“Rimandatemi in Tunisia”, ma la burocrazia lo tiene in carcere

“Rimandatemi in Tunisia”, ma la burocrazia lo tiene in carcere

CASTROVILLARI (COSENZA) – Arrivano in Italia colmi di speranze e di solito sono costretti a rivederle in peggio. Arrivano per cercare lavoro ma spesso, per tentare di sbarcare il lunario, si ritrovano a compiere piccoli reati da strada. Sono tante le storie di immigrati che sbarcano nel nostro Paese e che, nonostante tutto, non vogliono più andarsene. A Castrovillari (Cosenza) invece, c’è un immigrato che vorrebbe lasciare di sua volontà il nostro Paese, ma è costretto dallo Stato a rimanerci. E per giunta in carcere.

Kouki Lotfi è un tunisino di 43 anni, recluso nel carcere di Castrovillari e condannato il 13 Novembre del 2001 dalla Corte di Appello di Bologna a una pena di 7 anni, per furto e detenzione di droga. La sentenza, non impugnata in Cassazione, diviene definitiva il 1° Aprile del 2003, ma viene applicata soltanto l’11 Aprile del 2005, quando Lotfi viene arrestato. A questo punto il tunisino deve scontare i 7 anni di pena, ma decide di lasciare l’Italia prima del termine di scadenza della sua pena. Come? Avvalendosi della famosa legge Bossi-Fini. 

La legge 189 del 2002, che prende il nome dai due principali promotori, prevede all’articolo 15 l’ “espulsione a titolo di sanzione sostitutiva o alternativa alla detenzione”. Secondo la legge, allo straniero cui mancano meno di due anni da trascorrere in carcere, può fare richiesta di espulsione e convertire la parte restante della propria pena, nell’espulsione dal territorio italiano. La legge stabilisce anche che “questa tipologia d’espulsione duri per un periodo non inferiore ai cinque anni”, durante i quali l’immigrato che ne abbia usufruito, non potrà tornare nel nostro paese.

Così il 2 Marzo 2011, a distanza di circa 13 mesi dalla scadenza dei 7 anni di reclusione e quindi, come prescritto dalla legge, all’interno degli ultimi due anni di pena da scontare, Lotfi compie un’ istanza per tramutare questo periodo di carcerazione restante, nell’espulsione dal nostro Paese. Passano 6 mesi e il 7 Settembre 2011 la Questura di Cosenza con il decreto numero 2868/2011 firmato dal magistrato Lucente, da l’ok all’espulsione. Tutto sembra andare per il verso giusto, ma non è così.

Come conferma a Linkiesta il legale del tunisino Riccardo Rosa, «ad oggi, Febbraio 2012, e in prossimità della scarcerazione lontana ormai solo 2 mesi, Kouki Lotfi si trova ancora rinchiuso nel carcere di Castrovillari». Infatti, a causa del lungo periodo trascorso in galera, «il passaporto di Lotfi è scaduto e fin quando non sarà rinnovato, il tunisino non potrà essere imbarcato verso il suo paese d’origine», continua l’avvocato Rosa. Insomma fino a quando non ci sarà l’ok del consolato tunisino, Lotfi resterà in carcere.

Ufficialmente il 43enne tunisino è un cittadino espulso dallo Stato italiano, ma come spesso accade in altri casi simili di clandestini fermati dalle autorità, c’è un limbo temporale che separa la consegna del foglio di via, dal momento in cui effettivamente lo straniero lascia il nostro Paese. La legge indica in 10 giorni il periodo che passa dalla consegna del foglio di via, all’espletamento delle pratiche necessarie all’applicazione del decreto di espulsione. Il costo e le operazioni di reimbarco dell’immigrato espulso sono a carico dello Stato. In caso di fuga dell’immigrato ufficialmente già espulso, ma non ancora reimbarcato verso il paese d’origine, lo Stato è tenuto a ritrovare l’interessato e a trattenerlo in uno dei Centri di Identificazione ed Espulsione (Cie) sparsi in tutta Italia.

