Il senso di Google per la privacy ora spaventa l’Europa

Il senso di Google per la privacy ora spaventa l’Europa

Internet funziona nello stesso modo in tutto il mondo, ma le leggi cambiano da nazione a nazione. Le informazioni seguono le regole della Rete, e si diffondono in modo quasi simultaneo in tutti i continenti del pianeta. Le conseguenze di una notizia, però, sono diverse a seconda dei Paesi in cui viene divulgata. La scorsa settimana, la Federal Communication Commission ha pubblicato negli Stati Uniti le motivazioni della sentenza con cui ha ritenuto Google non giudicabile per l’accusa di aver raccolto i dati personali dei proprietari di reti wi-fi direttamente dalle loro case, tramite il passaggio dell’automobile del servizio di Street Viewer, tra il 2007 e il 2010. A causa delle dichiarazioni della FCC, diversi Paesi europei stanno invece decidendo di riaprire il fascicolo dopo averlo archiviato nei mesi scorsi. La ricostruzione americana nega che la registrazione delle informazioni sia l’effetto di un incidente nel funzionamento del software. Le autorità britanniche e tedesche avevano escluso la possibilità di procedere contro Google, ritenendo involontario il processo di archiviazione dei dati sugli ignari cittadini che non proteggono a sufficienza le proprie reti wi-fi.

Al contrario, il report della FCC mette in evidenza che il team di sviluppo del software abbia introdotto in modo del tutto consapevole il dispositivo di registrazione, pur non rivelando al pubblico il nome dell’ingegnere responsabile dell’attività. Il New York Times lo ha identificato in Marius Milner, mostrando come il suo lavoro sia concentrato nei progetti relativi alle ricerche georeferenziate, in connessione con lo sviluppo dei servizi di mobile internet connessi ad Android.

Le autorità tedesche avevano già richiesto a Google di «ritirare le vetture di Street Viewer dal territorio nazionale». Secondo quanto riferisce il New York Times, ora sembrano decise a spingere l’intera Unione Europea ad abbracciare la normativa più severa in fatto di privacy che vige in Germania, e a dibattere la questione Google in sede comunitaria in modo da «rimuovere gli ostacoli burocratici» che rendono difficile la riapertura del caso. E anche il Garante per la privacy britannico sembra essere pronto a sostenere questa causa.

Il presidente dell’Authority tedesca per la privacy, Jacob Kohnstamm, si batte per una condivisione universale degli assunti di fondo della normativa sulla protezione dei dati personali. Gli americani si mostrano invece preoccupati per le conseguenze che la nuova legislazione europea potrà causare sul business delle loro imprese digitali. La direttiva europea del 1995 era volta a stimolare la nascita e la crescita delle iniziative collegate alla new economy, la nuova versione del 2012 invece si prefigge l’obiettivo di proteggere i cittadini dalle tecnologie che possono catturare informazioni sul loro conto. In particolare, il focus dell’attenzione è posto sulla protezione dei minorenni e sulla garanzia che potranno essere condivise notizie su altri individui solo dopo aver richiesto in modo esplicito il loro consenso.

Facebook non ha nascosto il proprio dissenso da questo orientamento giuridico. E ha commissionato a Deloitte uno studio che potesse provare la rilevanza del contributo del social network nell’economia del Vecchio continente, attribuendogli nel 2011 la creazione di un mercato equivalente a più di 15 miliardi di euro e a oltre 230 mila posti di lavoro. Lo Chief Operating Officer, Sheryl Sandberg, ha brandito questi risultati contro le autorità europee, accusandole di non essere in grado di elaborare una formula legale in grado di sostenere il contributo di sviluppo economico e sociale offerto dalla new economy. Dal punto di vista delle piccole e medie imprese, Facebook e Google rappresentano un’occasione decisiva per accedere a una visibilità di ampio raggio, come quella tradizionalmente riservata a chi può acquistare spazi sulla televisione o sulla carta stampata – ma mirata sulle nicchie di pubblico interessato, e con investimenti pubblicitari economicamente accessibili. L’evoluzione delle piattaforme software si sposta dalla ricognizione dei “social graph”, che esaminano le relazioni sociali nei gruppi di amici, agli “interest graph”, che individuano i temi su cui si focalizza l’attenzione degli utenti sotto la pressione delle conversazioni con gli altri.

