Roma capitale dell’intrallazzo. Ride sguaiata quando chiude un affare

Roma capitale dell’intrallazzo. Ride sguaiata quando chiude un affare

Che a Roma si rubasse moltissimo, più che sospettarlo ne ho sempre avuta certezza, non la certezza becero-leghista, naufragata miseramente per mano di sé medesima, ma quella più profondamente pasoliniana – l’«io so ma non ho le prove» che rappresenta il manifesto più dignitoso, ma anche più sconfortante, della consapevolezza civile dei cittadini perbene. Dunque, ciò che accade sotto il cielo della Regione Lazio non riesce proprio a sorprendermi e sorprendersi – detto tra noi -, rivolgendo anche lo sguardo più distratto a uno vestito e calzato come Fiorito, sarebbe un atto di ingenuità non più tollerabile nel terzo millennio «d.c.». Perchè l’abito, cari lettori, fa ancora il monaco. È più semplicemente l’evoluzione della specie.

Sono venuto da queste parti una ventina d’anni fa per seguire le gesta dell’imprenditore che scese in politica muovendo alla bisogna le (sue) aziende e conquistando l’Italia e gli italiani. Ma conoscevo già Roma e quel modo di vivere per frequentazioni di amici cari, che nel corso del tempo qualcosa mi avevano pur spiegato. Mi avevano detto che laddove ci sono i Palazzi si muove un intero arcipelago di interessi che da ogni parte del Paese converge lì per chiudere affari, ispirare trame, ottenere posti a sbafo, rovinare carriere altrui e tanto, tantissimo d’altro. Come tutto ciò si potesse fare potevo solo immaginarlo, e poi nel corso del tempo sono riuscito concretamente anche a «vederlo». Per chiudere un affare (apparentemente) pulito o anche dichiaratamente sporco, qui a Roma sono necessarie le relazioni, quella capacità di tessere tele infinite, che alla fine – magari – produrrà un risultato soddisfacente per le parti. Per cui, se siete dei solitari, se non amate troppo il perdervi in chiacchiere, se pensate di voler frequentare soltanto le persone che vi piacciono, non siete adatti per Roma. Per questo tipo di Roma.

Purtroppo questo sistema ha inquinato inesorabilmente anche l’altro che gli corre in parallelo, e cioè il mondo degli affari leciti, delle opportunità sincere, quel pianeta della concorrenza che dovrebbe ispirare e trascinare l’economia liberale. Oggi, nessuna persona sana di mente (e onesta) può pensare seriamente, e con l’ingenuità del suo entusiasmo civile, di ottenere «lavori» solo con la forza delle idee, dei progetti, insomma della pura e semplice professionalità. È questa la grande e distruttiva vittoria dei Palazzi: aver piegato la parte migliore del Paese sui suoi stessi parametri.

Qui ci sarebbe da capire che ruolo vogliamo dare a quella categoria che impropriamente in Italia viene chiamata lobbismo. In Italia non ci sono lobbisti ma solo intrallazzatori, che tra l’altro frequentano senza averne diritto i sacri locali del Parlamento italiano. Gente che «lavora» fianco a fianco ai deputati di riferimento per ottenere leggi tagliate su misura, per abbattere possibili pericoli per le aziende che rappresenta, insomma per avvelenare il pozzo delle libere opportunità. Se capiterà di farvi un giretto per i saloni di Camera e Senato ne potrete apprezzare il passo pattinato, scivolano lungo i muri come lucertole, sono generalmente ben vestiti (non benissimo), hanno quell’atteggiamento di apparente distacco che prelude a qualcosa di assai poco lusinghiero. Qui non siamo in America dove sono legalmente riconosciuti, dove la lobby è sacra (e pericolosa) per istituzione, no, qui siamo all’improvvisazione purissima, e i presunti lobbisti si lamentano fintamente di questo non-riconoscimento da parte delle istituzioni, ma non badateci, è finto starnazzamento perchè invece il gioco gli va benissimo così.

Un elemento di grande suggestione, anche «fisica», è che in genere i mestatori a Roma non agiscono nell’ombra. Nel senso che ritengono il suolo capitolino un’assoluta garanzia di impunità, un grande ombrello protettivo sulle possibili nefandezze da portare a termine, una cuccia calda e sicura in cui nessuno metterà il naso, né intenderà ficcarlo. Se è possibile, si può considerare Roma un territorio in preda alle mafie. Più della Sicilia, più del Nord dove si sono agevolmente insediate. Quando si evitano gli accorgimenti più usuali – il nascondersi o ritrovarsi più discretamente in luoghi meno clamorosamente aperti – significa che l’Operazione è compiuta, che il senso di impunità totale è passato.

E dove la si può incontrare questa gente, quali posti frequenta, cosa sceglie come luogo fisico di torbidi affari? Semplicemente bar, ristoranti, alberghi, tutti quei posti normali che frequentiamo anche noi, perchè il confondersi tra noi consente a loro di essere considerate persone altrettanto degne. Un modesto escamotage sociologico di un qualche effetto e di presa abbastanza sicura. Fate dunque questo conto, cari lettori: in un qualunque bar del centro di Roma un paio di tavolini in cui c’è gente che fa affari loschi li troverete con ragionevole certezza. Sorrideranno poco nello parte centrale – decisiva – del loro incontro, mentre molto lo faranno, e anche in maniera crassa, a conclusione dell’affaire. Quanto ai vestiti, vi direi minimamente di diffidare di chi si agghinda in gessato blu sin dalla prima mattina, segno evidente di un certo disinteresse per la sobria eleganza. Ho notato che per darsi un tono, il buon Fiorito si è presentato a Porta a Porta proprio in gessato con gemelli ai polsi della camicia. Da Anagni a Savile Row è un attimo.

Non so, sinceramente, se la Città Eterna potrà mai riprendersi. Né vorrei lasciarvi la spiacevole sensazione che si rubi soltanto da queste bande. Si ruba ovunque nel nostro Paese senza regole. Ma a Roma di più, perchè le regole le scrivono qui. Si rubano destini, opportunità, meriti, concorrenze leali. Scippati, portati via, senza neppure avvertire.

Grazie, Roma.