Non mi fa paura Bossi, ma il Bossi che c’è in me

Non mi fa paura Bossi, ma il Bossi che c’è in me

La Lega era nell’aria, nelle parole che sentivamo e imparavamo. La Lega esisteva quando Umberto Bossi era nessuno e girava per le campagne padane sacrificate allo sviluppo; covava nelle le periferie edificate a casermoni e riempite di manodopera immigrata dal sud; serpeggiava lungo le code degli uffici postali e pubblici in cui gli accenti del Nord, lungo i decenni, avevano cominciato a soccombere fino quasi a sparire.

Ve la racconto io, la Lega Nord, oggi che un’era finisce trascinata nel gorgo da Umberto Bossi: il condottiero con cui la Lega Nord ha smesso di essere uno stato dell’anima ed è addirittura diventata un partito di potere, di governo e infine di malaffare. Come è stato possibile che un uomo – “il Bossi” – con poca istruzione e mezzi inizialmente assai limitati abbia portato il suo partito dalle caverne fino ai tetti di Roma? Non c’entrano i soldi di Berlusconi. Non c’entrano chissà quali occulti finanziatori o disegni di potere pensati a tavolino. C’entra l’anima profonda del Nord e la struttura di un paese nato male e cresciuto non tanto meglio.

Cos’era il Nord, quando la Lega Nord covava come un fuoco sotto pelle? Era naturalmente tante cose. Tante istantanee che vanno messe in fila, perché “gli album di famiglia” non esistono solo a sinistra ed anzi l’album di famiglia della Lega è una raccolta di immagini preziose e popolari: prima che la famiglia diventasse quella del Trota, il partito del Nord era un partito del popolo. Il nord, in quei primi anni ottanta, aveva modelli banali, e il mito di quarta mano dell’America. La domenica sera, mica per niente, ci si incollava tutti alla tv a guardare il Drive In e dal lunedì in poi sotto a lavorare.

Lavorare per spendere: per la seconda macchina, per comprare la casa, per passare da operai a imprenditori o – più semplicemente – da veri operai a borghesi.
Il Nord cresceva così, fino a quando trovo un nemico sulla sua strada: si chiamava Stato. Era l’ufficio comunale pieno di “raccomandati, fannulloni e meridionali”. Erano la cassa del mezzogiorno che prendeva un sacco di soldi e chissà dove li metteva. Erano i colleghi del sud che non lavoravano, che si davano sempre malati, era quella politica che a livello locale – ben prima che Mani Pulite promettesse una nuova era – chiedeva stecche e regalie in cambio di favori, invece che doveri in cambio di diritti. Tutto insieme, nello stesso calderone: un paese fiscalmente, economicamente e socialmente squilibrato e quel tanto di razzismo contro i “terroni” che ci portiamo dietro da generazioni. 

E adesso, adesso che nulla cambia e che la Bossi family finisce come finì Craxi? Adesso che facciamo? Ci troviamo da soli, su al nord, a guardarci in faccia, nello specchio di una parabola politica che è nata grazie ai problemi strutturali del paese e se ne va, dopo vent’anni pieni, senza averli risolti. Il federalismo finisce in niente, eppure di un paese federale abbiamo bisogno. Le tasse sono sempre troppe e sempre di più, eppure le aumentano e ci consentono ancora di non sciogliere il nodo tra l’evasione che serve a sopravvivere e quella che invece è ormai riflesso condizionato, un tic come quello di chi non ti fa mai lo scontrino. Il paese è sempre squilibrato, il baricentro resta instabile, la spesa pubblica un pozzo nero e questo Nord che era locomotiva si scopre più vecchio e meno puro. E dentro, da qualche parte, a noi del nord, a noi “nordisti”, ci fruga una domanda: Bossi ci ha tradito, oppure Bossi siamo noi?