Oltre Ligresti: ma Mediobanca vuol dire una “banca mediocre”?

Oltre Ligresti: ma Mediobanca vuol dire una “banca mediocre”?

Visto che Giovanni Perissinotto è stato licenziato da Mediobanca per via della brutta performance del titolo in Borsa, vale la pena andare a vedere come Alberto Nagel, amministratore delegato di Piazzetta Cuccia, guida il principale azionista del Leone di Trieste. A parte il meno 56% nell’ultimo anno per Mediobanca rispetto al -35% di Perissinotto alle Generali.

Per farlo occorre ritornare al 2004/2005, perché è quando i bilanci hanno iniziato a essere redatti secondo i criteri internazionali Ias, e vedere quanto era (ben) capitalizzata la banca. Un anno prima, nel 2003, Alberto Nagel era stato nominato direttore generale. Il patrimonio netto, in percentuale agli attivi, era di poco sopra al 16% nel giugno 2005. Oggi è sceso al 7,8 per cento. Così, mentre il patrimonio netto è rimasto uguale, a quota 6,1 miliardi di euro, gli attivi sono raddoppiati, da 38,2 miliardi a 78,6 miliardi di euro. Avendo più attivi, in teoria, Mediobanca avrebbe dovuto iscrivere a bilancio utili maggiori, invece dal 2005 a oggi sono rimasti stabili a 250 milioni di euro. Quest’anno la banca avrebbe potuto chiudere in perdita se non fosse per la vendita di un immobile a Monaco, che ha fruttato 44 milioni, e per la quota in Autostrade Sud America, che ha generato una plusvalenza di 90 milioni. 

Sebbene i bilanci della merchant bank siano in utile, è possibile che la banca sia riuscita a nascondere alcune perdite negli anni recenti, grazie al modo in cui viene trattato l’andamento del portafoglio delle attività disponibili per la vendita. Le plusvalenze vanno nel conto economico, le perdite emergono nelle riserve da valutazione del patrimonio netto. (Ciò non deve sorprendere: uno dei criteri per i bonus è un utile nel bilancio consolidato. Altri due sono il Tier 1 oltre il minimo regolamentare e un adeguato livello di liquidità. Quest’ultimi, più che meritare un bonus, dovrebbero essere un requisito necessario per fare affari, ma tant’è).

Dando uno sguardo agli utili e alle perdite nel patrimonio netto tangibile, cioè quello che concorre all’andamento delle riserve, la banca ha perso 900 milioni di euro nel 2007/2008, altri 500 milioni nel 2008/2009 e quest’anno circa 350 milioni. Perciò è molto più utile analizzare l’andamento del patrimonio netto che gli utili. L’analisi più interessante da fare quindi è sull’andamento del patrimonio netto inclusi gli utili dal giugno del 2005 al marzo 2012, un orizzonte temporale abbastanza lungo, che copre gran parte del tempo in cui gli attuali vertici sono in carica. All’inizio del periodo considerato il patrimonio era di 7,6 euro per azione, oggi è a 7 oltre a 2,7 euro per azione in dividendi, che significa un rendimento del 28%, ovvero del 3,5% annualizzato. Come un titolo di Stato, ma molto più volatile. Ma Mediobanca è suddivisa in tre aree di business: investment banking – consulenza, investimenti, trading – le quote in Generali, Rcs, etc. e infine il retail e private banking, con CheBanca!, Compass, credito al consumo e le operazioni per grandi clienti.

Questo rendimento allora include la quota delle partecipazioni, principalmente le quote in Generali e Rcs, che hanno un’influenza non secondaria nel prezzo delle azioni di Mediobanca, ma che sono al contempo un’eredità storica che non c’entra nulla con l’attuale management, così come gli utili che ne derivano. Le partecipazioni, insomma, non dicono nulla su quanto la banca sia remunerativa. Gli utili totali che derivano dalle partecipazioni “di sistema”, da giugno 2005, hanno raggiunto 1,297 miliardi di euro, il 30% del totale utile, mentre nello stesso lasso di tempo il peso diretto sul patrimonio netto è stato di 353 milioni di euro di perdita, per un aumento netto del patrimonio di 944 milioni di euro.

Togliendo le partecipazioni, la banca ha ottenuto un ritorno dell’1,6%, ciò significa che il management di Mediobanca ha fatto peggio di un conto corrente di CheBanca!, nonostante l’aver raddoppiato la stazza del bilancio. Ci sono due ragioni che spiegano questa performance: una strategia perdente e cattivi investimenti. La prima concerne CheBanca! e l’espansione dell’attività di banca wholesale, mentre gli investimenti sbagliati sono vari.

CheBanca! ha perso 264 milioni di euro. Difficile imputare il dato alla recessione, visto che il credito al consumo ha portato utili ogni anno, anche nei periodi di rallentamento. Ciò che sembra sia successo è che CheBanca! ha raccolto 11,5 miliardi di euro in depositi e non abbia idea di cosa farne, a parte prestarla ai clienti stessi sotto forma di mutui, anche se pochi, in questo periodo, li richiedono. Il resto è stato investito in bond o prestato ad altre banche, ma il margine d’interesse non è riuscito a coprire i costi fissi del network di filiali. Nei nove mesi precedenti a marzo di quest’anno CheBanca! ha perso 30 milioni di euro e l’unico modo di fare utili sembra sia possibile soltanto attraverso le plusvalenze dalla vendita di bond in portafoglio. Difficile considerarlo un segnale di successo nella strategia retail.

L’altra decisione che non ha dato i risultati sperati è l’espansione della divisione wholesale. Tornando indietro a giugno 2005, i ricavi erano pari a 488 milioni, utili per 264, 409 dipendenti e attivi ponderati per il rischio a quota 24,5 miliardi, perché la banca non ha segnalato alcuna svalutazione sui prestiti e sui titoli di Stato. Mediobanca ha chiuso invece il bilancio 2011 con ricavi per 835 milioni di euro , 757 dipendenti e attività ponderate per il rischio salite a 36,6 miliardi, ma utili a quota 237 milioni, grazie a svalutazioni per 150 milioni. Così come CheBanca!, sembra che il management abbia deciso di espandersi senza essere davvero sicuri su come farlo profittevolmente, assumendo chiunque sembrasse promettente e non prestando troppa attenzione ai rischi che stava prendendo. Un esempio? La perdita di 240 milioni di euro sui bond ellenici. Una mossa da dilettanti, tranne nello stipendio: il costo medio per dipendente è di 282mila euro, rispetto ai 247mila nel 2005.

Le scelte d’investimento che l’attuale management ha compiuto sono un’altra causa della scarsa performance di Piazzetta Cuccia. In Telco, la holding che detiene assieme agli spagnoli di Telefonica la maggioranza delle quote di Telecom Italia, Mediobanca ha investito 522 milioni di euro, ad un prezzo equivalente a 2,55 euro per azione Telecom, quando oggi viene scambiata a 70 centesimi. Allo stesso tempo hanno investito 351 milioni di euro nei cashes di Unicredit che oggi valgono 159 milioni. E non sappiamo il destino degli 1,1 miliardi di prestiti subordinati a Fondiaria Sai o i prestiti a Premafin.

Insomma si può evincere che Nagel è stato fortunato a ricevere un’ottima eredità dal management che lo ha preceduto. E il suo unico talento, alla luce di tutto ciò, è di essere riuscito a indebolire un bilancio in ordine, e di aver gestito la contabilità in modo che i dirigenti fossero sicuri di ricevere i bonus a fine anno.
 

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