Mi consentoPerché Renzi può vincere e perché con lui finirebbero la Dc e il Pci

Perché Renzi può vincere e perché con lui finirebbero la Dc e il Pci

A Matteo Renzi bisognerebbe erigere un monumento. Senza di lui, il Pd (e l’intero centrosinistra) si sarebbe avviato stancamente e sempre con lo stesso abito alla prossima campagna elettorale. Il coraggio e la vitalità del sindaco di Firenze hanno invece introdotto nello schieramento concetti che sembravano ormai perduti: su tutti, quelli di competizione e concorrenza.

Adesso, a due settimane dalle primarie, ci si chiede quale sarà il risultato del rottamatore. Coronerà la propria rincorsa con una vittoria sorprendente che scompaginerà l’intero quadro politico italiano? Oppure si accontenterà di un’ottima prestazione e avrà messo fieno in cascina per il futuro? Ben sapendo, però, che in politica è fondamentale cogliere l’attimo. A leggere i sondaggi, pare che il sindaco di Firenze di chance ne abbia pochine. Ma i sondaggi, come la storia recente ci ha insegnato, lasciano il tempo che trovano. Conta molto di più il vento che si respira e il clima che si percepisce.

E, da questo punto di vista, il web è un osservatorio privilegiato. Solo chi frequentava abitualmente Internet (non sono pochi, ma nemmeno tantissimi) non si stupì più di tanto del successo referendario di un anno e mezzo fa. È su Internet che Beppe Grillo ha posto le basi della sua carriera politica. È su Internet che abbiamo avuto la plastica rappresentazione del successo del primo de Magistris.

È un osservatorio privilegiato non solo perché è su Internet che in tanti possono esprimere la propria opinione. Ma anche perché è sul web che ci si può facilmente rendere conto di quanto un argomento o una persona siano trainanti per il pubblico. Ebbene, da questo punto di vista non c’è storia. Renzi ha sul web un appeal che i suoi concorrenti si sognano. Basta dare uno sguardo alle condivisioni della sua pagina Facebook, o quanti suoi tweet vengano rilanciati. È in possesso di un vero e proprio esercito di fedelissimi e simpatizzanti che in Italia è secondo solo a quello di Beppe Grillo. La forbice tra sé e Bersani è incolmabile. È su Internet che ci si rende conto del seguito che ha il sindaco di Firenze. Tra i giovani, certo, ma non solo. E, soprattutto, tra le cosiddette “persone normali”, che magari non hanno mai frequentato la sezione di un partito ma che sono, al fondo, quegli elettori swinging che da sempre decidono le sfide elettorali.

Ma non solo. C’è un altro aspetto che, sempre su Twitter, è stato segnalato dal giornalista de La Stampa Jacopo Iacoboni. Le trasmissioni televisive che ospitano Renzi registrano sempre un picco d’ascolto. Segno inequivocabile che il personaggio evoca quantomeno curiosità, suscita interesse. Gli italiani sono desiderosi di conoscere le idee di questo volto nuovo della politica e della sinistra italiana.

Ed è proprio nelle sue apparizioni televisive che Renzi ha modificato la propria immagine. Non più puro e semplice rottamatore anti-casta, che in fondo resta pur sempre una versione riveduta e corretta di Beppe Grillo. Bensì politico in versione casual, la classica “persona normale” (concetto che ripeto non a caso) che si esprime con un linguaggio chiaro e magari ammette candidamente i suoi errori (come ha fatto ad Agorà, quando ha definito un “clamoroso errore di comunicazione” la decisione di svolgere a porte chiuse l’incontro con alcuni operatori dell’alta finanza tra cui Davide Serra, come peraltro noi de Linkiesta avevamo scritto sin dal giorno dopo). E che, particolare non irrilevante, non guarda fisso nella telecamera come se dovesse imbonire qualcuno.

Ha cominciato a Ballarò, nella serata in cui il mattatore è stato Rosario Crocetta, fresco presidente della Regione Sicilia. Ha proseguito nel salotto di Lerner, a Otto e mezzo e infine ad Agorà, in quella che probabilmente è stata fin qui la sua migliore performance televisiva. Inizialmente sembrava che non avesse più nulla da dire dopo aver “fatto fuori” Veltroni e D’Alema. Invece, probabilmente, come ha scritto Caldarola, ha capito che quell’immagine non lo avrebbe condotto molto lontano, soprattuto dopo aver incassato due successi storici. Così come ha compreso – i sondaggi di Weber ad Agorà lo hanno mostrato in maniera impietosa – che il suo tallone d’Achille era ed è a sinistra.

Non a caso, a questo punto si può dire così, il sindaco si è lasciato sfuggire un po’ di occasioni ghiotte per rimarcare quel profilo che un tempo si sarebbe definito di sinistra riformista. Ha evitato, all’indomani della cena di Milano, di seguire a petto in fuori Davide Serra nella difesa dell’alta finanza. Ha fatto scorrere dinnanzi a sé il dibattito su Tony Blair che pure Vendola gli aveva servito su un piatto d’argento. E non ha detto nulla sulla vicenda Marchionne: né sulla messa in mobilità dei 19 operai della Fiat in risposta al reintegro disposto dal giudice (sul punto, invece, un renziano come Pietro Ichino ha espresso concetti molto chiari) né sul ruolo non irrilevante che il manager della Fiat ha avuto nella riconferma di Obama alla Casa Bianca. Argomento, questo, che ha imbarazzato la sinistra che ha preferito voltarsi dall’altra parte.

Probabilmente, e memore anche degli storici insuccessi della sinistra riformista, almeno in Italia, Renzi ha preferito sorvolare. Cercando invece di offrire un’immagine più informale ma anche più de sinistra. Il che, se da un lato potrebbe giovargli nelle urne, dall’altro evidenzia ancora una volta quanto in Italia lo spazio politico per un diverso modo di intendere la sinistra sia ridotto. Del resto, se dovessimo giudicare dalle facce viste all’apertura del suo centro elettorale a Roma, dovremmo dire che il popolo di Renzi non ci sembra proprio quelle delle masse: molta sinistra-bene, pochi, pochissimi volti di lavoratori “normali” .   

Comunque due settimane sono tante e peserà in maniera decisiva chi riuscirà a tenere i nervi più saldi. Le assurde regole stabilite dal Pd non favoriscono Renzi, ma più lui riuscirà a trasmettere quest’immagine informale più riuscirà ad attrarre cittadini alle urne. Perché, ed è questo l’aspetto politico straordinario della vicenda, l’eventuale successo di Matteo Renzi segnerebbe la fine definitiva dei post-comunisti e dei post-democristiani. Il Partito democratico di Matteo Renzi sarebbe per la prima volta un partito post-ideologico e non più l’unione stabilita a tavolino di due storie ormai superate e sconfitte. È questo il motivo delle strenue resistenze degli apparati alla corsa del sindaco. Ed è questo, anche, il motivo per cui il suo sembra un obiettivo troppo ambizioso e difficile da conquistare.