Schwazer, la condanna di dover essere felici e vincenti

A colloquio con Michele Didoni, l’ex allenatore del marciatore

E un giorno succede che il ritratto della felicità finisca. Bionda lei, biondo lui, belli. E vincenti. Bravi ragazzi, con al collo luccicanti medaglie, qualche copertina patinata nel palmarès, spot pubblicitari per entrambi e discrezione nel raccontarsi. Finisce per colpa di lui. E, gli amanti dell’agiografia manichea, lo spediscono nell’altro campo, quello dei cattivi, perché spesso nella semplificazione mediatica non c’è spazio per le sfumature o per la complessità.

Alex Schwazer nell’agosto del 2008 vinceva a Pechino, a nemmeno 24 anni, la medaglia d’oro nella 50 chilometri di marcia, stabilendo il record olimpico (3h37’09″). Il volto coperto dal sudore, il braccio alzato e la commozione al traguardo. Aveva iniziato a praticare l’atletica a 15 anni, prima con il mezzofondo, poi, optò per la fatica della marcia, un passo dopo l’altro senza mai staccarsi da terra. Quella che, in una fiaba, sarebbe stato il giusto coronamento di una carriera ancora giovane è, invece, cesura nella sua vita di campione. La felicità e l’eccitazione durano gli attimi di una vittoria, celebrata sul gradino più alto di tutti. Presto, per Alex, arrivano le ansie e i fantasmi che divorano ogni passione.

Il campione dovrebbe vincere sempre, andare più forte, accumulare primati, medaglie e allenarsi, meglio che non mostri fragilità o disagi. Così, più la mente si svuota di motivazioni, più il tempo sembra avere la fretta di un centometrista. Si procede a tappe forzate verso Londra, l’Olimpiade. È lui, l’uomo più importante dell’atletica azzurra, a cui sono aggrappate le speranze di medaglia: fa incetta nuovamente di copertine e prime pagine di quotidiani sportivi, nonostante una timidezza mai celata. In molti raccontano la coppia d’oro che forma con la fidanzata Carolina Kostner, pattinatrice artistica su ghiaccio.

Ma, la tempesta è all’orizzonte. Schwazer rinuncia alla 20 chilometri olimpica, si dice sia per colpa di un raffreddore che lo avrebbe costretto a fermare la preparazione per tre giorni. Nascono voci e congetture sui reali motivi. È atteso per la 50. Ma il 6 agosto 2012 arriva una notizia che fa presto il giro del mondo: l’atleta è stato trovato positivo all’eritropoietina (Epo) in un controllo effettuato, una settimana prima, dall’Agenzia mondiale antidoping (Wada, World Anti-Doping Agency). È mediaticamente una bomba. Alex confessa tra le lacrime. Quasi un anno dopo, proprio pochi giorni fa, il 23 aprile, il Tribunale Nazionale Antidoping (Tna) ha emesso la sentenza sul suo caso: tre anni e mezzo di squalifica (sei mesi in meno rispetto alla richiesta della Procura, che, tra l’altro, gli ha contestato anche l’acquisto e possesso di testosterone). La difesa considera «pesante» la decisione e sta valutando se ricorrere in appello.

Alex ha sbagliato. Lo sapeva, probabilmente, anche quando si iniettava l’Epo e quando di notte i fantasmi non lo lasciavano dormire. «Non sono riuscito a fermarmi» si giustificherà, rivelando di aver maturato un odio verso la sua professione: «Carolina ama il suo sport, pattina perché le piace. Io, il mio sport lo pratico perché sono bravo, ma non ho piacere ad allenarmi trentacinque ore alla settimana». Ha voluto difendere la sua ragazza da eventuali speculazioni: «Lei non c’entra niente».

Durante l’ormai famosa conferenza stampa, a Bolzano, due giorni dopo la scoperta della sua positività e l’immediata sospensione da parte del Coni, Schwazer – con le mani sul viso, rosso per le lacrime, in parte nascosto da una piramide di microfoni – aveva raccontato: «Si dice sempre che col doping si va più forte, io in quelle tre settimane ero distrutto. Ogni giorno dovevo dire bugie alla mia fidanzata, mi alzavo alle due di notte sapendo che alle sei poteva arrivare il controllo. Avevo deciso di non dirlo a nessuno. Mi ero informato su internet. Sono andato in Turchia da solo (settembre 2011), mi sono procurato l’Epo in farmacia e sono tornato. Da solo, perché anche se qualcuno scrive che non si può, vi dico che si riesce».

