“Il Ministro”, film sul potere che qui non si può fare

Il cinema francese e il senso delle istituzioni

«La canzone dei partigiani che ho sentito mormorare prima come un canto di complicità, e poi intonata tra le foschie dei Vosgi e i boschi dell’Alsazia». Un uomo che dopo la doccia serale non ascolti il tg o Beethoven o la radio, ma l’incisione dell’orazione funebre che André Malraux intonò alla memoria del mitico capo partigiano francese Jean Moulin, ecco quell’uomo è molto di più che una persona: è l’esercizio dello Stato incarnato. Si chiama Gilles (interpretato da un immenso Michel Blanc), ha grande senso dei propri gesti, una forza placida, e di lavoro fa il capo di gabinetto del ministro dei Trasporti francese, Saint-Jean (Olivier Gourmet), nel pieno di un’emergenza perché un autobus è stato coinvolto in uno spaventoso incidente e ci sono un mucchio di morti.

Pierre Schoeller con il suo film “Il Ministro”, presentato due anni fa a Cannes e dal 18 aprile in distribuzione finalmente in Italia dopo aver raccolto molti riconoscimenti in patria, ci fa entrare nelle parigine stanze dei bottoni tratteggiando le dinamiche, perfino psichiche, che sono alla base di un elemento così solido e insieme metafisico qual è il potere politico. Con scelta un po’ spiazzante, il film – molto preciso e fattuale nel raccontare il retroscena di una emergenza ministeriale che si complica poi intercettando anche una crisi governativa – si apre con un sogno, tinto di grottesco: una donna nuda che finisce in bocca a un coccodrillo. Scena di valenza erotica e insieme violenta: l’eccitazione del potere, puro eros, che si combina in sequenza con thanatos, la morte: il sogno è interrotto dalla telefonata che annuncia l’incidente del pullman. Comincia così l’infernale giornata (la prima di una serie) del ministro, del suo capo di gabinetto, dell’autista che lo accompagna, dell’esecutivo.

La storia imprigiona i suoi personaggi principali (confinati per lo più in spazi chiusi: il ministro quasi sempre in macchina, il suo braccio destro quasi sempre a lavoro nel suo studio), ripresi in ruoli che esasperano le difficoltà, le tensioni, ma anche le loro indoli: non vediamo figurine da telegiornale, né sentiamo parole da comunicato stampa, ma persone che si arrabbiano, vomitano, sanguinano, muoiono. Gli Stati Uniti da molto tempo, soprattutto attraverso alcune serie tv ormai leggendarie (su tutte “The West Wing”), investigano sui personaggi del potere, i loro spazi. “Il Ministro” adotta in qualche modo quel punto di vista, forzando fino a violare l’intimità dei suoi personaggi: che non hanno storie scabrose come quelle cui siamo abituati dalla nostra cronaca politico-giudiziaria, ma forse ugualmente devastanti, dominate come sono soprattutto da una profonda solitudine. Umana e professionale.

Lo studio di caratteri che Schoeller appronta non è teso però al ritratto antropologico del Palazzo, è qualcosa di più, è una specie di narrazione filosofica che utilizza gli uomini per incarnare idee: Gilles è lo Stato, calmo, preciso, ieratico, conscio anche della grandezza monumentale che rappresenta (Malraux non è una opzione semplicemente retorica, dal momento che l’autore della Condizione umana, partito da posizioni marxiste, fu poi con De Gaulle carismatico ministro della Cultura, insignito in patria di ogni onore fino al Pantheon). Saint-Jean è invece il potere puro: aggressivo, teso, parossistico, istintivo, dispettoso.

La coppia Gourmet-Blanc serve al meglio la causa, costruendo una formidabile macchina in un alternarsi di complicità e voltafaccia continuo, che dà una lettura universale del tema del potere. Ecco perché, pur nel realismo della messinscena nella Francia contemporanea, non viene da rilevare somiglianze con personaggi reali (il film, girato in epoca Sarkozy, si rifà più o meno a un ambiente neogollista, con il presidente vagamente chiracchiano e un ministro ricavato su racconti ispirati alla lontana a Villepin: ma è davvero inutile inseguire rimandi).

In molti si chiederanno se un film del genere si potrebbe fare in Italia. Difficile: un racconto di questo tipo virerebbe inevitabilmente sul farsesco o il favolistico, forse per un’idea collettiva piuttosto incerta (e certo non reverenziale) dello Stato o soprattutto perché dominati da figure che a loro modo già realizzano una autonarrazione – e con particolare attitudine alla barzelletta. Elementi che non creano un contesto favorevole, come quello in cui ha lavorato Schoeller (autore anche della sceneggiatura; coproduttori i fratelli Dardenne).

Probabilmente l’ultima volta in cui in Italia la politica e il potere sono stati raccontati nel loro realismo con esiti da capolavoro risale a “Le mani sulla città” di Francesco Rosi. Ed è ormai mezzo secolo fa. Per intanto, meglio rifarsi col “Ministro”.