Bombassei, il re dei freni vuole il posto della Fornero

Bombassei, il re dei freni vuole il posto della Fornero

TREVIGLIO (BG) – Il loden è blu invece che verde ma il montismo in Padania resta una via crucis faticosa anche se prende le sembianze di Alberto Bombassei, fondatore e presidente di Brembo, la multinazionale tascabile dei freni auto, capolista alle circoscrizioni Lombardia e Veneto 2 per Scelta Civica. Da Varese a Venezia, lungo la pedemontana produttiva da sei trimestri in recessione, è lui la faccia spendibile di una lista Monti ancora troppo algida e tecnocratica. Una faccia credibile ma troppo solitaria. La divisione del lavoro in quota Monti, da queste parti è praticamente obbligata: Pietro Ichino nei centri urbani più grandi a parlare di lavoro e occupazione; Bombassei a macinare chilometri tra distretti e capannoni, zone artigiane e associazioni di categoria del profondo nord.

Lui non lo dice, troppo signore, ma forse si aspettava di più dalla rete di Italia Futura, alla prova dei fatti friabile, impalpabile poco incisiva. «Forse scontiamo un po’ di disorganizzazione, in fondo siamo una forza giovane…», concede l’ex vice presidente di Confindustria.
Girare qualche ora con Bombassei, vicentino trapiantato a Bergamo, imprenditore – «faccio da quarant’anni il metalmeccanico…», si schermisce davanti al caffè Cavour di Treviglio, in attesa di incontrare Gabriele Albertini, l’ex sindaco di Milano candidato montiano alle regionali che però all’ultimo da buca – è un modo interessante per capire il rush finale in questo pezzo ribollente d’Italia, prima sedotto e poi abbandonato dal forzaleghismo egemone.

Treviglio è infatti una buona metafora di questo grande ingorgo elettorale, figlio di una stagione politica che, collassando, ha scongelato la rappresentanza del blocco dei professionisti e produttori del nord. Lungo via Cavour, di fronte al mercato degli agricoltori di piazza Cameroni, vedi tutti in fila i gazebo dei partiti. «Nel 2008 era un deserto», ricorda Bruno, artigiano mobiliere, mentre compra la verdura. «C’era solo la Lega e negli ultimissimi giorni spuntavano Pd e Berlusconi». Adesso lo sfarinarsi di un consenso che sembrava blindato produce volantinaggi ad ogni angolo della piazza e ragazzi in pettorina di Fare-per Fermare il Declino, le tende del Pd, i gazebo di Ingroia e dei Socialisti per Tremonti, quello di Vendola e del Pdl, quello di Albertini per le Regionali e quello di Monti premier. Tutti ti avvicinano col santino per dire «votaci che solo noi facciamo gli interessi del territorio…»

Solo i grillini non ti marcano a uomo affidandosi al vecchio caro comizio, improvvisato col megafono sopra una piccola Ape car bianca imbandierata e posteggiata davanti all’ingresso del mercato. «I nostri militanti stanno cambiando – spiega Alberto aggiustandosi la maglietta stellata sopra la felpa -, fino all’anno scorso erano più di sinistra adesso peschiamo molto tra i delusi di centrodestra che non vogliono più votare. Nelle valli andiamo bene, l’altra sera abbiamo fatto più di 3mila persone in piazza a Bergamo e la cosa curiosa è che la Lega non risponde, è ripiegata». Già. Una volta era in piazza adesso sceglie il formato asettico con la gigantografia di “Maroni presidente” che fa la spola per le vie del centro su un camion pubblicità. «Puntano tutte le carte sulla proiezione nazionale e sulla conoscibilità del loro leader, paradossale, no?»

Per questo Treviglio è un ottimo spaccato di questa ex Padania felix, scongelata e senza punti fissi. Dopo anni di attesa in pochi chilometri sono partiti insieme i cantieri della Brebemi, della Pedemontana e della Tem (Tangenziale esterna milanese), l’Alta Velocità Treviglio-Brescia, l’Ipb (Interconnessione Pedemontana-Brebemi) e la riqualificazione delle trafficatissime arterie Paullese, Cassanese e Rivoltana. Per ora si vedono solo i disagi, non ancora la ripartenza di un comparto, l’edilizia, che ha sempre creato ricchezza facile e buoni posti di lavoro, prima di piantarsi.

Appena fuori dalle mura cittadine, la media pianura è una lunga infilata di capannoni e campagna urbanizza, villette a schiera con il cartello «vendesi» bene in vista e piccoli palazzetti colorati lasciati a metà.
Per anni la bassa bergamasca è stato il fulcro del piccolo artigianato edile: muratori, carpentieri, fabbri, imbianchini e falegnami che vedi fare spola in furgoncino verso i grandi cantieri di Milano e Brescia. Poi è arrivata la crisi. E i dati della cassa edile sono diventati una spoon river: «dal 2009 in provincia di Bergamo un muratore su 5 ha dovuto appendere caschetto e cazzuola al chiodo. Ottocento imprese sono fallite, quasi 4mila addetti sono rimasti a spasso, insieme al boom della cassa integrazione che incrina le vecchie certezze: un lavoro sicuro, la casa di proprietà e la ricchezza accumulata», raccontano i capannelli intorno a Bombassei.
 È su questo sfondo che domenica prossima si vota. Mister Brembo lo sa e deve navigare controcorrente.

