La Merkel coccola Monti ma ai mercati non interessa

La Merkel coccola Monti ma ai mercati non interessa

Avrà anche convinto Angela Merkel sulla bontà della manovra economica italiana, ma Mario Monti non ha di sicuro rassicurato i mercati finanziari. Il presidente del Consiglio è volato a Berlino per discutere con il cancelliere tedesco delle misure che l’Italia metterà in campo per evitare il peggio. All’ampia soddisfazione della Merkel, tuttavia, non corrisponde un responso positivo degli investitori. Quest’ultimi continuano a guardare con attenzione alla situazione italiana. In particolare, il focus è sulle aste di titoli di Stato di domani e venerdì. Intanto, aumentano ancora i Credit default swap (Cds) sull’Italia: i contratti aperti sui derivati di credito che immunizzano dall’insolvenza tornano a salire. Ora sono oltre 9.600.

I movimenti dei mercati obbligazionari sono stati nervosi. Il titolo di Stato decennale italiano ha ballato lungo il tasso d’interesse del 7%, mentre non si è vista l’azione della Banca centrale europea. Come riferiscono diversi trader a Linkiesta, Francoforte non è entrata sul mercato secondario tramite il Securities markets programme (Smp) per tutta la giornata. Nonostante questo, lo spread fra Btp e Bund, cioè il differenziale di rendimento fra i titoli decennali italiani e tedeschi, è tornato sotto i 520 punti base. Gli occhi sono puntati su domani, quando il Tesoro collocherà Buoni ordinari del Tesoro (Bot) con scadenze a tre e dodici mesi, e su venerdì, quando andranno in asta Btp con diverse scadenze. Il presidente del Consiglio Monti oggi ha ribadito che i tassi a cui sono scambiati sul mercato secondario i titoli italiani «se prima potevano essere giustificati, ora non lo sono più». Gli investitori, tuttavia, sembrano essere più interessati alle misure concrete che ai proclami. Le stesse misure che Monti ha sottolineato che arriveranno nei prossimi giorni. Intanto però lo spread rimane ancora sui 500 punti base.

Allo stesso modo, sul mercato del credito, l’Italia è rimasta sotto pressione. I volumi dei Cds sul debito italiano sono in continuo aumento. Secondo i dati della Depository trust & clearing corporation (Dtcc), oggi il valore nazionale lordo è pari a 303,286 miliardi di dollari, mentre quello netto è pari a 21,359 miliardi. Nel complesso i contratti Cds attivati dagli investitori a protezione sono stati 9.664, stando all’ultimo report della Dtcc relativo al 6 gennaio scorso. Un anno fa, la percezione del rischio di un fallimento dell’Italia era assai diversa. Nonostante i volumi fossero sempre i più elevati al mondo, complice l’enorme stock di debito italiano, il valore nazionale lordo era pari a 267,328 miliardi di dollari e quello netto di 25,934 miliardi, per un totale di 7.909 contratti accesi. «È vero che il valore nazionale netto è in calo rispetto a un anno fa, ma non bisogna stupirsi», spiega un hedge fund manager statunitense a Linkiesta. «Quando avvengono grandi scambi sui Cds, la diluizione del valore netto rispetto ai contratti aperti è abbastanza comune», continua il gestore. Questo perché nel valore nazionale lordo rientra il contratto di acquisto (o vendita) fra un soggetto A e un soggetto B, mentre in quello netto si calcola il valore su cui è stata comprata la protezione. «L’incremento del numero dei contratti aperti è il sintomo del nervosismo intorno all’Italia e alle sue capacità di ripagare le sue obbligazioni», spiega il manager. Il risultato è che oggi il valore del Cds italiano è stato l’unico, insieme a quello tedesco, a salire nell’eurozona, ritornando a 520 punti base.

Questa crisi si potrà risolvere solo con azioni concrete. La situazione italiana sta intimorendo, e non poco, i mercati. Sebbene il rapporto deficit/Pil italiano per i primi nove mesi del 2011 è stato il più basso dal 2008, attestandosi al 4,3%, gli investitori sono allarmati da una recessione che potrebbe peggiorare la situazione dei conti pubblici. A specificarlo con dovizia di particolare non è solo Citigroup, ma anche l’agenzia di rating Fitch. Il responsabile della divisione Global Sovereign, David Riley, ieri ha spiegato che «l’Italia non ha bisogno di una ristrutturazione del debito», ma oggi invece ha rincarato la dose. Senza il supporto della Bce è possibile che si apra uno scenario catastrofico, quello del collasso dell’euro, spiega l’analista. «È difficile credere che l’euro possa sopravvivere se l’Italia non si salva», dice Riley. Non a torto.

Sull’onda delle tensioni intorno all’eurozona, la divisa unica europea ha perso terreno nei confronti contro il dollaro. Il cross fra euro e biglietto verde è sceso sotto quota 1,27, toccando il livello di 1,2662, il minimo dal luglio 2010. La discesa è destinata a non fermarsi. La maggior parte delle principali banche d’investimento mondiali prevede che l’euro possa scendere fino a quota 1,20 entro la fine dell’anno. Il tutto sperando che la congiuntura non peggiori ulteriormente.

fabrizio.goria@linkiesta.it

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