Se non lavora per l’eguaglianza, a che serve la politica?

Se non lavora per l’eguaglianza, a che serve la politica?

Questa potrebbe anche essere una bella campagna elettorale. Le differenze fra Monti e il centro-sinistra, sfrondate degli argomenti polemici, sono differenze che possono fare crescere gli uni e gli altri, e l’intero paese, e lasciare spazio, chissà, per un buon lavoro comune. Vedremo se la campagna elettorale con le sue logiche semplificatrici salvaguarderà questo spazio e che cosa succederà dopo.

Fra ciò che potrebbe non dividere, e su cui anzi si possono fare passi in avanti insieme, c’è anche il tema divisivo per eccellenza, cioè l’idea della giustizia sociale, dell’uguaglianza, e di come tradurla in agenda di governo. Prendiamola alla lontana: dalla rivoluzione francese, l’uguaglianza è un’aspirazione comune almeno a tutti quelli che hanno un’idea del progresso non basata sui diritti del più forte, e un’idea del ruolo dello stato non solo compassionevole. Sotto questa antica idea di progresso credo (o spero) che ci si ritrovi ancora tutti o quasi, fra centristi e centrosinistra, Monti e Bersani. Poi, ci si divide fra chi pensa che uguaglianza ha senso soltanto come riduzione degli ostacoli che si frappongono ad una crescita basata sulle pari opportunità, e chi dice che è la condizione di una crescita sostenibile, degna di una società armoniosa, e civile.

Ne discende una visione diversa del ruolo dello stato, essenzialmente regolatore e antimonopolista, per i primi, o più attivo e redistributore, per i secondi. Una divisione storicamente fondata, ma che – è la mia tesi – qui ed ora, in Italia (ma non solo), e in questa particolare crisi, può essere lasciata sullo sfondo, da uomini di buona volontà, in nome di obiettivi comuni.
La realtà dà un quadro del “bisogno di uguaglianza”, e dei modi per rispondervi, che a mio parere serve a capire dove è il problema più delle idee a priori. Su queste, ci si dividerà pure, ma aspettiamo a farlo, perché a partire dai numeri, intanto, si può molto lavorare e ragionare. Provo a dare l’idea di una possibile linea di ragionamento, basata sulla sequenza di alcune evidenze significative e almeno per me non tutte scontate. Intanto, la disuguaglianza contro cui battersi nel nostro paese non mi pare sia – non oggi almeno – quella che si manifesta in un eccesso di concentrazione dei redditi. Se il livello di disuguaglianza sia “eccessivo” o no, è questione di punti di vista, di sensibilità politiche e sociali. Personalmente, come molti della mia generazione e formazione, tendo a pensare che nessun privilegio sia davvero meritato, e che ogni bisogno sia meritevole di attenzione, ma è un punto di vista personale, a-tecnico, e qui non rileva.

Rileva il fatto obiettivo che l’Italia non soffre di disuguaglianze molto più della media degli altri paesi con cui ci confrontiamo (l’indice di concentrazione dei redditi in Italia è attorno a 0.35, contro una media Ocse di 0.32), e non ne soffre oggi più di qualche anno fa, nonostante qualche effetto della crisi (tab.1, da Banca d’Italia, che dà conto anche di alcuni indici della concentrazione della ricchezza). Certo, la crisi ci impone far fronte a povertà più diffuse e alla crisi del lavoro. C’è il dramma del Sud. Io credo fermamente che, in questa emergenza, chi ha di più non debba sottrarsi a dare di più.

Tabella 1: Concentrazione della ricchezza e del reddito in Italia 
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Ma guardando oltre l’emergenza il punto critico su cui convergere è un altro e sta nel fatto che oggi, nei paesi sviluppati, la disuguaglianza di partenza, quella che riguarda la concentrazione di redditi e patrimoni, che sia o no giudicata di per sé eccessiva, produce più di prima disuguaglianza di opportunità, che è il nemico comune da battere, se si vuole riavviare la crescita. Sui dati bisogna lavorare molto, ma il grafico 1, che riguarda l’Europa, dice, o fa presumere, che i paesi con più disparità di redditi sono, oggi, anche quelli in cui l’ascensore sociale funziona peggio. Che è un’evidenza, attenzione, che non autorizza giudizi ideologici, ma segnala un problema concreto e attuale. La mobilità sociale può ben produrre disuguaglianze “virtuose”: in Cina per anni, da Deng in poi, mobilità e disuguaglianze nei redditi sono cresciute insieme – a vantaggio della crescita complessiva – e, ne sono sicuro, lo stesso è accaduto per lunghi tratti dello sviluppo del dopoguerra, in molti paesi incluso il nostro.

