Ma per la famiglia Tontoloni del Pd Renzi è un pazzo che gira l’Italia in camper?

Ma per la famiglia Tontoloni del Pd Renzi è un pazzo che gira l’Italia in camper?

ROMA – La saga dei «Coniglietti Tontoloni», fatica letteraria di Dav Pilkey ad uso di bambini dai 4 anni in su, sembra accompagnare quest’assemblea del Pd che dovrebbe regolare le regole. Appena scorge che il tempo peggiora, illuminato da tuoni, fulmini e saette, la famiglia Tontoloni carica allegramente la macchina di sdraio, creme abbronzanti e ombrelloni e si fionda in spiaggia per una bella, sana e orgogliosa giornata al mare. E così i nostri eroi, qui convenuti per le ore 10 (Roma, hotel Ergife) da tutta Italia.

Ma, o ci siamo rimbambiti noi cronisti – il che è sempre possibile – o l’allegra brigata piddina che affolla l’albergo è in gita premio con affaccio sul nulla. Doveva essere un pomeriggio di un giorno da cani, in cui confrontarsi sino al drammone finale del ribaltamento di uno statuto mesozoico, e invece a momenti è una celebrazione postuma della grandezza di un segretario neppure così tanto saldo in sella. Sembra proprio che in questi saloni Renzi non esista e forse non esiste davvero e c’è solo un povero pazzo che gira l’Italia su un camper neppure fosse il buon Castagna di Stranamore.

Perché la realtà è che qui, oggi, non c’è neppure lo straccio di un renziano, neppure un fantasma che rivendichi orgoglioso un’appartenenza, anche un misero, sussurrato endorsement, insomma che ti racconti che questo sindaco di Firenze può darti davvero il brivido caldo di una nuova politica.
Sì, d’accordo, ci sarebbe questo gruppo di veltroniani che appoggia e non appoggia, che dice a mezza bocca che così non va, caro segretario Bersani, che bisogna muoversi, ma insomma lo dice con una tale lentezza e senza quel dichiarato coraggio che il momento esigerebbe, che una sana ragazza di destra derubricherebbe la categoria ad aficionados senza palle.

E il paradosso che non un solo renziano ci sia in questi saloni, produce l’effetto che la relazione introduttiva di Bersani, che racconta di un’Italia alla catastrofe senza l’apporto del Pd (e sarà anche vero), che invita a non dar retta alle cazzatelle dei giornalisti che s’incaponiscono sulle regole, che formalizza che sì «un elettore di destra può anche cambiare idea, ma che almeno ce lo dica chiaro», che parla del futuro del Paese e lo disegna con immagine un po’ francese tra «moralità, sobrietà, legalità», ecco, tutta questa visione (alternativa) del segretario porta la platea di un partito più antico di quel che vorrebbe Renzi a spellarsi le mani perché «Bersani gliel’ha cantate chiare». Grande segretario, grande Pier Luigi.

Ma a chi, di grazia, doveva cantarle chiare, se qui dentro non c’è un renziano che uno, anzi no, uno vero, sano, orgoglioso e combattivo c’è ed è il senatore Marcucci, fratello di Marialina, imprenditrice e già editrice dell’Unità, il quale ha speso il suo soldino di speranza sin dal primo minuto e ora si gusta con una certa qual soddisfazione quel sentimento di paura che serpeggia tra le antiche genti di sinistra?
E allora è chiaro, chiarissimo, che la partita è tutta fuori dall’Ergife, nelle piazze, ma anche (e ancora) in qualche corridoio che conta. Perché in fondo, tanto per fare un esempio, non sarà un dettaglio capire se un cittadino che non vota al primo turno potrà votare al secondo (al momento no).
Quel che resta è l’immagine di un partito troppo blindato. Persino giudiziosamente blindato, visto che se vince l’arrogantello toscano qui si farà carne di porco del vecchio e anche in parte del finto nuovo che aleggia pesantemente nel Pd.

Un’ultima stupidaggine, giusto perché riguarda noi cronisti e a voi importa poco. Ma se l’assemblea era incentrata sulle regole e sulla trasparenza, se ce la state menando con la casa di vetro, se siete voi i primi, come dice Bersani, a voler allargare democraticamente il bacino regolamentare, come mai avete avuto la bella pensata di tenere la stampa fuori dalla vostra grande, democratica, orgogliosa, convention?