Usa, la difficile convivenza fra sicurezza e libertà

Dopo l’11 settembre ogni attacco è un monito ad alzare le reti protettive

L’America ha un problema con la sicurezza. Non significa che il paese non sia abbastanza sicuro, ma che è in difficoltà nel rapportarsi in modo equilibrato al tema della sicurezza.
L’11 settembre ha cambiato la percezione del problema in modo radicale, e ogni volta che è insanguinato da una strage con armi da fuoco o da un bombarolo di qualunque provenienza e movente, l’istinto suggerisce di installare nuove protezioni, fare leggi più severe, aumentare i controlli, sguinzagliare altri agenti, mettere nuovi metaldetector, addestrare più cani antiesplosivo, antidroga, antitutto.

Salvo poi scoprire con orrore all’attentato successivo che i cattivi trovano sempre una via per infilarsi fra le maglie dei buoni. Mettiamo per un attimo fra parentesi le ipotesi investigative sull’attentato di Boston e le psicopatologie da news cinguettate troppo in fretta. Chi dopo le esplosioni di lunedì ha passato anche soltanto qualche ora nella città del Massachusetts l’ha trovata blindata e tesa come solo una città in stato d’emergenza può essere.

Non era difficile assistere in diretta alla scena di un cittadino che chiamava la polizia o gli swat – le teste di cuoio Usa – o chiunque fosse a portata di mano per far controllare un cestino dell’immondizia. Ci vogliono giorni, a volte anche settimane e mesi per addomesticare i fantasmi del sospetto e della paranoia. Ma la fase acuta della psicosi indotta dalla paura è soltanto l’effetto immediato di una ferita come quella che si è aperta lunedì a Boston.

Il panico delle prime ore si trasforma in un atteggiamento mentale, un assetto orientato all’eliminazione del rischio dallo spazio pubblico. Ogni attacco è un monito potente ad alzare le reti protettive della società per schermarsi dalle minacce e ridurre al minimo la probabilità di subire altri danni.

Lo scopo dei terroristi è che alla lunga questo atteggiamento si stratifichi, diventi ossessivo, patologico, che annebbi la mente del paese e gli impedisca di ragionare. L’attentato di Boston ricorda all’America quanto sia illusorio tentare una sterilizzazione sistematica: l’anticorpo definitivo del male non esiste.

In questi giorni il capo della polizia, Ed Davis, ha spiegato spesso che mai nella storia della maratona c’era stato un tale dispiegamento di forze e in particolare l’arrivo – il punto più delicato, dove corridori e spettatori fanno massa critica – era presidiato da un numero impressionante di agenti. Basta guardare le fotografie e i video delle esplosioni per rendersene conto.

Allora cos’è andato storto? Niente, dal punto di vista della prevenzione. Per mettere in pratica misure di sicurezza più severe di queste bisognava militarizzare un evento pubblico nella piazza di una città, cioè bisognava cedere un pezzo consistente di libertà in cambio della sicurezza, eventualità dal sapore nordcoreano che è un affronto sfacciato allo spirito della “land of the free”.

Negli anni le misure di sicurezza in America sono aumentate in modo deciso e l’Fbi ha sventato una lunga serie di complotti terroristici. Ne sventerà molti altri in futuro, ma se l’America non vuole sacrificare la libertà che è alla base del suo essere dovrà fare i conti con il fatto che è impossibile sigillare tutti gli interstizi in cui può infilarsi il male.

La progressiva rinuncia alla libertà del nemico è lo scopo del terrorismo: è una goccia che scava la roccia della ragione, una voce incessante che sprona a rintanarsi nel bunker, a mutare le abitudini, a percepire come normale un atteggiamento difensivo indotto dalla pressione del terrore. A Boston non c’è soltanto un terrorista da trovare e punire. C’è anche una decisione da prendere sul rapporto che l’America vuole stabilire fra terrore e libertà.
 

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