fa, in Asia Centrale, non è in atto una “rivolta democratica”, ma un colpo di stato. Stanno cambiando gli equilibri di potere interno, perché la popolazione non crede più nella capacità del sistema putiniano di creare e distribuire benessere e nuove coalizioni di potere stanno emergendo.

È vero che le piazze sono piene di gente: la maggiore manifestazione a Mosca pare abbia radunato fino a 50 mila persone, mentre dimostrazioni sono state organizzate in «tutti e nove i fusi orari della Russia», secondo quanto riporta il New York Times. Ma, ancora una volta, cerchiamo di non essere troppo “etno-centrici”: una rivolta di piazza in Russia non ha lo stesso significato che può avere in Occidente, dove siamo passati attraverso rivoluzioni francesi e illuminismi, esprimendo valori molto diversi. Per comprendere il valore delle proteste in Russia è necessario osservare cosa c’è di nuovo – e cosa no – rispetto alla storia russa.

In particolare, due elementi sono determinanti: la televisione pubblica sta mostrando le manifestazioni, e la polizia ha arrestato solo un centinaio di persone, lasciando i dimostranti tutto sommato liberi di esprimersi. Insomma, vale la pena di chiederselo: perché la polizia russa con i manifestanti di Mosca è stata più tenera rispetto ai colleghi statunitensi contro “Occupy Wall Street”? Chiaramente è un paradosso: i dimostranti russi non hanno occupato piazze con attrezzature da campeggio, e non hanno sfidato le forze dell’ordine su ponti stradali. Comunque, la polizia russa ha disatteso la tradizione sovietica di controllo delle grandi manifestazioni, che prevede un uso immediato di manganello e manette, non necessariamente in quest’ordine.

È evidente che qualcosa sta avvenendo tra le sfere di potere statali, che consente alla gente di scendere per strada con cartelli e iPad.
C’è anche qualcosa di “consueto” nei movimenti degli ultimi giorni. In Russia dietro le quinte delle rivoluzioni c’è sempre la trama dei colpi di stato. Il potere è sempre passato di mano così, nei momenti epocali della grande nazione eurasiatica. Fu un colpo di stato la Rivoluzione d’Ottobre. Anni dopo, la rivoluzione dall’alto alla fine degli anni Ottanta portò alla presidenza Eltsin. Questi, per limiti politici e umani, basò il suo potere su un sistema di “oligarchi”, casta fin troppo determinante nel definire la linea governativa del Cremlino. La contro-rivoluzione di Putin, tra folle di gente in protesta, puntò inizialmente al ridimensionamento dell’influenza degli oligarchi, favorendo gli “allineati”, come Vagit Alekperov di Lukoil, e arrestando i “ribelli”, come l’ambizioso Mikhail Kodorkovsky di Yukos.

Il sistema di potere putiniano si basò poi ampiamente su circoli alternativi a quelli dei “tycoon” di media ed energia, preferendo gli amici dell’Fsb (denominati i “Cekisti di Pietroburgo) e un gruppo di fedeli selezionati durante l’esperienza di Putin da sindaco di San Pietroburgo: dalle proteste di piazza, si era passati al rigore oscuro delle amicizie politico-militari.

L’aspetto interessante di tutti questi cambiamenti è la presenza costante di una serie di elementi precisi. Prima di tutto, c’è una generale insoddisfazione popolare: quella del proletariato nel 1917, e di tutta la popolazione durante le gravi recessioni alla fine dei mandati di Gorbaciov ed Eltsin. Iniziano poi alcune rivolte e agitazioni di piazza, che portano qualcuno in Occidente a credere che, finalmente, la Russia diventerà una società più “giusta” e “umana”.

In realtà, l’insoddisfazione viene sempre addomesticata da qualche gruppo di potere, che limita la portata dei cambiamenti preferendo una qualche misura di “ordine”. Si scopre poi che il gruppo di potere ha favorito e canalizzato le proteste. È per questo che le speranze di cambiamento post-1991 si sono dovute scontrare con l’incapacità di Eltsin di smarcarsi dal controllo degli oligarchi, che peraltro “pagarono” la sua rielezione nel 1996, rendendolo completamente loro succube. È per questo che Putin, nel reagire allo strapotere di banchieri e petrolieri, dovette introdurre un’altra misura di controllo, rappresentata dai legami di fedeltà con amici di partito e barbe finte.

Ma anche gli oligarchi amici, oggi, non si sentono più garantiti. Troppa è la volubilità nel metro di giudizio dell’ “amicizia”. Nikolai Maksimov è stato nella lista di Forbes che raduna i cento uomini più ricchi di Russia, ed è stato incarcerato brevemente lo scorso febbraio per frode fiscale. Ha commentato solo: «Ero nella lista di Forbes, adesso vado in prigione. È normale, in Russia». Per il resto, chi ha i soldi non si sente più garantito economicamente, e i capitali hanno ripreso ritmi forsennati di fuga verso l’estero: è una reminiscenza dei periodi più neri degli anni Novanta.

Le rivoluzioni sono anarchiche in quanto tali e dal magma emerge poi un nuovo ordine. Difficilmente in Russia potrà sorgere un ordine democratico come lo intendiamo noi: la storia è diversa, e soprattutto la presenza di interessi immani dal punto di vista statale, tra risorse naturali e forze armate, convince molti che la priorità del “controllo” sia più urgente di quella della “partecipazione”. È chiaro che il sistema Putin-cekisti-oligarchi amici non è più in grado di garantire tale “controllo”. Ultimamente, il presidente eletto si sta appoggiando ai consigli politici di personaggi da operetta, come il consigliere presidenziale Vladislav Surkov dal pedigree esogeno rispetto ai gruppi pietroburghesi. Qui la storia si fa interessante: è nato nel febbraio 2009 un partito di “opposizione” chiamato “Giusta Causa”, che univa alcune formazioni centro-liberali. L’oligarca Mikhail Prokhorov era uno dei dirigenti, ma in settembre si è dimesso sostenendo che il partito era un “burattino del Cremlino”, animato da un “puparo” chiamato, per l’appunto, Vladislav Surkov.

“Giusta Causa” ha deluso alle elezioni, ma nella nostra analisi serve solo come termometro del potere. Surkov, secondo Prokhorov, controllerebbe infatti tutto il Cremlino e le sfere che gli ruotano attorno: avrebbe «privatizzato il sistema politico, disinformando da lungo tempo i leader politici su cosa sita succedendo nel sistema politico, mettendo pressione sui media, e manipolando le opinioni dei cittadini». Surkov ha contatti con le alte sfere dell’amministrazione, con i capi delle forze di polizia e con i media – gli stessi che, ultimamente, stanno riportando con un qualche grado di fedeltà le notizie sulle manifestazioni.

Prima delle elezioni, l’agenzia di notizie statale Ria-Novosti aveva ricevuto l’ordine di non tradurre in russo le critiche estere a Putin, e prima che la tv statale mostrasse le immagini degli scontri sono passati alcuni giorni. Qualcuno ha deciso un cambio repentino di strategia, perché aveva interesse in questo senso. Se le cose succedono per caso, è perché il caso, molto spesso, ha nome e cognome. 

*Docente di economia e politica presso l’Università di Potsdam e Senior Fellow di bigs-potsdam.org

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