Raphael 1993, quando Minzolini raccontava la fine degli altri

Raphael 1993, quando Minzolini raccontava la fine degli altri

ROMA – Hotel Raphael, giovedì sera, un’ora dopo che la Camera ha respinto quattro autorizzazioni a procedere su sei contro Bettino Craxi. Sembra di esser tornati indietro di un anno. È come il palcoscenico di un vecchio teatro che per una volta, un’unica volta, riaccende i riflettori per una recita. Arrivano le donne del Psi da Margherita Boniver ad Alma Cappiello, a Rosa Filippini, per congratularsi con il Craxi risorto. Poi, ci sono le persone di casa qui al Raphael, dai deputati Geppino Dimitry e Carlo Damato, al sempre presente Luca Iosi. Si parla, si festeggia e si brinda.

Lui, Craxi ancora una volta, un’unica volta, troneggia. E, in questo momento di gloria, se la prende direttamente con il procuratore di Milano, Borrelli, che già protesta per il voto di Montecitorio: «Ha sconfinato: lui non è né Capo dello Stato, né di governo, né presidente di una delle due Camere. Visto che ha criticato una decisione della Camera, Napolitano farebbe bene a rispondergli. Il voto del Parlamento deve essere rispettato da tutti, anche dai magistrati». Il tempo vola e intorno alle 22 toh, chi si rivede nei paraggi del Raphael, il vecchio amico di un tempo, «Sua Emittenza», il cavaliere Silvio Berlusconi. Hotel Raphael venerdì sera.

A piazza Navona Achille Occhetto spara le sue bordate contro il Craxi che l’ha fatta franca. L’albergo è difeso forse meglio di Montecitorio. Per arrivarci bisogna superare due cordoni di celerini. Parcheggiati su via Febo ci sono tre blindati dove affluiscono le notizie sulle varie manifestazioni che si svolgono nella capitale contro Craxi. Un’attivista «kamikaze» della Rete volantina ciclostilati contro l’immunità parlamentare tra gli agenti della scorta. Lui, invece, irato, come un leone in gabbia, passeggia nella hall del Raphael. Esce l’ex-direttore del Tgl, Bruno Vespa, che reclamizza agli altri cronisti un’intervista con il segretario: «Ha ammesso – dice una cosa importante: sapeva che nella stanza della sua segretaria a Milano Larini portava dei soldi». Anche il Tg2, quello che una volta era soprannominato «teleCraxi», chiede udienza. Ma l’ex segretario rifiuta, ce l’ha con quelli che considera alla stregua di «traditori». «Io non rilascio battute al volo – risponde -, se volete mi invitate a Pegaso». E mentre si sentono le accuse di Occhetto, quasi strillate al microfono del palco di piazza Navona, l’ex-segretario del Psi non rinuncia a sparare contro quella ripicca del Pds, uscito dal governo solo per protestare contro il voto della Camera. «Ma su – si sfoga – se debbono entrare nel governo alla chetichella, di malavoglia e divisi, allora è meglio che non entrino per niente. Il mio caso per loro è stato solo un pretesto: che c’entra il governo con il libero voto del Parlamento? Ecco perché penso che il governo debba andare avanti».

La folla dei curiosi sotto l’albergo aumenta. Si sentono gli slogan: «vergogna», «a San Vittore», «sei finito». Dentro l’albergo Craxi stringe i pugni e insorge: «Sentite il popolo? C’è un po’ di squadrismo in giro. Mettetevelo in testa». Più tardi, nel palazzo della Fininvest dove si reca per partecipare all’Istruttoria di Giuliano Ferrara, l’ex-segretario del Psi si sfoga ancora: «Sotto il mio albergo mi hanno insultato per un paio d’ore. I miei collaboratori sono stati aggrediti. Poi, volevano che uscissi da un ingresso secondario. Ma io sono uscito dalla porta principale. Per la prima volta ho vissuto sulla mia pelle lo squadrismo». Ventiquattr’ore tra giovedì e venerdì, ventiquattr’ore di interviste e di parole, un’ubriacatura di sensazioni e ricordi passati, quando poteva, poteva tutto.

Ma a Craxi questo ritorno alla ribalta piace e non piace: gode per quelle telecamere che tornano a posarsi con cupidigia su di lui, ma sa anche che questa attenzione spasmodica sul suo caso può diventare una sentenza e il brindisi di giovedì sera, di fatto, può diventare quello del condannato che gioisce per aver rin- viato di qualche giorno la sentenza. Ecco perché l’ex-segretario del Psi trascorre il suo giorno di gloria tra momenti di euforia, di collera e di cupa depressione. Del resto a quale ex-presidente del Consiglio è mai capitato di sentire un passante gridare «al cappio», mentre rilascia delle interviste alla tv? Lui fa finta di niente.

Il leader del Psi attacca i giudici di Milano: il voto del Parlamento va rispettato da tutti. Anche dai magistrati. «Sì confida seduto sul divano del bar dell’hotel Raphael, in uno dei momenti di questa giornata vogliono un capro espiatorio, una vittima da immolare, da sacrificare. Non cercano la mia sconfitta politica, cercano il rogo… Se volete un precedente andatevi a rileggere la Colonna infame e quella prefazione di Leonardo Sciascia. Eppoi che vogliono da me? Non è mica colpa mia quel voto. Pretendevano che non mi difendessi? La verità è che ci sono violenti che usano il loro potere in modo violento e avventurieri che cercano di pescare nel torbido». 

I suoi, i fedelissimi, lo seguono e non parlano. E guai se qualcuno dice che sul voto del Parlamento ha influito anche la voglia di elezioni della Lega o di Rifondazione. Lui respinge ogni insinuazione e taglia corto: «È stato un voto trasversale». Parla Craxi, attacca e denuncia. Lui non si nasconde, lui ammette che i partiti dal dopoguerra hanno avuto un finanziamento illegale. «Non faccio – dice come quei segretari che fanno finta di niente con gli occhi dei bambini appena usciti dal paese dei balocchi… sì, quei finanziamenti ci sono stati e si è sbagliato, ma per me in un certo senso è stato ancora più immorale chi ha ricevuto finanziamenti per tanti anni dal blocco politico militare avversario del nostro Paese, dal Pcus e dal Kgb».

Parla di tutti e spara su tutti. Non risparmia neanche il nuovo segretario del Psi che pure appena qualche mese fa ha votato. Domanda: «Benvenuto dice che il voto alla Camera è stato un attacco alle istituzioni?»; «E allora – risponde – Benvenuto ha certamente detto una bestialità». E di quella gente che protesta, di quelle persone che lo insultano, che vogliono la sua testa? Neanche su questo Craxi arretra: «Non mi parlate – dice – di gente. La gente deve avere un nome e un cognome. Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità».

Ma forse, in fondo in fondo, non è così: quel suo alzare la voce, quel suo parlare spavaldo, può anche essere un modo per nascondere la paura. A Biagio Marzo, un deputato pugliese che non lo ha abbandonato e che gli ha confidato di voler lasciare la politica, l’ex-segretario del Psi proprio nel giorno del suo ritorno ha confessato un timore: «Sembra che in questo Paese tutti vogliano un piazzale Loreto».  

Augusto Minzolini*

*titolo originale “Brindisi al Bettino risorto”, pubblicato su La Stampa il 1 maggio 1993. (Testo tratto dall’Archivio Storico de La Stampa)

Leggi anche:

1993: quel giorno al Raphael Craxi non uscì dal retro di Alessandro Marzo Magno