Banche, moneta, potereA JP Morgan il rischio glielo hanno insegnato gli italiani

A JP Morgan il rischio glielo hanno insegnato gli italiani

La scorsa settimana il Wall Street Journal (nel suo articolo “London Whale’ Rattles Debt Market”) ed altri quotidiani hanno pubblicato la notizia che un trader di JP Morgan Chase avesse assunto rilevanti posizioni sui alcuni “credit default swap” (Cds). Il trader definito “London Whale”, la balena londinese, e poi identificato in B. M. Iksil, avrebbe accumulato posizioni tanto rilevanti – si ipotizza circa 100 miliardi di dollari sulle serie 9 del “Markit CDX North America Investment Grade Index” – da distorcerne i prezzi. Di conseguenza alcuni hedge fund hanno preso posizioni opposte a quelle del trader. Pertanto da qualche giorno si susseguono e si intrecciano commenti ed ipotesi: è la punta di un iceberg o tutto finirà semplicemente in una bolla di sapone? Si scatenerà una lotta sui credit index tra il desk di JP Morgan e gli hedge fund? E chi finirà con il bruciarsi? Il desk di Iksil non è basato a Wall Street ma nella City londinese: e i giornali inglesi, qualora vi fossero ulteriori sviluppi, sembrano pronti a scatenarsi. Questa notizia riporta, comunque, al centro del dibattito finanziario (negli ultimi mesi principalmente concentrato sulle vicissitudini dell’area euro) dei grandi e fondamentali interrogativi: dopo la terribile crisi del 2008 è veramente migliorato ed è stato rafforzato il risk management negli intermediari finanziari? Quanto è realmente diminuito il pericolo del rischio sistemico?

A guardare la storia delle banche e dei mercati finanziari nei secoli si ripropongono, in forme diverse, gli stessi sostanziali problemi: il “governo del rischio” e il rischio sistemico. E questi problemi nella City londinese hanno echi lontani, che rimandano alle origini della stessa piazza finanziaria inglese. Quello che oggi è considerato il cuore finanziario della città di Londra (comunemente indicato come la City) è stato creato, infatti, dai mercanti e banchieri italiani. Non è una caso che una delle sue strade principali- in cui fino a un paio di decenni fa vi erano le sedi delle più importanti banche inglesi – sia “Lombard Street”. Anche i Lloyds dalla fine del 1691 al 1744 ebbero la loro sede in questa strada e nella vicina Threadneedle Street vi è ancora la maestosa sede della Bank of England. “Lombard” è il termine con cui venivano identificati i mercanti-banchieri italiani, in particolare astigiani, milanesi, piacentini etc. E a Londra, come nelle principali piazze finanziare di tutta Europa, erano numerosi e potenti.

I banchieri italiani nel Duecento e nel Trecento costruirono l’infrastruttura finanziaria del Regno Unito. Ai toscani si devono i principali prestiti ai regnanti d’Inghilterra. I fiorentini Frescobaldi, Rimbertini, Bardi, Peruzzi, i lucchesi Ricciardi e Bellardi e i senesi Gallerani furono, nei diversi secoli, dei veri e propri “Bankers to the Crown”. I “Lombard”, invece, erano specializzati in particolare nel prestito su pegno, sui cambi e nel commercio delle merci. In Inghilterra grazie ai prestiti dei banchieri italiani si finanziavano castelli e strutture difensive, regge, palazzi e, soprattutto, si finanziavano le numerose e frequenti campagne militari: le guerre costavano e i prestiti degli italiani erano una risorsa strategica insostituibile. Ai banchieri italiani veniva affidata la riscossione delle decime papali in Inghilterra, agli italiani veniva affidata l’organizzazione e il conio di moneta: Orlandino da Poggio, Amerigo Frescobaldi, Boniface Galgani furono i responsabili della Zecca inglese. In alcuni periodi agli italiani venivano affidate anche le miniere.

I “Lombard” erano poi tra i protagonisti del “wool trade”, del commercio della lana. Essi compravano dai monasteri e dai grandi proprietari terrieri la produzione della lana per gli anni futuri fissando da subito il prezzo e in cambio offrivano una rendita annuale. Incidevano fortemente sul prezzo delle derrate e gestivano (ben prima dei contratti future e degli Etf) le commodities in chiave strettamente finanziaria. Già agli inizi del Trecento, come sottolinea lo storico Phillipé: “a pari misura i Lombardi acquistano frumento a 15 Grossi ma nel momento in cui lo rivendono vale 18 Grossi”. Inoltre compravano derrate agricole nei momenti di surplus e le rivendevano nei momenti di carestia. Perfino il “carry trade” era già usato dai banchieri italiani: essi spostavano capitali da una moneta all’altra anche per sola funzione speculativa, si muovevano sui cambi dove vi erano opportunità, guadagnavano sui differenziali. L’utilizzo della leva era frequentissimo: i Ricciardi, ad esempio, prestavano ingenti somme a Edoardo I utilizzando fondi presi a prestito da altre banche e con un capitale proprio nettamente inferiore ai prestiti concessi; dal re inglese ottenevano anticipi sulle entrare doganali, di cui erano diventati i principali esattori.

