Le idee di Obama e Romney sui gay da noi sarebbero “oscenità”

Le idee di Obama e Romney sui gay da noi sarebbero “oscenità”

È appena il caso di stropicciarsi gli occhi e assistere sgomenti – noi poveri italiani di terza classe – al dibattito sugli omosessuali che in questi giorni ha animato lo scontro elettorale tra Obama e Romney. Il presidente americano ha colpito per primo e ha colpito duro, qualcuno sostiene persino sotto la cintura, aprendo in maniera chiara, aperta e consapevole ai matrimoni gay. Immaginatevi il subbuglio in casa dello sfidante, immaginate il suo staff che cerca una soluzione, una risposta credibile, una risposta che convinca il grande popolo americano: rimanere fermi su posizioni ormai consolidate, che per il solo fatto di esserlo non porteranno mai un voto in più, o gettare il cuore oltre l’ostacolo e pensare che anche un ferreo conservatore può dire una cosa suggestiva sul mondo omosessuale?

Romney ha scelto questa seconda strada, lasciando – forse – interdetti gli uomini di Obama. «Se due persone dello stesso sesso vogliono vivere insieme, avere una relazione sentimentale e anche (udite, udite) adottare un bambino, a mio parere hanno il diritto di farlo». Poi, per non sembrare del tutto rivoluzionario, ha almeno difeso la solida tradizione: «Ma chiamare tutto ciò matrimonio è una deviazione da quello che è il reale significato del termine»

Dal giorno di queste dichiarazioni epocali di Romney non abbiamo più notizie di Giovanardi. E siamo sinceramente preoccupati. E lo saremmo, anche nel caso in cui simili «assurdità» venissero pronunciate in una campagna elettorale italiana. Sì, lo sappiamo, non sarebbe possibile, ma facciamo pure un po’ di fantascienza. Parrebbero bubbole pre-elettorali, giusto per catturare qualcosa qui, qualcosa là. Nulla di onestamente credibile, a differenza degli States dove le cose restano scolpite un cicinin di più che da noi. 

Ma noi italiani cosa chiediamo a un omosessuale, che cosa vogliamo davvero da lui, che si faccia eroe dei due mondi, unendo il nostro, perfettamente (?) eterosessuale e politicamente corretto, al suo, ancora in via di riconoscimento sociale, sbandierando la sua diversità ai quattro venti come farebbe una lavandaia nell’atto liberatorio di stendere i panni? O preferiamo cha rimanga in quel silenzio che sta a metà tra la colpa grave d’essere come è, e la subdola possibilità che siano gli altri, i «non–malati», a tendergli una mano misericordiosa e salvifica, in questo modo prendendosi anche il merito di un’azione universalmente apprezzabile?

Le due vie, capite benissimo, non s’incroceranno mai. Ma un Paese non può diventare schizofrenico, in balia delle teorie più assurde e pericolose, solo perché dentro di noi si nasconde una parte che (ancora) non siamo in grado di definire, che magari ci spaventa, ma con la quale invariabilmente dovremo fare i conti. Non c’è un modo più civile e intelligente di confrontarsi con una fetta sempre più corposa di popolazione, che spinge perché pari diritti le vengano riconosciuti?

Ogni mattina ormai ha la sua pena. Per cui, una mattina si sveglia il commissario della Nazionale e ci racconta che sarebbe anche ora che i calciatori gay si dichiarassero, portando la croce di un simbolo che nel tempo potrebbe trasformare così in esempio virtuoso per tutti gli altri. Obiettivo ambizioso, ancorché un filo astratto e pretenzioso. Gli risponde a stretto giro di posta il concreto Di Natale, al quale non fa difetto il buon senso antico: macché dichiararsi, ve lo immaginate la domenica in balia dei tifosi orrendi che inzeppano le curve? 

C’è naturalmente chi sta con Prandelli e chi con l’attaccante dell’Udinese, e sin qui il dibattito ha il suo bel confronto, finché non assume i tratti della vera e propria patologia. Alla quale, assurdamente, contribuisce in maniera decisiva proprio un’associazione cattolica come l’Agesci – a cui fanno capo teneri e solari boyscout – che qualche giorno fa se ne esce con un concetto da fuori di testa, per cui se i capetti scout sono omosessuali, ci sarebbe da chiamare subito lo psicologo per evitare, racconta padre Compagnoni, di «turbare e condizionare i giovani. Le persone omosessuali adulte nel ruolo di educatore – prosegue – costituiscono per i ragazzi loro affidati un problema educativo. Il capo è il modello per i suoi ragazzi e sappiamo che gran parte dell’affetto educativo dipende dalla esemplarità anche inconscia che proviene dall’adulto».

Tagliato così con l’accetta, il ragionamento porterebbe a concludere che dovremmo sentirci davvero superfortunati ad averla sfangata, perché alzi la mano chi non ha avuto nella sua esistenza un capo omosessuale, un collega omosessuale, un salumiere omosessuale, un tassista omosessuale e metteteci voi le categorie che mancano. Ma i cattolici, alle volte, sanno quello dicono o sparano castronerie, come i non-cattolici peraltro, in assoluta libertà?

Cadono le braccia, se l’approccio collettivo è questo. Resta la sensazione – forte – che da parte nostra ci sia una certa volontà coercitiva, travestita da missione sociale, che ci porterebbe a decidere del destino degli altri così come piacerebbe a noi. A noi etero, s’intende. E dunque da una parte consigliare saggiamente una confessione piena e consapevole, un collettivo coming out che fa tanto salotto buono democratico, dall’altra certificare che gli omosessuali sono persone malate che devono farsi curare. Ma scusate, farsi curare da chi, da uno psicologo che dovrebbe riportare alla luce l’etero che è in noi (forse l’utero che è in noi)? Ma se il mondo è pieno di finti eterosessuali, che si nascondono dietro perfette famigliole con bambini. 

Non si riesce a illuminare un percorso. Neppure si intravede chi dovrebbe portarci a una condizione di minimo equilibrio: lo stato con i suoi doveri di uguaglianza sociale, peraltro sanciti dalla sacra Carta, la Chiesa nella sua immensa misericordia, gli omosessuali medesimi che si organizzano in gruppi di lavoro e aiutano noi – sì proprio loro che aiutano noi – a sollevarci dalla nostra mediocrità? O una cosmica botta di culo che rimetta tutto al posto giusto?

Quanto all’Agesci, se vi passa sotto il naso un allegro gruppetto di scout che va per boschi, apprezzerete un sorriso, aperto e consapevole. È il vero punto di forza. Ecco perché l’ultima uscita è davvero sorprendente e preferiamo maneggiarla, vista la nostra scarsa attitudine a battere le sacrestie, da un punto di vista puramente «manageriale». Queste associazioni, che hanno come fine ultimo l’adesione più larga possibile a un certo mondo cattolico – si sa, da cosa nasce cosa – come credono verrà interpretata l’orrida similitudine omosessuale-malato? Sarà interessante controllare i numeri, d’ora in avanti, ma il destino è già scritto: i genitori più edotti eviteranno di mandare il pargolo in un luogo così gretto, e quelli meno attrezzati faranno esattamente lo stesso. Ma per i motivi opposti.  

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