Questo è un altro aspetto che colpisce della sua campagna elettorale quasi in solitaria. «Ma chi glielo ha fatto fare, un ricco signore borghese, con un’azienda che va bene, su e giù per la Padania?», gli chiedono al dibattito pubblico nella sala congressi della locale Bcc. La risposta è semplice e trafigge il disimpegno colpevole di molta classe dirigente che preferisce tirarsene fuori. «Vengo da una categoria – sibila Bombassei – che fa spesso critiche senza spendersi. È facile criticare, molto meno operare. Quindi di fronte alla scelta di Monti di aggregare persone e competenze senza esperienza politica, a 72 anni ho deciso di accettare e mettermi in gioco. L’anno scorso eravamo in una situazione drammatica, abbiamo sfiorato la Grecia anche se la gente non se ne rende conto fino in fondo e ci sono partiti che in queste settimane speculano. Non possiamo permetterci di tornare a quel punto…».
Bombassei lo ripete spesso negli incontri di questi giorni. Piccoli dibattiti pubblici o semi pubblici, non è certo un incendiario da comizio in piazza. «Per indole provo a far ragionare la gente portando il mio contributo sull’industria e il lavoro, le cose che conosco» chiarisce l’imprenditore. Il famoso quarto di Pil nazionale e quasi il 30% degli occupati di cui nessuno sembra voler parlare…

Dopodiché, pacatamente, mette sul tavolo quella che chiama “industrial compact”, 5-6 cose da fare subito per fare ripartire l’economia, senza spacciare miracoli impossibili: una riproposizione della Legge Sabatini su base nazionale per rilanciare gli investimenti in macchinari; l’allungamento fino a fine 2014/2015 dei tempi per le deduzioni fiscali relative alle ristrutturazioni; una bolletta energetica meno cara, estendendo le agevolazioni anche al tessile; l’accelerazione delle erogazioni degli incentivi già esistenti; l’immediata liquidazione (30/60 giorni) di una percentuale ridotta (10%) degli scaduti di pagamento nei confronti delle imprese e, infine, appena si riesce, la riduzione del carico fiscale a lavoratori e imprese per ridare potere di acquisto alle famiglie.

«Mi rendo conto che sono proposte meno urlate (anche di quelle montiane, ndr), sto andando in giro a dire che servono sacrifici e che il vero problema non sono le tasse…», abbozza a sorpresa Bombassei. «Piccoli imprenditori e artigiani che incontro mi dicono, piuttosto: la politica ci lasci lavorare….. Più che il credito difficile e la fiscalità insomma il mostro è la burocrazia». La realtà è meno dogmatica di come la si vuole dipingere. «Ad esempio sto visitando piccole aziende fantastiche che lavorano nelle nicchie internazionali. Non è tutto fermo. Questa è l’Italia da tirare fuori e valorizzare…». Poi l’Imu «potrà essere rivista fino all’esenzione per alcune fasce. Ma quel che non è accettabile è la speculazione di chi fino a ieri ha appoggiato Monti al governo e oggi gli spara addosso. Non è da classe dirigente responsabile. Per dieci anni Berlusconi non ha fatto le riforme. Abbiamo il dovere di dire la verità…»

Ascoltando Bombassei hai l’impressione fortissima che Scelta civica avrebbe bisogno di qualcun altro che facesse il lavoro grosso, tenesse i rapporti con le associazioni e con il vasto arcipelago del capitalismo diffuso, battendo il nord in modo capillare. Se si vanno a vedere i profili dei candidati montiani, ci sono pochissimi imprenditori in lista nei collegi padani. Casini anche qui ha lasciato il segno. Uno si immaginerebbe che dietro al professore ci sia una macchina organizzata e sofisticata, invece trova la buona volontà e la credibilità di un signore in loden blu che gira in semi autonomia, icona solitaria di un partito della borghesia che stenta a decollare.

«Girando tanto mi sto facendo alcune idee», sorride l’ex vice presidente di Confindustria. Ad esempio in Veneto sta emergendo il vecchio fondo democristiano e le reti di associazionismo cattolico a sostegno del realismo montiano. «Lo vedo negli incontri: molto partecipati, ben cadenzati». Oltre l’Adige è più facile penetrare nel burro di un blocco sociale che si è decomposto. Lo ammetteva l’altro giorno lo stesso Luca Zaia e, non a caso, i sondaggi in questa anarchia elettorale danno Monti ben posizionato. In Lombardia è diverso: ci sono più difficoltà, Italia Futura è quasi assente e il contemporaneo voto regionale con Maroni candidato puntella quel che resta del forza-leghismo.

Anche l’autonomia di mister Brembo rischia di restare una rivoluzione a metà, se non supportata almeno nell’ultima settimana di campagna. Viene fuori mentre parla a ruota libera nel dibattito pubblico e la gente sembra apprezzare. In questo è uomo di economia reale e pensieri popolari come quando dice di condividere chi pensa che la magistratura delle volte si muova ad orologeria. «Per anni non si è arrestato nessuno e adesso, sotto elezioni, qualche dubbio onestamente mi viene…»
Un’autonomia che sfocia in una forma di ingenuità politica non appena lo si incalza sulle post elezioni: alleanze, alchimie, schieramenti, previsioni. Sul punto Bombassei si sbottona: «è difficile – spiega – che un partito solo prevalga, ci vogliono nuovi equilibri. E oggi la cosa più logica sarebbe allearsi con il Pd, ma vediamo…. Nel centrosinistra ci sono persone di buon senso che stimo e altre troppo distanti come Vendola e la parte più vicina alla Cgil, che resta un sindacato ideologizzato». Quanto al futuro, «non rivendico nulla, offro solo un contributo. Certo lavoro e industria sono il mio campo. Se serve…».
 

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