In Italia manca una lobby che vuole i matrimoni gay

Alla vigilia del reportage negli Usa di Andrea Marinelli, grazie al contributo dei lettori

«Aprendo la casa comune del matrimonio civile alle persone omosessuali, spegniamo la contestazione sorniona sulla loro cittadinanza. Affermiamo con forza i loro diritti». Con queste parole Christiane Taubira, ministro francese della Giustizia, ha commentato l’approvazione della legge riguardante il matrimonio per tutti. Il voto è avvenuto nello stesso pomeriggio che ha posticipato la pensione di Giorgio Napolitano, il presidente che nel 2011 invitava le istituzioni ad adottare un linguaggio non lesivo. «Non bisogna sottovalutare, evidenziava l’esponente politico, i rischi che l’abitudine all’uso nel discorso pubblico di allusioni irriverenti contribuiscano a nutrire il terreno sul quale l’omofobia si radica».

Il richiamo non è riuscito, nel frattempo, a irrobustirsi. Il secondo mandato di Napolitano si è aperto con una sonante sgridata. Dal suo discorso di insediamento non si è capito il destino della società per tutti che lui stesso si auspica. L’attenzione pubblica, in Italia, non riguarda le persone. La proposta Rodotà del M5s ha innescato uno scontro politico ma non il confronto sociale sostenuto, in più momenti, dal giurista. Rodotà era l’unico candidato al Quirinale a non prevedere un quorum sulle persone. Il politico si auspica il matrimonio per tutti. La sua proposta, prima dell’elezione di Napolitano, non è stata condivisa con il Paese.

In Italia non esiste una lobby culturale che lavori, con cognizione di causa, sul presente. La proposta Rodotà, all’estero, apre i giornali. I protagonisti del numero di Time, in edicola dopo il 26 marzo (giorno in cui la Corte Suprema ha iniziato a esaminare il matrimonio per tutti), erano due gay. La loro storia, secondo David Von Drehle, riassume il percorso fatto dagli Stati Uniti in meno di vent’anni. Senza la giusta sintassi sarebbe stato impensabile immaginare una società plurale, precisa con ogni singolo. Dallo scorso febbraio i reporter dell’Associated Press, una delle più importanti agenzie americane, devono usare l’espressione «marito e marito» o «moglie e moglie». Il partner generico, secondo i giornalisti, è un sinonimo di imprecisione.

Questo spostamento è insito nel viaggio che Andrea Marinelli inizierà il prossimo giugno. Il giornalista freelance, dopo aver scritto l’Ospite (un racconto on the road sulle recenti presidenziali realizzato con il contributo dei lettori) girerà gli Stati Uniti per scoprire fin dove è sbocciata la rivoluzione culturale seminata dai mass media. «Vivo in America da 4 anni. In questo periodo è aumentata l’attenzione sulle persone omoaffettive. Gli investimenti sul sociale probabilmente sono stati fatti sopperire la stagnazione economica». Il racconto che Marinelli vuole realizzare costa 3.200 euro. «Ad oggi, su Kapipal, ho raccolto circa 1.200 euro. Sono molto fiducioso. Fin da subito ho ricevuto degli ottimi feed back dai miei lettori. Tra questi c’è anche un ragazzo gay che ha lasciato l’Italia. Negli Stati Uniti riesce a essere se stesso». 

L’emancipazione, in America, è una faccenda estesa. «Il mio nuovo reportage è una risposta alle domande che mi sono fatto quando ho visto Rob Portman, senatore repubblicano, sostenere pubblicamente il matrimonio per tutti. Il politico vuole pensare al figlio gay che al momento non può sposarsi». Il cambiamento di un cittadino che per molto tempo si è riconosciuto solo nel matrimonio tra uomo e donna non ha un unico centro. «In questi mesi», evidenzia Marinelli, «non si è mossa solo la politica. La lega del football sta lavorando affinché i propri giocatori gay possano fare coming out senza troppi problemi». L’ostacolo, quando cambia la prospettiva, diventa un’opportunità. Nike vorrebbe contrattualizzare uno sportivo statunitense che associ la sua storia, di persona omoaffettiva emancipata, al brand. Il rilancio del commercio, in Italia, è una responsabilità anche della refrattaria lobby culturale che non offre ai cittadini opportunità contemporanee. 

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