Renzi gridava "Adesso!", perché ora sembra dire "Dopo"?

Renzi gridava “Adesso!”, perché ora sembra dire “Dopo”?

L’altroieri sera a Milano, Matteo Renzi non sembrava più uno con la bava alla bocca. Con la fame di chi sente vicina l’impresa più desiderata. Sembrava invece un lontano parente di quello che – con tutti i se e i ma che volete – aveva acceso il fuoco nel museo delle cere della politica italiana. Non sembrava più quello che “ha fretta, ha furia” – come sintetizzava bene, a inizio corsa, il nostro blogger Enrico Ferrara. Nel corso del tempo, ci eravamo più volte trovati a sottolineare che la campagna di Renzi aveva conosciuto passaggi a vuoto e battute di arresto, che a tratti già sapevano di disarmo

Ma appena qualche giorno fa abbiamo scritto convintamente che la partita sembrava ancora aperta e il clima c’era, soprattutto sul web, nonostante le regole apertamente ostili. Non lo facevamo per “Renzismo”, ma per dovere di onestà intellettuale di chi si sforza di leggere i tempi, i segnali e gli strumenti di formazione dell’opinione nell’epoca in cui viviamo. Ed era vero, la partita era aperta e forse lo sarebbe ancora: ma Renzi sembra aver smesso, di colpo, di volersela giocare fino in fondo. 

Tanto che, appena il giorno dopo, cioè ieri, da giri vicini e da giri lontani arrivavano segnali abbastanza espliciti di una frenata. Come sempre, in questi casi, agli orecchi dei giornalisti l’onda si avverte forte e sincronica. Così, chi è più affine al sindaco racconta di un Renzi in fase di ripensamento complessivo, perchè “i prossimi anni al governo saranno un inferno, con la crisi ancora viva e tante partite da giocarsi su scala europea e nazionale, in scenari di accordi complicati e precari”. Tutto vero, ovviamente, ma colpisce che Renzi abbia spinto la macchina fin qui per poi appoggiarsi, in fase di frenata, a ciò che doveva apparire evidente. Anche occhi e orecchie meno benevoli, nei confronti di Renzi, riferiscono con sicurezza tranciante che il sindaco ha alzato il piede dall’acceleratore e non schiaccierà più. “Qualcosa è successo, quacosa di definitivo”. Tanto da apparire quasi realistico che Bersani – lo riferisce oggi Goffredo De Marchis su Repubblica – punti addirittura a vincere al primo turno, mentre appena pochi giorni fa sarebbe sembrata addirittura fantascienza. 

I retroscena, si sa, nel gioco di specchi della politica italiana, durano spesso lo spazio di un mattino, ma a rafforzare rumors e virgolettati anonimi, questa volta, ci sono una lunga serie di episodi e un clima che progressivamente è sembrato spegnersi. Senza più Veltroni e D’Alema da colpire come bersaglio grosso di una strategia del rinnovamento, dopo la gestione un po’ improvvisata della serata con la finanza milanese, Matteo Renzi è sembrato parecchio spaesato, un po’ timoroso, non abbastanza netto nel suo profilo liberal e anche per questo, nel confronto con gli altri quattro, è sembrato più brillante ma incapace di svettare e di affondare guadagnando il terreno che – chi insegue e non ha nulla da perdere – può recuperare solo attaccando a testa bassa.

Magari è tutta tattica, per carità, e non sarebbe giusto condannare chi si fosse effettivamente reso conto che il compito che si parava davanti era davvero improbo per le proprie forze. Il merito di aver aperto un dibattito vero e di aver favorito un grande rinnovamento resterebbe in questo caso intatto ma resterebbe, indubbiamente, la sensazione di un’occasione prima costruita da zero, e poi lasciata sfiorire quando ci si accorgeva che il potenziale era vero, forte, solido.  Di più e peggio: si avrebbe l’impressione di una campagna lanciata per rinnovare il paese e la sua classe dirigente, e poi abortita per tardivo ravvedimento sull’enormità del compito.

Anche considerando che Renzi, da sindaco, avrà davanti degli anni per strutturarsi, formarsi e pensare al futuro sulla base della grande esperienza acquisita in questi mesi, non si può non ammettere che il treno – questo treno – non passerà più. A meno di un inatteso (ma sempre benvenuto) rilancio alla Leopolda di questo fine settimana, infatti, la frenata di Renzi riporta la politica italiana – e lui stesso – alla dimensione della tattica, delle relazioni di lungo periodo, degli assi tra Casini e Bersani, della vecchia lingua di vecchi apparati e di rappresentanza di interessi che sono parte centrale del problema-Italia.

Se Renzi ha frenato, ha deciso di non giocarsela fino in fondo per qualunque motivo, vuol dire che era giusto così, vuol dire che – Adesso! – non aveva la forza, la stoffa, la squadra o la libertà che serve per diventare davvero leader. Se lo ha fatto, ha fatto per definizione la cosa giusta, perché è meglio smettere di guidare prima che fare disastri dopo. Ma il senso di incompiuta resta e resterebbe forte: e farebbe dispiacere non per Renzi, ma per l’Italia che dovrebbe ammettere – una volta di più – che quando le opportunità e le domande di cambiamento radicale sono nella società, non trovano mai una politica capace di rappresentarle.