La tesi che l’avesse fatto in solitudine è la più contestata (qualcuno lo aveva aiutato?). Il Tna non sembra avergli creduto, soprattutto per quanto riguarda la somministrazione, considerata un’operazione complessa. Schwazer l’ha riconfermata, lo scorso 30 gennaio, nella sua unica apparizione televisiva, alle Invasioni Barbariche, quando la conduttrice Daria Bignardi l’ha sollecitato: «Una cosa che potresti fare, è raccontare la verità. Pochi credono alla tua versione». «Lo so, ma più che dire la verità – ha risposto – non posso. Sono stato tre ore e mezza davanti al procuratore del Coni».

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A Bolzano, davanti ai giornalisti aveva descritto il giorno del controllo a sorpresa: «Sono tornato a casa il 29 luglio, compleanno di mia madre. Il 30 hanno suonato al campanello, si trattava dei funzionari dell’antidoping. Non ho avuto la forza di dire a mia mamma di non aprire. Potevo farlo, in 18 mesi si possono evitare due controlli. Io, non li ho mai saltati. Ma non vedevo l’ora che finisse tutto. Sapevo che ero positivo e avevo buttato via gli anni dedicati allo sport. Ora sono contento che sia tutto finito, perché potrò tornare a una vita normale».

Sui rapporti con il chiacchierato dottor Michele Ferrari, inibito a vita dall’esercizio della professione sportiva dall’Usada, l’agenzia antidoping degli Stati Uniti, ha precisato: «Non l’ho più sentito da inizio 2011, ho lavorato con lui per un anno e mai ho preso farmaci da lui». Il controllo, fuori competizione, della Wada, effettuato il 30 luglio, fu svolto su segnalazione delle autorità giudiziarie italiane che controllavano le frequentazioni dell’atleta altotesino nell’ambito dell’inchiesta padovana sul doping. Una lunga indagine – incentrata, in particolare, intorno alla figura del medico ferrarese – che riguarda più di uno sportivo e più di una disciplina.

Nella partecipazione televisiva a La7, Schwazer aveva ammesso la sua fragilità: «Uno non può doparsi solo perché lo fanno gli altri, non può essere una scusa, lo fai perché con te stesso non vai d’accordo e cerchi questa scorciatoia. Bisogna, però, essere un uomo di ferro. Lance Armstrong l’ha fatto per sette anni, io sono crollato dopo due settimane. Colpa mia, nessuno, però, mi ha preso per l’orecchio, mi ha detto di pensare ad altro o di andare in vacanza».

Michele Didoni, campione del mondo nel 1995 a Göteborg della 20 chilometri di marcia, è stato il suo allenatore fino a quel giorno di agosto. Sconvolto, pronunciò parole molto dure nei confronti di Alex: «Mi sono fidato di lui, mi ha preso in giro. E pensare che alcuni mesi fa gli ho messo in braccio mia figlia Micol per il battesimo. Deve crescere come persona altrimenti si troverà in difficoltà nella vita. Non riesco a giustificarlo». I giornali hanno continuato nei mesi a sottolineare le critiche di Didoni a Schwazer, a quasi un anno di distanza racconta a Linkiesta come la pensa: «È stata una mazzata, ma posso dire di aver perdonato Alex. Metabolizzare è difficile, comprendere si deve. E ci sono riuscito grazie alla vicinanza della mia famiglia. Ha compiuto un errore, ma si è assunto la responsabilità di uno sbaglio simile, a differenza di altri sportivi che non lo ammetterebbero mai. Quanto a me? Dovevo stargli più vicino, capire la sua debolezza, e questo mi spiace. Vorrei ricontattarlo a breve. Gli auguro finalmente di stare bene».

Didoni si è dimesso dal Centro sportivo dei Carabinieri, ma è rimasto nell’arma come militare. Si sono sentiti solo una volta da quel 6 agosto 2012. «Mi ha chiamato a ottobre, per fare gli auguri a mia figlia piccola. Dopo lo choc iniziale, la rabbia e la delusione nei suoi confronti, ho rimesso sul piatto della bilancia ciò che è stato, ho ripercorso la vita insieme. Lui, la pena la sconta già e la sconterà dentro di sé, spero che non sia lasciato umanamente solo, anche da quelle istituzioni a cui ha dato molto (il suo contributo alla nazionale non può essere dimenticato). Uno nella vita può sbagliare, deve avere la possibilità di riscattarsi».

Schwazer potrebbe rientrare per le Olimpiadi di Rio de Janeiro nel 2016. Alex ha detto che per ora non ci pensa. Non sa se tornerà a gareggiare. Didoni, per la prima volta, si esprime sull’argomento: «Gli auguro di godersi lo sport. E farlo in modo sano, da esempio. È nato per questa disciplina. Prima di fare ricorsi giudiziari, dovrebbe capire cosa vuole dalla vita e ritrovare quel sorriso che noi conoscevamo, quello di una persona gioviale e solare. E, poi, ripartire».

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