Le aperture economiche birmane convincono l’Occidente in crisi

Le aperture economiche birmane convincono l’Occidente in crisi

Le Istituzioni Finanziarie Internazionali saranno le benvenute nell’ex-Birmania. Grazie al via libera di Washington, Banca Asiatica di Sviluppo, Fondo Monetario, Banca Mondiale e altre istituzioni potranno avere un ruolo più attivo nel panorama economico e politico birmano. Il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha firmato l’autorizzazione a limitare le sanzioni economiche imposte nei confronti della vecchia giunta militare che, dalle elezioni avvenute nel novembre del 2010, ha avviato una serie di riforme che lasciano ben sperare per il futuro del Paese est asiatico. Una politica di isolamento decisa all’indomani della repressione dell’esercito birmano nei confronti dei manifestanti che, nel 1988, bloccarono il Paese con una serie di scioperi e dimostrazioni al grido di “Democrazia”, conclusesi poi con la morte di oltre tremila persone. Sanzioni che, è bene ricordarlo, hanno sempre escluso il settore energetico, lasciando piena libertà di azione alla statunitense Chevron e la francese Total. 

Un primo passo, atteso dagli ex generali e dal presidente birmano Thein Sein che in un’intervista rilasciata all’inizio dell’anno al Washington Post – la prima dell’ex primo ministro ad un media estero – aveva sottolineato la necessità e l’importanza di eliminare le sanzioni. «Vorrei che venissero ridotte e magari nel tempo cancellate definitivamente», aveva dichiarato l’ex generale cresciuto all’ombra di Than Shwe, leader indiscusso fino alla nascita del nuovo governo civile instauratosi ufficialmente nel marzo dello scorso anno.

Il presidente birmano Thein Sein
Un passo necessario, quello statunitense, preceduto nell’ordine da Australia e Unione europea – che nelle scorse settimane avevano deciso di aprire le porte dei propri confini a ex generali e rappresentanti del governo – e auspicato da Thein Sein, convinto di aver «adempiuto alle richieste dei Paesi occidentali»: rilascio dei prigionieri politici, elezioni parlamentari, garanzia ad Aung San Suu Kyi, leader di Lega Nazionale per la Democrazia, «di prender parte al processo politico» del Paese. La figlia del “Padre della Nazione”, generale Aung San, è infatti in piena campagna elettorale e in corsa per un seggio in parlamento nelle elezioni suppletive programmate per il primo aprile prossimo.

Un quadro del tutto inatteso solo due anni fa e che ha spiazzato un po’ tutti, compresa la comunità birmana in esilio. Non forse le grandi agenzie umanitarie e di sviluppo di Stati Uniti, Unione europea e Regno Unito (USAID, UKAID, ECHO) già da tempo impegnate con progetti sia nell’ex-Birmania, che lungo il confine con la Thailandia dove, dai primi anni ’80 del secolo scorso, sono iniziati ad arrivare fuoriusciti e rifugiati in fuga dagli attacchi dell’esercito birmano.

È qui che hanno trovato riparo oltre 146mila profughi, 92mila dei quali registrati come rifugiati in nove campi gestiti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite. A loro si aggiungono quasi 55mila richiedenti asilo e oltre 540mila “stateless people”. Persone senza Stato, senza documenti: fantasmi sfruttati dal settore manifatturiero locale.

In gran parte appartenenti a gruppi etnici minoritari come Karen, Shan, Mon, Kachin e Karenni. Costretti ad abbandonare i propri villaggi e varcare il confine dopo settimane di fuga e paura. Un esodo che non ha mai avuto fine e che negli ultimi anni ha visto i suoi massimi alla fine del 2007, quando la giunta decise di intervenire duramente contro le proteste pacifiche che avevano visto protagonisti anche i monaci buddisti e, nel 2010, alla vigilia delle elezioni, quando l’esercito sferrò una dura offensiva contro alcuni gruppi paramilitari su base etnica come il Karen National Liberation Army (KNLA), il braccio armato dell’organizzazione politica Karen National Union (KNU), in lotta contro l’esercito birmano dal secondo dopo guerra del XX secolo.

«È vero, un primo incontro sul cessate il fuoco tra noi e il governo c’è stato, ma è solo un primo passo di un lungo cammino», ha dichiarato un membro del KNU raggiunto da Linkiesta a Mae Sot (Thailandia) e che ha preferito non rivelare il proprio nome. «A questo primo incontro ne seguiranno altri, ma fondamentale sarà riuscire a raggiungere un accordo politico più che un patto di non belligeranza. Sinceramente non so se il governo approverà il nostro piano in undici punti».

Se la lotta di liberazione Karen era iniziata nel 1948 con l’obiettivo per l’indipendenza, oggi, il KNU chiede «insieme ad altre organizzazioni etniche la creazione di uno Stato Federale, in cui ogni singolo Stato abbia un proprio margine di autonomia, compreso un proprio esercito». Un obiettivo difficile da raggiungere, «visto che la vecchia giunta si è sempre rifiutata di discutere su questi termini e che secondo loro vale il principio “Una nazione un esercito”. Noi per ora vogliamo che il governo discuta con tutte le organizzazioni, ma solo dopo che sia stato raggiunto un cessate il fuoco unitario», ha sottolineato il membro dell’organizzazione politica.

Un obiettivo, però, ancora da raggiungere dato che nello Stato Kachin l’esercito birmano non sembra aver rispettato l’ordine di tregua del governo con la Kachin Independence Organization (KIO). «Truppe birmane si sono ammassate a pochi km dalle nostre postazioni e se qualcosa dovesse andare storto durante i negoziati, sono convinto che ci attaccheranno senza alcuna remora», ha infine aggiunto il leader del KNU.

Una storia già vista. Questa volta però, tutti sperano per il meglio, soprattutto i governi occidentali, dato che quelli asiatici non hanno mai bloccato le proprie relazioni economiche commerciali con il Paese che nel 2014 assumerà la presidenza dell’Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico. Del resto, nel grande scacchiere della politica internazionale, bisogna pur sacrificare fanti e cavalli per conquistare terreno. E poco importa se la Costituzione birmana è ancora quella scritta dalla vecchia giunta militare e votata in un referendum che non fu né democratico né equo e che non rispetta le istanze dei gruppi etnici. In tempi di crisi economica e con l’ombra del drago cinese che impera, è necessario dover cedere qualcosa per soddisfare i propri bisogni e mantenere in vita un modello economico e politico internazionale sempre più in crisi e che nessuno ha il coraggio di affrontare.

Forse, anche per questo nelle conferenza stampa al termine dei loro tour birmani, i rappresentanti politici occidentali non riescono ad essere convincenti, ripetendo un copione già noto e guardando in basso come in cerca di un suggerimento dal vicino di banco.  

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