Grafico 1: Confronto fra mobilità e concentrazione dei redditi
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Il punto è che oggi non è più così (neanche in Cina, tra l’altro, e lo sa bene Xi Liping): disuguaglianza nei redditi e immobilità sociale sembrano interdipendenti, due facce di una stessa medaglia, una misura dei privilegi indebiti e delle rendite che compromettono equità e sviluppo. Negli Stati Uniti il rapporto dell’Ufficio del Bilancio del Congresso dice che la crescita degli ultimi decenni, ma in particolare dal 2000 al 2007, si è concentrata quasi esclusivamente nell’1% della popolazione più ricca, si è distribuita abbastanza sul 19% successivo, ma molto poco sulla classe media, e sui poveri (graf.2). 

Grafico 2: Crescita del reddito reale disponibile negli Usa, a seconda dei livelli di reddito
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La reaganomics sarà servita a sbloccare la società negli anni ottanta, a avviare un nuovo ciclo di dinamismo sociale, ma non è una ricetta buona per tutte le stagioni: oggi il meccanismo ha smesso di funzionare, e proseguire su quella strada fa male alla crescita (che interessa tutti), e non solo all’equilibrio distributivo (che può interessare solo una parte). Da qui le difficoltà di Obama, che a me paiono le difficoltà di un paese che deve affrontare tempi nuovi, ma è attardato da una vecchia idea, efficace un tempo, solo suggestiva oggi, che è diventata un’ideologia pervasiva. Un’ideologia che ha alterato fra l’altro la percezione della realtà, se è vero che gli americani, a prescindere dal loro colore politico, non hanno alcuna consapevolezza del grado di disuguaglianza della società in cui vivono e della sua distanza da quello che essi stessi ritengono un assetto distributivo corretto (graf. 3).

Grafico 3: La disuguaglianza della ricchezza negli Usa: percezioni, realtà, obiettivi
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Stati Uniti e Regno Unito sono oggi fra i paesi nei quali la mobilità sociale è più compressa. Il dato che la misura è il rapporto fra il reddito della generazione presente e il reddito dei genitori, o meglio la misura in cui il secondo determina il primo. In questo grafico dell’Ocse (graf.4) la scala è da zero (nessuna influenza del reddito dei genitori su quello dei figli, massima mobilità) a uno (determinismo pieno e minima mobilità). Ebbene, nel Regno Unito e negli Usa l’indice è ai livelli più alti fra i 12 paesi selezionati, e dice che per il 50% circa il reddito di oggi è determinato da quello della generazione passata, mentre l’Europa continentale sta meglio (Germania al 32%), e quella del Nord meglio ancora (Danimarca al 15%). Una statistica su cui riflettere, che induce a dubitare del valore assoluto e permanente di un meccanismo anglosassone di selezione meritocratica da molti ritenuto l’unico degno di essere imitato. E ripropone il valore, in termini di uguaglianza di opportunità, della vecchia Europa statalista e solidale (e socialdemocratica, guardando a Nord).

Grafico 4: Una misura della mobilità sociale: l’elasticità intergenerazionale dei redditi
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E l’Italia? Qui sta il problema. L’Italia è e un caso a sé: ha un livello di immobilità sociale molto elevato (e questo ce lo confermava l’Istat nel suo ultimo rapporto), uguale a quello delle maglie nere, Usa e Regno Unito, mentre ha una struttura di spese, entrate pubbliche, welfare tipica dell’Europa continentale. Nel nostro continente, l’asserita pesantezza degli stati si ripaga più o meno ovunque con un sovrappiù di equità nella distribuzione delle opportunità. In Italia, lo stato è insieme pesante e incapace di creare le condizioni dell’ uguaglianza. Questo è il dramma della nostra politica. E allora l’obiettivo, il primo obiettivo da perseguire in ordine di tempo, pare essere non quello di smantellare lo stato o di ridurne il peso (un peso non diverso in Italia dalle medie dell’Europa continentale), ma quello di aumentarne l’efficacia (che è quanto ci divide dell’Europa migliore). Un obiettivo che suscita minori passioni ideologiche di quanto non sia quello della riduzione quantitativa delle spese pubbliche come strumento per ridurre le tasse, e che è anche meno facile da perseguire.

Perché se il problema non è più quello delle dimensioni dello stato, ma è quello della sua efficacia come produttore di opportunità, allora si tratta di agire con una revisione completa e radicale, certosina, dei capitoli di spesa. Il che significa pensare a una difficile transizione, in cui – per esempio – la mobilità all’interno dell’ impiego pubblico andrà sostenuta con ammortizzatori sociali costosi, e da finanziare con strumenti, anche straordinari, adatti. E si tratta di affrontare di petto la questione dell’istruzione, senza pregiudizi. Magari pensando (ma esco dal seminato) all’estensione dell’obbligo a tutto il percorso fino al diploma, e a un investimento forte sulla scuola pubblica, che deve garantire, fino al diploma appunto, l’equa distribuzione delle opportunità, senza lasciare (come negli Usa) alle sole classi meno avvantaggiate l’interesse alla sua qualità formativa. Argomenti su cui ragionare, magari per ribaltarli, ovviamente, ma a partire da una visione comune della realtà e dei problemi, meno viziata da idee a priori e dal culto di ortodossie superate. 

(*) L’autore è fra i soci de Linkiesta