Non mi sento meno italiano se stasera non tifo Italia

Non mi sento meno italiano se stasera non tifo Italia

Ho poche ore per dirvelo, poi questo pezzo diventerà inutile (ammesso che non lo sia già): tiferò contro. O meglio, guarderò l’Italia con un distacco talmente eccessivo, da rasentare – appunto – il tifo contrario. Tifo contrario che esercitai, invece, nella pienezza dei miei diritti costituzionali, sull’Italia di Lippi, la più modesta rappresentativa nazionale degli ultimi due secoli. In quel caso fu decisiva la spocchia inarrivabile del nocchiero viareggino, che spacciava per calcio di qualità quella fogna di manovra che aveva concepito per i suoi ragazzi. Se quella immensa testa di rapa di Zidane non si fosse prodotto nella più eccitante e distruttiva delle sue opere d’arte, oggi quella pippa di squadra non verrebbe neppure ricordata.

Anche in questo caso, ci sono più elementi che possono supportare un tifo contrario. E, badate bene, pur restando fierissimi cittadini italiani. E amando smisuratamente Repubblica (non il giornale, ma l’altro concetto un pochino più consistente), democrazia, Parlamento, istituzioni, eccetera, eccetera. Che naturalmente non c’entrano nulla con il calcio. Il primo, ben raccontato da Massimiliano Gallo, è che Prandelli da un certo punto in poi non ci ha capito più nulla e se ce la prendiamo addirittura con quel sant’uomo di Mario Monti, che si esercita in un’impresa leggermente più titanica come salvare il Paese, non si vede perché dovremmo fare troppi sconti a un bresciano pur perbene come lui, ma completamente digiuno di sapienza calcistica.

Il secondo elemento, decisamente più corposo, è la rappresentanza, perché bisogna esser fieri di chi scende in campo in nome e per conto del popolo italiano e qui siamo decisamente nei pressi di un solenne e consapevole disconoscimento. Il calcio italiano, per i valori che rappresenta e che quotidianamente propone, ha stretta parentela con la casta così invisa ai cittadini. La dirigenza istituzionale del calcio è casta purissima, più casta di così si muore.

E adesso andiamo ai giocatori: personalmente, sarò antico, ma ho degli scommettitori un’idea (ancora) poco luminosa. Che giochino a vincere o a perdere poco importa, a parte il fatto che il tesserato non può farlo per vincolo. Mi sarebbe piaciuto conoscere, però prima della spedizione polacca, il tono delle scommesse di Buffon. Credevo che lo dovesse pretendere proprio Prandelli per sgombrare il campo da ogni malizia. Ma non lo ha fatto. Credevo anche che un senso di giustizia dovesse ispirarlo, quando ha eliminato Criscito ma non Bonucci, eppure sempre di avvisi di garanzia si trattava.

Pensate un attimo alla Grecia. Pensate all’orgoglio che metteranno in campo il 22 giugno, quando incontreranno i maledetti tedeschi. Si troveranno di fronte undici orrende Merkel e faranno di tutto per sotterrarle. Pensate all’angoscia di un popolo che per una sera si sentirà stretto alla sua squadra, un corpo e un’anima soli.

C’è anche il minimo rischio che possa succedere a noi? Escluso.
Il faticoso processo di identificazione, che negli anni dovrebbe unire i cittadini ai suoi eroi sportivi, nel caso del calcio ha subito invece una paradossale divaricazione. Nessuno vuole essere Buffon, come al contrario molti si sentono Vezzali, come un tempo eravamo tutti fratelloni Abbagnale, insomma nessuno vuole insozzarsi con il calcio.
Perché dunque tifare Italia, stasera?  

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