Venezia applaude un musulmano che strappa la foto di Ratzinger

Venezia applaude un musulmano che strappa la foto di Ratzinger

Venezia. D’accordo che era il re del pop, d’accordo che in epoca molto pre-Obama è stato forse l’afroamericano più influente d’America, d’accordo che la sua parabola di beniamino vittima del destino cinico e baro sotto forma di star system si presta a un’epica del ricordo. Va bene tutto, ma tutto questo non rende “Bad 25” di Spike Lee su Michael Jackson un bel film. Per due ore intrattiene sull’uscita e i retroscena dell’album Bad come se fosse la Nona di Beethoven. E alla fine lascia solo l’impressione di aver guardato una laccatissima, interminabile stronzata.

Sinceramente non si comprende l’accanimento di Lee nel voler trovare ogni tot anni un simbolo black da glorificare sulla bandiera d’America. E dispiace – visto il sincero impegno per una questione come quella razziale, tutt’altro che insussistente – dover ricordare che in fondo i suoi due migliori film sono quelli o in cui il nero non è raccontato e visto con fervori epidermico-politici (“Inside Man”) o in cui di neri non ce n’è nemmeno uno (“La Venticinquesima Ora”). Quasi viene da riabilitare il minimalismo partenopizzato di Demme con il non riuscito, ma almeno non tronfio documentario musicale su Enzo Avitabile. Non basta mettere in fila interviste a Martin Scorsese, o Quincy Jones o Stevie Wonder per scansare la noia. Per favore, Spike Lee, torna al cinema!

Nel giorno del Leone d’Oro alla carriera a Francesco Rosi, patriarca senza spocchia del nostro cinema, si apre la Settimana Internazionale della Critica con un debutto. Una marea di applausi – per mani specialmente italiane – ha salutato “La città ideale” di Luigi Lo Cascio. La storia è l’incubo di un architetto ecologista, dall’entusiamo anti-consumista che farebbe impallidire un Fulco Pratesi, il quale finisce sotto processo con l’accusa di aver ammazzato un uomo. Il film si fa vedere, anche se manca del tutto l’idea di ambiente (la città, Siena – che poi con tutti gli impicci Mps, ideale non sembra più – pur evocata nel titolo non ha alcun ruolo o importanza), la recitazione cade talvolta in timbri teatrali manieristici e il finale mostra totale assenza di argomenti. È stato evocato il nome di Elio Petri, causando probabilissimi rivolgimenti nella tomba. Piuttosto la pellicola rientra in quegli esperimenti che a un certo punto attori di successo fanno, in fondo senza infamia: Tognazzi per esempio (quello del “Fischio al naso”, con simile senso dell’assurdo), Manfredi, Giannini. Magari per ritornare senza troppi grilli alla strada vecchia della recitazione. Saggiamente.

Quanto al concorso, il film russo “Tradimento” colpisce per la grande padronanza registica di Kirill Serebrennikov (alcune scene – su tutte, un pianosequenza di un incidente – andrebbero studiate dagli allievi di cinematografia), ma non è adeguatamente sorretto dal copione che intreccia i tradimenti di due coppie. Tutto un po’ già visto, però Serebrennikov ce lo fa vedere bene (e senza troppa anatomia, anzi quasi zero).

A proposito di sesso, chiudiamo con lo scandalo di “Paradise: Glaube”, che fa discutere per l’uso improprio del crocifisso, compiuto dalla protagonista. Provocatorio e caustico, disperato e penitenziale, il film dell’austriaco Ulrich Seidl racconta di una fondamentalista cattolica che non riesce a trovare salvezza. Vive di scene forti, che i credenti faranno faticare ad accettare, come il sarcasmo sul Padrenostro o l’oltraggio alle immagini sacre. A un certo punto, uno dei personaggi, il marito paralitico della donna, musulmano, strappa dal muro una fotografia di Papa Ratzinger: la platea non ha trattenuto l’applauso. Grandi consensi alla proiezione in Sala Grande, cui assistevano regista, cast, nonché la giuria schierata e, a quanto è sembrato, piuttosto convinta.