L’amaro destino di un borghese italiano al tempo delle elezioni

L’amaro destino di un borghese italiano al tempo delle elezioni

Buoni studi, buona condizione economica, professonista quaranta-cinquantantenne, una certa responsabilità sociale, non più disponibile a subire la politica di questi ultimi vent’anni. Ecco, un italiano così, magari anche animato da timida passione civile, ha una decorosa opzione politica in vista delle prossime elezioni o sarà costretto ancora una volta (ri)posizionare le sue pretese al famoso e depressivo “meno peggio”?

Prima però di declinare il suo possibile destino, è malinconicamente necessario rilevare che questa figura di professionista negli ultimi lustri del nostro tempo non ha proprio lasciato l’impressione di una vera, sincera, appassionata partecipazione alla cosa pubblica. Probabilmente si è ritirato in un sano egoismo sociale, ha molto lavorato, ha subìto gli eventi politici più che determinarli, insomma non è riuscito, vuoi per cattiva volontà, vuoi per incapacità, vuoi per indifferenza, vuoi soprattutto perché escluso alla radice dai processi politici più interni al Palazzo, a lasciare una traccia di un qualche peso nel panorama italiano. Una grande sconfitta per i borghesi, di cui i borghesi credo (spero) abbiano discreta consapevolezza.

Oggi, Berlusconi (politicamente) morto, c’è baruffa nell’aria. Approfittando dell’indignazione dilagante, in realtà partita dal basso, dai singoli cittadini, dalle classi meno abbienti, i professionisti di questo Paese stanno facendo massa. Vogliono pesare. Qualcuno vuole anche contarsi, creando magari una listarella, addirittura un partito, più facilmente un movimento. La storia dirà se non siano arrivati troppo tardi per meritarsi una vera e propria considerazione da parte della società circostante, da parte del cosiddetto corpo elettorale. Per qualcuno è sin troppo smaccato il salto su un carro nuovo, il carro appunto della Grande Indignazione collettiva, senza aver dato grande prova di sé quando il Tiranno era ancora in vita, erano (e sono) in vita gli statalisti, i nemici del mercato, della concorrenza.

Fa una certa impressione la quota liberale che si è liberata nell’aria. I liberali, che non sono mai stati maggioranza, ora – paradossalmente – sembrano esserlo diventati. Tutti sono rigorosamente liberali e, di conseguenza, sinceri riformisti. C’è oggettivamente da dubitare che tutti sinceramente lo siano, c’è da valutare come insincera qualche partecipazione, c’è da muovere modeste perplessità di fronte a certe rinnovate virginità. Ma c’è anche da accogliere il buono che c’è come un elemento di sostanza politica non indifferente. Se non altro in termini di entusiasmo (e di relativa, apprezzabile, ingenuità).

Ecco che allora un borghese, oggi, è chiamato alle scelte, a quelle scelte che in tempi più recenti ha volutamente evitato. Stavolta forse è più facile metterci la faccia, dietro c’è la spinta dei cittadini “normali”, i piccoli, i dimenticati, i meno socialmente protetti, e sotto questo grande ombrello sociale, al di là di interessi evidentemente diversi, è molto più facile ripararsi. È molto più facile parlare, urlare, puntare il dito contro la casta con qualche anno di ritardo sulla tabella del decoro.

Ma mettiamo pure che si voti dopodomani e dopodomani, secondo i tempi di questa politica, si voterà davvero. Cos’ha di fronte un professionista, quali opzioni possibili, c’è qualcosa che può tamponare la sua irrequietezza sociale? Tutto sembra accadere al centro, quel luogo magmatico in perenne evoluzione (che solo Casini presidia sin da tenera età).