L’introduzione della Timeline e la trasformazione del protocollo OpenGraph obbedisce a questa logica, ed è diretto ad agevolare il passaggio delle informazioni e delle attività personali dagli ambienti dei partner commerciali verso Facebook e viceversa, senza chiedere l’autorizzazione degli utenti stessi. Questo meccanismo è stato messo in questione dalla Commissione Europea già dal novembre 2011, ottenendo da Facebook la promessa di un approfondimento della questione.

Ai primi di febbraio 2012, una richiesta di sospensione dell’entrata in vigore della nuova policy sulla privacy è stata inviata a Google, in modo da permettere alle autorità europee di condurre un’analisi più efficace della nuova impostazione nella gestione dei dati da parte di Mountain View. Jacob Kohnstamm però ha ricevuto in questo caso una risposta negativa da Peter Fleischer, responsabile globale delle strategie sulla privacy di Google. La nuova policy è entrata in vigore dal 1 marzo, e Fleischer ha giustificato la sua impazienza osservando che su questa operazione la società di Mountain View ha condotto il più grande investimento in comunicazione della sua storia: un rinvio della data avrebbe confuso gli utenti con un grave danno economico e di immagine.

La policy di Google comunque non è apparsa tanto chiara nemmeno agli utenti, visto che in un sondaggio condotto alla fine di aprile da “Siegel+Gale” meno del 40% degli intervistati ha mostrato di aver compreso sia le regole redatte da Google, sia quelle di Facebook. Ciononostante, un sondaggio eseguito dal Washington Post all’inizio di aprile mostra che oltre l’80% degli utenti ripone completa fiducia in Google, mentre meno del 60% lo fa con Facebook e meno del 35% con Twitter.

Greg Sterling, uno degli analisti più influenti del mercato dei new media, sottolinea che l’impreparazione del pubblico sul funzionamento dei motori di ricerca e dei social network «produce opinioni paradossali»: da un lato gli utenti si dichiarano soddisfatti dei risultati offerti dai dispositivi digitali, ritenendoli strumenti insostituibili per la loro vita quotidiana, dall’altra parte però disapprovano il modo in cui vengono trattati i dati che permettono il funzionamento del servizio. 

La scarsa preparazione sui meccanismi di funzionamento dei motori di ricerca e dei social media riguarda però anche i legislatori e i controllori delle Authority. Questa incompetenza ha permesso ad attori come Google, Facebook e Microsoft di prelevare e registrare set di dati molto più ampi di quelli che sarebbero giustificabili per alimentare i processi di intelligenza artificiale proposti agli utenti. Dall’altra parte, gli interventi di controllo immaginati dalle istituzioni sono sfociati (come nel caso di SOPA) in scenari distruttivi per il normale funzionamento degli algoritmi di elaborazione, necessari all’attivazione di servizi ormai irrinunciabili sia per il pubblico, sia per l’economia in generale. Oppure sono stati mirati soltanto all’invasione di un presidio di potere, come la richiesta di accesso ai dati privati da parte dell’FBI su Skype.

I motori di ricerca e i social media hanno modificato i confini della privacy nella percezione psicologica e sociologica del pubblico. Per arrivare a una soluzione realistica, è necessario comprendere cosa davvero serva ai dispositivi per funzionare e cosa gli utenti siano disposti – consapevolmente – a raccontare di se stessi per ottenere il servizio che ritengono utile. I dispositivi di ricerca e di social networking rappresentano una rivoluzione cognitiva, psicologica e politica. Ma in assenza di formazione sull’argomento, per ora il potere e le logiche finanziarie hanno avuto la meglio sulla responsabilità.