Ma alleati come Montezemolo fanno bene al politico Monti?

Ma alleati come Montezemolo fanno bene al politico Monti?

E dunque, sembrai ormai certo, ci siamo. Dopo aver lungamente detto il contrario, sospinto da pezzi di società civile e dai capi d’Europa, dalle élite dell’industria e della finanza, Mario Monti sembra pronto a scendere in campo. Si parla di coalizioni e liste, di geometrie lievemente variabili tra Camera e Senato per meglio sfruttare le differenze della legge elettorale, di strategie comunicative da mettere in piedi e studiare. Si parla anche di sondaggi complicati, di consensi da conquistare e di un’immagine di pessimistico rigore con cui fare i conti, visto che ora bisogna che qualcuno prenda dei voti. Tanti. Per vincere è il sogno di pochissimi, a quanto pare: ma almeno per contare, per pesare, per essere davvero delle partite politiche di domani.

Dopo aver rispedito al mittente l’offerta di Berlusconi che gli aveva dato le chiavi (come no) del Pdl, il presidente del consiglio ha pensato di poter fare leva – tra ciò che già esiste – su quel luogo immaginario e strano, esistente solo nella politica italiana, che è il “centro”. Peppino Caldarola su questo giornale ha spiegato molto bene sia l’anomalia della definizione centrista, sia la necessità vitale di dare finalmente una destra europea al contesto italiano. E invece no, anche Monti non ha alternative al buttarsi al “centro”: luogo con grandi simboli e nomi che stanno nel passato, e che al presente (ormai da decenni) è occupato nella realtà da piccoli partiti che assommano quel che resta di vecchie (nell’epoca e/o nella modalità) cordate di tessere, radunate nel nome dell’araba fenice del “voto moderato”.

E insomma, il professore deve avere pensato che non può fare a meno di Casini e del suo partitino sempre vezzeggiato dalla grande stampa e mai davvero capace di radicarsi nel paese. Sempre molto ben rappresentato dai giornali e assai amplificato dalle televisioni, a dispetto di qualche decennio di politica davvero incolore, che non ha lasciato segni di nessun tipo, fatto salvo l’acume tattico di allontanarsi da Berlusconi prima che iniziasse il suo tracollo. Un piccolo partito che fortemente statalista, erede vero (in questo sì) della Dc di fine prima Repubblica, quando l’Italia era (già, e colpevolmente) sommersa da spesa pubblica inefficace e debito lasciato lievitare. Un piccolo partito, l’Udc, che in passato aveva il suo granaio di voti nella Sicilia di Totò Cuffaro. Al loro fianco, e a sostegno di Monti dopo aver visto naufragare tutte le velleità di leader del presidente della Camera, ci sono i resti di Futuro e Libertà. Dato attorno all’1% dei sondaggi, quello di Fli è un micropartito che ha tutto da guadagnare e poco da portare in dote dal matrimonio con il montismo.

Fuori dal parlamento, dove Mario Monti dovrà cercare i voti e un rapporto nuovo con pezzi di società, sta invece Italia Futura, il gruppo think tank di Luca Cordero di Montezemolo. Da decenni sulla cresta dell’onda dei media, un passato lontano e spiacevole sempre ricordato (pudicamente) dalle vecchie battute di Romiti, dopo anni e anni di tentennamenti, Italia Futura finalmente ci sarà. Ci sarà, in fondo, solo perché c’è Monti e chi ha conosciuto e frequentato le sedi locali di Italia Futura garantisce che non sembrano, al momento, pronte per portare acqua né particolare entusiasmo o dibattito tra idee e personalità: quello che si respira, quantomeno, dalle parti di Fermare il Declino. Anche nel caso dei monetezemoliani, insomma, sembra che ci sia molto da guadagnare e poca acqua da portare, al mulino che porterà la bandiera di Monti.

Certo, direte voi, è facile parlare, ma nel concreto ciascuno di noi deve poi fare le nozze con quel che ha. È vero. Ma se davvero vuole dare continuità a un percorso risanatore, Monti deve dimostrare non solo il rigore del professore, ma anche il coraggio e perfino il cinismo della politica. Quello che serve per dire dei no, anche imbarazzanti, prima che diventino zavorre lungo il cammino. Per la rifondazione conservatrice, moderata, liberale, al momento in campo non c’è proprio nessuno, tranne Monti: usi questa libertà per scegliere i compagni di viaggio migliori, che meglio testimonino il suo modello di paese e società, le sue idee, ma evitando di sentire il peso di chissà quali dipendenze o debiti rispetto a soggetti – appunto – poco rilevanti nella realtà democratica del paese. Solo così potrà allontanarsi almeno un po’ da quell’immagine – non proprio entusiasmante – di commissario in nome e per conto dell’Europa. E solo così darà davvero il suo contributo alla nascita di una Terza Repubblica, che non ha bisogno di portarsi dietro gli avanzi delle prime due.