Oggi sui giornali troverete per esempio un appello, l’appello dei Cento. Si tratta di cento personalità, di diversa estrazione politica (pericolosi estremisti no), tutti riconducibili a un certo moderatismo, più di una sfumatura cattolica, che come stella polare possono brandire l’ormai notissima «Agenda Monti». C’è Montezemolo, c’è Riccardi il ministro, c’è Bonanni (non esattamente il nuovo), c’è Andrea Olivero, presidente delle Acli, Dellai e molti altri. Il prossimo 17 novembre si ritroveranno a Roma per lanciare il loro appello: «Verso la Terza Repubblica: la società civile e il rinnovamento della politica».

In buona sostanza il nulla. Concetti larghissimi ed elementari, talmente condivisibili da rasentare la provocazione. E’ un gruppo di pressione, «un nuovo soggetto – scrive Repubblica – destinato a evolvere in una lista che si alleerà con i centristi di Casini nel nome del “Monti dopo Monti”». Programma politico nessuno, semplicemente la continuità, attraverso la figura impeccabile e un filo depressiva del premier.
Domanda: la solidità di questo movimento, che lasciamo volentieri alla valutazione del lettore, quanto potrà essere contagioso all’interno di categorie sociali che devono interpretare la modernità di un mondo in evoluzione, che immagineranno i nuovi mestieri, che studieranno lo sviluppo delle nostre città, il loro rispetto ambientale, e tanti altri temi sul tappeto? In un concetto: ma dove sta l’entusiasmo in un’operazione del genere? Sub-concetto: ma si può ancora allearsi con Casini?

All’interno dei Cento, c’è il tormento di Italia Futura, il movimento che è nato meritoriamente prima di tutti gli altri e che prima di tutti gli altri ha declinato il suo tramonto. Montezemolo non si candiderà e i suoi migliori cervelli se non sono in fuga (c’è stata la tentazione Fermare il Declino) sono almeno in perenne ricerca di identità. Capacità attrattiva del voto: intorno allo zero.

L’altra sera, un po’ di Milano che produce stava in piazzetta San Fedele, dove sul palco ha sfilato il pacchetto di mischia di Fermare il Declino. Opportuna la riproposizione su You Tube per chi avesse perso l’evento. Parole chiave: «Milano, Piazza san Fedele». Boldrin-De Nicola-Zingales-Giannino hanno raccontato il sogno di cambiare un paese-fossile e almeno in apparenza «quei bravi ragazzi» sembrano un filo più espansivi ed entusiastici di quell’esercito della salvezza rappresentato dai Cento. Solo che c’è un fenomeno in evoluzione, all’interno del movimento che probabilmente si farà partito e lo si avverte negli interventi pubblici dei suoi protagonisti. Invece della proposta politica, che si può comunque leggere sui documenti, si sta facendo largo un elemento più risolutivo e demagogico rappresentato dal sentimento anti-casta. In ognuno di loro emerge in maniera pericolosa e se questo può certamente scaldare il cuore di una piazza, non depone sull’equilibrio complessivo. (E dire che sono tutti di buoni studi)

Per il voto borghese non abbiamo volutamente citato l’opzione Renzi, che sarebbe un po’ la soluzione al problema. Con tutta probabilità perderà le primarie, lasciando orfani un buon numero di suiveurs. Ma il suo insuccesso terrà in vita miracolosamente tutti i volonterosi centristi che si sono affacciati alla vita politica con una qualche speranza. Un Renzi candidato premier li avrebbe spazzati via. Dunque ringraziate Bersani.

Ah giusto, Bersani. Non lo abbiamo messo tra le opzioni possibili per un borghese di questo tempo. Non più, almeno, da quando si è alleato formalmente con Vendola. Il pericolo comunista è avvertito sensibilmente, non si scherza sulle cose serie.

Sulle Santanchè, gli Alfani, le Polverini, i La Russa, i Formigoni, ciò che resta della destra post-berlusconiana, non vi raccontiamo nulla. Non ne abbiamo cuore. Probabilmente non passa neppure la barriera di Milano Rogoredo.  

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