La scienziata che può incastrare l’Ilva di Taranto

Si chiama Antonietta Gatti

Una volta la settimana Antonietta Gatti prende il treno all’alba, va a Pesaro, si immerge nelle stanze silenziose dell’Arpa e armata di provette e analisi mediche mette a punto quella che è una scienza del tutto nuova, rivoluzionaria, e soprattutto made in Italy: la biobalistica. Poco più di cinquant’anni, sguardo vivace, parlantina coinvolgente e tutte le qualità che hanno le donne dell’Emilia, simpatia compresa. È stata consulente della Commissione d’inchiesta parlamentare sull’uranio e anche del procuratore di Lanusei (in Sardegna), Domenico Fiordalisi, che sta conducendo un’inchiesta sul poligono militare di Perdasdefogu e sull’inquinamento bellico.

Dal 2004 è incaricata dall’ente scientifico americano Fase di studiare un metodo di detossificazione per i 400mila soggetti ammalatisi di nanopatologie, a seguito del crollo delle Torri Gemelle di New York che ha ricoperto Manhattan di polveri tossiche. Le patologie derivate da quest’esposizione stanno facendo ammalare migliaia di persone a New York.

Per raccontarci di questa nuova frontiera dell’indagine scientifica entra subito nel vivo: «Le faccio un esempio: a Taranto oggi siamo in grado di dire se le sostanze inquinanti presenti nel corpo dei cittadini malati provengono dall’acciaieria oppure no. Gli industriali possono scaricarsi la colpa a vicenda ma io analizzando con questo microscopio cosa è finito negli organi, nei tessuti, nel sangue, posso capire se quel tumore è causato dalle polveri del cementificio, della raffineria o dell’acciaieria». 

Antonietta Gatti

A ottobre Antonietta Gatti è stata premiata, in Cina, durante il congresso mondiale di biomateriali, come “Fellow dell’International Union of Societies for Biomaterials Science and Engineering”. Una sorta di Oscar per scienziati che si sono distinti nelle biotecnologie. E il bio-ingegnere di Modena è in questo campo uno dei 36 scienziati più importanti del mondo. 

Peccato che, come spesso accade nel nostro sciagurato Paese, l’università di Modena, dove lavorava e dove dirigeva un progetto di ricerca internazionale, l’abbia praticamente costretta al prepensionamento.

Come mai?
Si vede che c’è abbondanza. Io mi sono opposta con tutte le mie forze al provvedimento, non volevo, c’erano ricerche troppo importanti in ballo, ma non c’è stato nulla da fare. Ora il microscopio elettronico a scansione ambientale fondamentale per questo tipo di ricerche è in dotazione all’Arpa di Pesaro e io ho il permesso di utilizzarlo una volta la settimana.

Metalli pesanti nel nostro corpo: è la nuova frontiera della ricerca scientifica. Come si individuano e cosa ci raccontano?
Stiamo parlando di polveri ultra sottili. E quindi di nanoparticelle di metalli pesanti: non si fermano nei polmoni ma passano nella circolazione sanguigna. Parliamo di nanopolveri che in un’ora sono al fegato, e arrivano agli organi interni. Milza, gonadi e anche al cervello. In base alla loro lega, alla loro forma, a cosa c’è negli organi e nei tessuti patologici, possiamo dire chi e cosa ha inquinato quell’organismo. 

E una volta che queste nanoparticelle sono arrivate negli organi, cosa succede?
Eliminarle è difficilissimo. In alcuni casi può intervenire la chirurgia. Il corpo umano costruisce una reazione: con le particelle più grosse può formarsi un granuloma, se sono molto piccole, come quelle che stiamo studiando, arrivano in tutto il corpo e la reattività dell’organismo può essere molto differente, variare da caso a caso. Le nanoparticelle possono entrare in ogni cellula.

Da cosa sono composte?
In tanti anni di ricerca ho visto davvero di tutto. Certe volte, per esaminare situazioni più complicate, è stato necessario analizzare i tessuti per alcuni giorni, anche una settimana. Ciò che studiamo nei tessuti patologici con il microscopio e con una successiva microsonda per analizzarne la composizione chimica, sono metalli pesanti aggregati tra di loro. Possiamo trovare di tutto: cadmio, stronzio, ferro, tungsteno, nichel, piombo. Dipende da dove viviamo, da cosa abbiamo respirato. 

Quindi dalla loro composizione identificate le sorgenti che le hanno generate?
Sì: se trovo ferro, cromo e nichel so che è una particella di acciaio. E verosimilmente quel tessuto proviene da un residente accanto a un’acciaieria. 

Ecco perchè la bio-balistica.
Sì. È come applicare il concetto della balistica alla biologia. Quando abbiamo un proiettile riusciamo a risalire alla pistola. Così, con questi nano-proiettili nel nostro organismo, riusciamo a individuare la pistola fumante. Siamo come Csi, ma meno fighi.

Una scoperta importante soprattutto per i processi sui disastri ambientali: è sempre così difficile stabilire il legame tra le malattie e le fonti di inquinamento…
Sì. Penso a Taranto. Un pediatra ha denunciato che i bambini nascono già con i tumori. Il ministro Clini sostiene che è colpa della catena alimentare, poi c’è chi dice che la colpa potrebbe essere della raffineria o del cementificio che sono presenti nel raggio di pochi chilometri. Ebbene, mi piacerebbe parlare con quel pediatra perchè dall’analisi dei tessuti dei bambini malati sapremmo dire con certezza se la causa di quei tumori è l’Ilva. Lancio un appello al procuratore Sebastio: mi faccia verificare cosa c’è nel corpo dei tarantini. Avremo prove inoppugnabili.

*redattrice di Metro

**La fotografia è di proprietà del Comitato per Taranto

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