Cari giornali, e se avesse ragione Mentana?

I giornali e la politica

Un po’ di autocritica affiora. Piano piano, tra mille se e mille attenuanti. Stamattina il Foglio pubblica un pezzo in cui racconta della decisione di Grillo di mettere sotto chiave i suoi 5 stelle, per tenerli a debita distanza dai giornalisti venduti e collusi con il sistema che si vuole abbattere e che cercano a tutti i costi la gaffe del peones per screditare l’intero movimento. Quanto alle comunicazioni, molto meglio il blog, la rete ed eventualmente i giornali stranieri.

Sempre oggi la Stampa con Gianni Riotta s’interroga sul perché i giornali non hanno capito e anticipato lo tsunami Grillo (peraltro era già successo ai tempi d’oro con il ciclone Lega Nord). «La stampa italiana ha coperto il voto 2013 secondo antiche tradizioni e filosofie, molto schierata in alcuni settori, obiettiva in altri, con la novità dei siti online. È vero che i sondaggi hanno dato una dimensione minore al boom di Grillo, ma è sempre difficile calcolare il voto di una formazione debuttante e fuori dal campione…», commenta l’ex direttore del Sole 24Ore.

Il dibattito non è nuovo. Investe il ruolo dei media in un paese dove non esistono editori puri, dove le proprietà dei grandi giornali è spesso posseduta da attori che siedono in salotti e salottini buoni intrecciati alla politica e alle lobby finanziarie, appartengono a personaggi (Berlusconi) che fanno direttamente politica o sono nella disposizione direttamente della politica (Rai). In questi giorni sulla rete e i Social network un po’ di discussione è partita. Spesso sono sguardi polarizzati, tagliati con l’accetta, ma è un inizio. Nel mio piccolo stamattina un lettore mi ha scritto via Twitter commentando così il mio pezzo sull’elettorato grillino, gonfiatosi per via dell’immobilismo della politica e del fallimento della Seconda Repubblica: «Non potete essere così pervicacemente autoassolutori. Gli applausi a Grillo erano su Mps e editoria. Lo stallo siete anche voi».

Ho preso sul serio la critica e ho ripescato in archivio una intervista che ho fatto lo scorso 14 novembre a Enrico Mentana in occasione dell’arresto del direttore di Libero, Sallusti. Ero ancora alla Stampa. Il direttore del Tg La7 diceva esattamente così: «Noi giornalisti ci guardiamo dal di dentro sempre come portatori di sacri interessi universali, senza badare a come siamo percepiti dall’opinione pubblica», che invece ci mette nello stesso mazzo della casta. «Non si capisce perché dovrebbe essere diversamente. Non possiamo fischiettare o tirarcene fuori dicendo “ma io racconto i fatti”». E il motivo è semplice, per Mentana: «Tanti giornali hanno suonato il piffero all’una o all’altra parte politica. Ovvio che anche il giornalismo venga investito da questo clima anti establishment di cui siamo parte, oggi visto con un misto di sprezzo e disillusione». Ma soprattutto, prosegue Mentana, «in questi anni politica e giornalismo allineati, hanno seminato tanti veleni. L’ultima cosa che possiamo fare è recitare la parte delle verginelle sorprese».

Le elezioni arriveranno due mesi dopo quell’intervista, a Febbraio, con il comico genovese abile nel costruire mediaticamente l’immagine del partito unico della casta: giornalisti e politici insieme. Il millenarismo populista di Grillo non ci piace. In ogni mestiere bisogna saper distinguere e guardarci dentro. Ma se invece almeno Mentana avesse ragione? Discutiamone.
 

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