Nel caso specifico di Lotfi però è lo Stato italiano che, a causa di lungaggini burocratiche interne, trattiene il cittadino tunisino nelle proprie carceri, malgrado abbia già deciso di imbarcarlo verso il suo paese d’origine e nonostante l’immigrato non si sottragga affatto alla misura di espulsione, ma l’abbia richiesta lui stesso.

Le carceri italiane sono sovraffollate e un posto libero in più, seppur unico e non decisivo per risolvere l’enorme emergenza carceraria italiana, farebbe comodo ai tanti già rinchiusi in celle predisposte per ospitare molti meno detenuti di quanti ne accolgono effettivamente. Si calcola infatti che, a fronte di una capienza totale dei nostri istituti di pena pari a 45mila 688 posti, questi contengono 66mila 973 detenuti, come testimoniano i dati relativi all’ultima rilevazione del 31 Gennaio scorso, disposta dal Ministero della Giustizia.

Negli ultimi anni la legge Fini-Giovanardi del 2006 sugli stupefacenti e l’approvazione del “Pacchetto Sicurezza” nel 2009, applicato alla legge Bossi-Fini del 2002 sull’immigrazione, hanno causato circa il 60% delle nuove detenzioni, come raccontato da Linkiesta. Grazie alla Fini-Giovanardi le nostre carceri si sono riempite soprattutto di persone condannate per reati connessi al consumo di stupefacenti. Se la Fini-Giovanardi del 2006 ha avuto un incidenza del 44% sul totale dei nuovi ingressi in carcere nell’intero 2009, il pacchetto sicurezza del 2009 collegato alla Bossi-Fini ha rappresentato il pretesto per il 25% dei nuovi arresti nello stesso anno di riferimento. Nonostante quest’ultimo provvedimento abbia portato ad un oggettivo aumento degli ingressi in carcere, non si può certo dire che abbia funzionato anche in uscita, alla luce dei tanti casi simili a quello del 43enne tunisino rinchiuso nel carcere di Castrovillari.

«Kouki Lotfi non è l’unico immigrato in carcere che ha fatto richiesta di convertire la parte restante della sua pena, nell’espulsione dal nostro Paese – conclude l’avvocato Rosa – ci sono altri casi analoghi per i quali lo Stato, a causa delle sue lungaggini burocratiche, è costretto a sostenere le spese per il mantenimento in carcere e inoltre, arriva a negare di fatto un diritto stabilito da una legge in vigore sul territorio nazionale».

Lotfi oltre al danno, rischia anche la beffa di ricevere il passaporto rinnovato dopo la scadenza dei termini di custodia cautelare, prevista per l’11 Aprile prossimo. Malgrado ciò, il tunisino non ha manifestato alcuna intenzione di rivalersi con lo Stato italiano in sede civile per il trattamento ricevuto, al contrario di quanto successo in altri casi.

Nell’agosto del 2009 infatti, l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea di Strasburgo a risarcire con mille euro un detenuto bosniaco, che si era rivolto all’organismo europeo per lamentare lo stato di sovraffollamento della cella in cui viveva. La Corte stabilì che il detenuto bosniaco aveva trascorso il periodo dal Novembre 2002 all’ Aprile 2003 in una cella con soli 2,7 metri quadri a disposizione come per ognuno dei suoi 4 compagni di stanza. Al contrario, gli standard stabiliti dal Comitato per la prevenzione della tortura stabiliscono in 7 metri quadri a persona lo spazio minimo sostenibile per una cella.

A causa dell’eccessivo sovraffollamento delle carceri italiane e tra le polemiche di Italia dei Valori e Lega Nord, lo scorso 14 Febbraio la Camera ha approvato il cosiddetto decreto “svuota carceri”, con 385 voti a favore, 105 contrari e 26 astenuti. Tra le altre misure, grazie al nuovo decreto si potrà fare richiesta per trascorrere la pena residua agli arresti domiciliari quando mancheranno solo 18 mesi alla scadenza dei termini di custodia e non più a partire dall’ultimo anno di carcerazione.

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