Reagan e la Thatcher? Ci salvarono dalla sinistra

Gli anni della Reaganomics e della Iron Lady

La cronologia politica di Margaret Thatcher non può certamente fare a meno di due date importanti: nel 1975 divenne leader del Partito conservatore e il 4 maggio 1979 si insediò a Downing Street come Primo ministro, ma questa storia – e non solamente quella della Iron Lady – comincia durante tutti gli anni Settanta, in uno scenario dove il colore predominante nell’economia e nei temi sociali è il rosso, riservato per prassi alle forze socialdemocratiche eccezion fatta per gli Stati Uniti, dove nella cartina politica serve ad indicare i Repubblicani. E il legame che si instaurerà sull’asse Londra – Washington, noto anche con il termine “special relationship” utilizzato per sottolineare i rapporti tra i presidenti americani e i premier britannici, fa da filo conduttore della trama.

Agli inizi di quel decennio il Regno Unito aveva le casse dello Stato svuotate dalla spesa pubblica, mentre i governi che si susseguivano varavano da una parte forti politiche di austerity e dall’altra tentavano un rilancio degli indici economici con spese per infrastrutture e le grandi industrie dell’isola. I sindacati facevano la voce grossa e quando nel 1970 il conservatore Edward Heath divenne Primo ministro, promise un cambio di rotta per favorire competizione e libertà di iniziativa (termini da tenere a mente) a discapito di un «intervento capillare del socialismo» che dettasse ritmi e tempi di prezzi e salari.

Il cambiamento non arrivò e l’Industrial Relation Act con il quale nel 1971 cercò di ridimensionare l’influenza delle trade unions ebbe vita breve, seppellito dal governo laburista di Harold Wilson che entrò in carica nel 1974. Samuel Brittain, economista inglese e firma del Financial Times, nei suoi testi definì l’esecutivo Heath «il più corporativista del dopoguerra». Faceva parte di quel governo anche la Thatcher, chiamata a coprire l’incarico di Education secretary: il suo primo assaggio di popolarità televisiva, tra un’intervista e l’altra, si scontrò con il malcontento generato dalla sua scelta di eliminare dalle scuole i bicchieri di latte gratuitamente offerti dallo Stato e fu così che prima di essere conosciuta come la Lady di ferro passò alle cronache per il soprannome di Milk Snatcher, la ladruncola del latte. Il vento cominciava a cambiare dalle parti dei Conservatori.

In quegli anni i socialdemocratici Willy Brandt ed Helmut Schmidt si passavano il testimone di cancellieri in Germania, nella regione scandinava lo scenario era simile, in Italia la Democrazia cristiana contava sugli appoggi del Psi, del Pri e dei socialdemocratici, mentre in Francia François Mitterand si preparava a diventare il simbolo della riscossa socialista. Infine alla Casa Bianca l’inquilino era il repubblicano Richard Nixon, ma quel Grand Old Party era ancora diverso dal Partito repubblicano che fu varato da Ronald Reagan, l’altro protagonista di questa storia, il partner politico della signora che rivoluzionò la Gran Bretagna, partendo dal suo stesso partito: riduzione del deficit, ristabilire gli incentivi al lavoro, all’investimento e al risparmio attraverso il taglio delle tasse a tutti i livelli e in particolare tra le fasce più alte, favorire un’economia dell’offerta tramite privatizzazioni, riforme delle amministrazioni locali e di altri settori. Tra Londra e Washington, nel legame della “special relationship” che ora ne vedeva artefici Thatcher e Reagan, si operava per ridurre il ruolo del governo ed allargare i confini del mercato, varando una nuova stagione pure di confronti teorici e approcci amministrativi che tiene banco a trent’anni e passa di distanza, rilanciando le politiche liberiste contrapposte ad un immobilismo socialdemocratico.

La legacy dell’azione economica del duo Thatcher – Reagan si è rafforzata sul terreno di scontro tra le intenzioni e il pragmatismo richiesto dalla politica, con il Primo ministro britannico impegnato sul fronte dello sciopero dei minatori tra il 1984 e il 1985 e in precedenza il presidente americano alle prese con quello dei controllori di volo del 1981, imponendo un programma a quella parte di elettorato che l’aveva rigettato.

C’è un altro termine da aggiungere a competizione e libertà d’iniziativa, parola che risuona nei dibattiti d’oggi: meritocrazia. L’ideale del self made man che esplorava gli Anni Ottanta e la Reaganomics Oltreoceano, mentre Oltremanica calzava a pennello sulla figura della Iron Lady: dopo tutto fu lei, prima donna a coprire il ruolo di capo di governo e a muoversi in un mondo strettamente maschile con i gradi del leader, a dire che «essere potenti è come essere una signora. Se hai bisogno di ricordarlo alla gente, non lo sei».

Frase ad effetto pronunciata dalla figlia di un droghiere sposata ad un uomo d’affari, Denis Thatcher, che continuava ad essere riconosciuta per le sue origini modeste e che, stando alla descrizione che fornisce lo storico Peter Clarke, invocava lo spirito del senso comune tipico di una casalinga, «un ruolo in cui questa donna altamente professionale poteva porsi senza alcun apparente rischio di incongruità». Una rincorsa alla realizzazione delle proprie aspirazioni aggirando intermediari ed esprimendo abilità e competenze in un campo sgombro da regolamentazioni eccessive e dirigiste: Margaret si appassionò alla politica per merito del padre che le insegnò il senso del duro lavoro, l’incrocio tra una cultura metodista e il pensiero liberale che papà Alfred Roberts (formatosi apprezzando il filosofo John Stuart Mill) proponeva negli incontri del Partito conservatore del Lincolnshire.

Intervistato da Sky News a pochi minuti dalla notizia della morte della Thatcher, Ken Livingstone (l’ex sindaco laburista di Londra noto anche come Ken il rosso per le sue posizioni) ha affermato che il New Labour di Tony Blair è da considerarsi un effetto della trasformazione attuata in quel periodo. L’appendice ad una storia che l’8 aprile 2013 ha perso l’ultimo dei protagonisti rimasti in vita.  

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