Ci indignammo per Di Pietro, ma oggi tutti si fanno il partito

Ci indignammo per Di Pietro, ma oggi tutti si fanno il partito

È proprio vero che la parola partito non la vuole più sentire nessuno. Neppure Roberto Saviano. Nel numero dell’Espresso di questa settimana, che lo vede in copertina con un titolo vagamente comico: «Chi ha paura di Saviano?» (risposta: ovviamente nessuno), anche lo scrittore si dice contrario ai partiti. Immaginiamo a questi partiti, per come sono concepiti, organizzati, gestiti. Ma allora la forma-partito è proprio al tramonto, o c’è modo di salvare qualcosa delle vecchie organizzazioni politiche?

Quello che appare sconcertante è che questo assalto alla diligenza dei vecchi partiti è semplicemente una comoda scorciatoia per farne degli altri. Per farsene degli altri. Si è vagheggiato persino di una lista civica Saviano (vogliamo credere a sua insaputa) che avrebbe affiancato quella più ufficiale del Pd. A tutt’oggi una bubbola colossale, smentita anche dall’interessato. Si è vagheggiato poi di una lista Scalfari, con altri giovinetti tipo Zagrebelsky, e che sarebbe la sintesi politico-editoriale di una lunga strada che porta Repubblica a celebrarsi in una prossima tre giorni a Bologna.

Ma la domanda è una: perché una lista di Tizio o di Caio, civica o non civica che sia, dovrebbe esser meglio del voto dato ai partiti più tradizionali, seppure tragicamente compromessi come quelli attuali? Solo perché è una cosa «nuova»? Per racchiudere la questione in un concetto: è troppo comodo approfittare di un Paese slabbrato per farsi un partito travestito da qualcosa d’altro.

Molti anni fa, considerammo (giustamente) uno scandalo quel tal Di Pietro, magistrato di Mani Pulite, che sfruttava la scia delle sue inchieste per scendere in politica già con la pappa fatta. Si diceva che fosse un sistema assai poco elegante e soprattutto irrispettoso di una certa forma (che qualcuno, pervicacemente, considera sostanza), e che costituisse una vera alterazione degli equilibri politici, scardinando il concetto delle pari opportunità ai blocchi di partenza (Berlusconi, le sue tv, e i soldi spesi costituirono il primo, vero, vulnus).

A distanza di quasi vent’anni, l’etica di quel tempo antico è finita bellamente sotto le scarpe. Oggi, giusto per fare uno degli esempi più recenti, nessuno scomoderebbe il senso dell’indignazione se il buon Landini dovesse sfruttare il glorioso marchio Fiom per mettere su la sua bella lista (nell’intervista a Crepaldi non lo smentisce con forza, per cui anche noi restiamo sul vago). O, appunto, se Scalfari dovesse sfruttare il marchio Repubblica. Medesimo procedimento potrebbe valere anche per Luca di Montezemolo, il cui trascinamento – pur con tutta la buona disposizione d’animo – non gli deriva da un mestiere acclarato che lo ha reso davvero meritevole di considerazione politica, ma semplicemente da quelle figure storiche che ne hanno scandito l’esistenza: l’avvocato Agnelli, la Ferrari, la Fiat, etc, etc.

Persino i partiti, ormai, vivono malissimo questa fase di passaggio. Dalle parti del Pdl, poverini, per evitare gli insulti – inevitabili, appena l’elettore dovesse intercettare sulla scheda l’orrida sigla – sulle prime hanno pensato di parcellizzare il consenso attraverso una miriade di liste civiche, che naturalmente escluderebbero mammut come Gasparri, La Russa, e compagnia cantante. Poi, l’altro giorno, in una stanca riunione di direzione, si sono richiamati alla mozione degli affetti, resuscitando per un pomeriggio il Partito delle Libertà, e inaugurando anche a destra la primavera delle primarie. Una roba al limite del patetico.

A sinistra non stanno tanto meglio, vivendo di schizofrenia politica. Due passi fa, purissima lottizzazione aveva portato dei mastodonti a diventare, in nome e per conto del Partito Democratico, autorevoli commissari di qualche Authority. Mentre a ridosso delle nomine Rai fatte dal governo, in un attimo di resipiscenza, gli stessi uomini, massacrati dalle critiche, hanno voluto battere quel colpetto etico che non guasta, e così il Pd non parteciperà alla lotteria dei consiglieri Rai. Votati al suicidio, ha sentenziato amaramente (ma lucidamente) Romano Prodi.

Il sogno è che i partiti tornino a fare i partiti. Che si battano soprattutto per le idee e non per gli slogan. Che abbiano un’idea di modernità (questa sarebbe la novità). Che sappiano anche intercettare la rivoluzione delle piccole cose che trasformano le nostre metropoli. Esempio banale ma significativo: se in tutta Europa la bicicletta è ormai un mezzo con cui ci si sposta per lavoro e non più solo per cazzeggio, e di conseguenza muove anche una certa economia, bisognerà che i partiti (che aspirano a governare) se ne occupino e non che la considerino una cazzata da lasciare ai verdi di turno. E così l’ambiente, l’aria che respiriamo noi, ma soprattutto quella che respirano i nostri bambini. Ma per che cosa vi si potrà dare il voto – perdiana – se non per un atteggiamento di consapevolezza sui rischi che corriamo tutti (poveri e ricchi)?

Le liste civiche non sono meglio per definizione. Anzi, per il momento non sono. E Grillo non è certamente una lista civica. È ben altro.  

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