È con gli italiani, dunque, che nasce e si sviluppa la piazza finanziaria londinese, la City. Il contributo che gli italiani portarono in Inghilterra fu enorme: ingenti capitali e le tecniche bancarie, l’arte del cambio, le strutture organizzative, l’efficienza nella contabilità, la creazione del “mercato”, quel “money market” di cui parlerà, nella seconda metà dell’Ottocento, Walter Bagehot descrivendo la piazza finanziaria inglese: “Lombard Street: A Description of the Money Market”.

Per almeno tre secoli – dal Duecento alla fine del Quattrocento – la rete dell’alta finanza europea coincideva con i banchieri italiani. Nel secondo decennio del ‘500, nello scacchiere europeo, subentrarono i banchieri tedeschi (gli Hochstetter, i Fugger, i Welser ecc.) che scalzarono i fiorentini e i lombard ma che non riuscirono a scalfire la supremazia dei banchieri genovesi nel “Secolo d’Oro”, fino a quasi tutto il Seicento. Numerose ricerche hanno, dunque, posto in risalto l’importantissimo (e fondamentale) ruolo dei banchieri italiani nella creazione della piazza finanziaria inglese: si pensi agli studi di inizio Novecento di Whitwell e poi del De Roover, di Kaeuper, di Sapori ecc. Con il lavoro di Fryde pubblicato, negli anni Settanta, nella prestigiosa “Cambridge Economic History of Europe” questo filone di studi ottiene il massimo riconoscimento ed una vasta diffusione.

Nella vita del banchiere italiano vi erano la rapida e vertiginosa accumulazione di ricchezza, l’ascesa sociale velocissima, il potere economico che si autolegittima rispetto a quello politico, ma anche cadute repentine, fallimenti e, soprattutto, un costante convitato di pietra: il rischio. Affermava Cicerone che “Historia est testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis”, ma tutto ciò è valido per il mondo della finanza? Anche nel XIV secolo chi operava sulla piazza londinese aveva un problema di sottocapitalizzazione. I banchieri e mercanti italiani erano inoltre maestri nell’assunzione dei rischi. Ma conoscere, saper maneggiare e frazionare i rischi portava ad un’illusione: quella di poter annullare il rischio, di sterilizzarlo. Tuttavia i “cigni neri” erano (e sono) sempre in agguato. La stessa illusione, la stessa sfrontata sicurezza dei banchieri del Trecento sembra ancora aleggiare nella piazza londinese. Nei giorni scorsi il fatto che molti hedge fund si siano mossi in sincronia contro le posizioni del desk di Iksil riporta al problema delle “correlazioni di sistema”. Quel muoversi in sciame, seppur con le dovute differenze, non richiama forse le pericolose interrelazioni già viste nella terribile crisi bancaria del Trecento con il fallimento dei Bardi, dei Peruzzi? Allora come oggi le interconnessioni sistemiche si rivelano pericolosissime, il “CoVar” (secondo la definizione di Tobias Adrian e di Markus Brunnermeier) appare sottovalutato.

Nonostante la terribile crisi del 2008, l’utilizzo della leva, il pericolo del rischio sistemico e l’uso dei derivati rimangono questioni aperte e di difficile soluzione. Oggi la “potenza di fuoco” dei grandi desk delle banche e dei tanti hedge fund della City è ancora impressionante, l’autoreferenzialità non è diminuita. Il cinismo e la ricerca di guadagni di breve termine sono dominanti (come non ricordare la fuga da quel mondo nel film “A good year” diretto da Ridley Scott con Russell Crowe?). Purtroppo nella storia delle banche e della finanza gli errori del passato, non sempre sono fonte di insegnamento.

Guardando la storia vi è però una piccola certezza: nessun potente trader, nessun gestore di hedge fund, nessun top-banker della City potrà mai fare quello che riuscì ai banchieri italiani nel Trecento: ottenere, come garanzia dei prestiti concessi, un pegno sulla Corona d’Inghilterra, l’emblema della Monarchia e il simbolo per eccellenza del potere inglese. Fu Simone da Mirabello, mercante astigiano (un “Lombard”) residente a Bruges ad ottenere da Edoardo III di Windsor il pegno sulla Corona a fronte di un prestito molto esoso, con interessi del 35 per cento. Agli odierni “maghi della finanza” della City potrebbe, comunque, venire l’idea di creare un derivato sulla Corona.