Venezuela, morti e disordini dopo il voto contestato

Il leader dell’opposizione Capriles invita a non scendere in piazza

Da una parte il suono delle cacerolas (pentole). La violenza per le strade e i morti, sette. Dall’altra i toni dell’ufficialità, con l’inno nazionale cantato dalla voce di Chávez (registrata) in sottofondo. Nella Caracas post-elezioni non c’è spazio per il dialogo, c’è solo caos. «Non siamo Cuba, questa è Venezuela», gridavano centinaia di oppositori per protestare contro la proclamazione di Nicolás Maduro, il candidato chavista, come presidente eletto. Ma anche contro il rifiuto del governo di riaprire le urne e ricontare i voti delle elezioni di domenica scorsa.

Prima lunedì. Poi martedì. Alle otto in punto di sera nelle principali città un «cacerolazo» ha assordato tutto il Paese. Pentole, padelle, impianti stereo delle auto a tutto volume, qualsiasi cosa è servita per far arrivare il malcontento oltre le finestre ben serrate di palazzo Miraflores. Slogan, musica, perfino il suono monocorde delle vuvuzelas ha riempito le piazze tanto quanto l’incendio ai cassonetti della spazzatura, ad auto e pneumatici e ad alcune sedi del Partito socialista. 

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Poi sono arrivate delle bande di motociclisti, i corpi di polizia, i gas lacrimogeni e le grida di chi, in questa protesta cominciata in maniera pacifica, moriva, veniva ferito o arrestato: poche e confuse le immagini trasmesse dalla tv venezuelana. Secondo i dati del governo i morti accertati sarebbero sette, 61 i feriti e 135 i cittadini arrestati nella calca degli scontri. Ma sono solo due i nomi dei deceduti che il procuratore generale Luisa Ortega ha tirato fuori in conferenza stampa, tra ambigue accuse di xenofobia e intolleranza politica. Un anticipo, insomma, di quella che rischia di diventare una primavera venezuelana, per di più in un Paese dove si spara a vista.

Alle rivendicazioni di quella parte dei cittadini, chiamati alla mobilitazione sui social network, Maduro ha risposto con la sua consona artiglieria: paura, televisione e minacce di detenzione. In poche ore ha dovuto far fronte a uno scontro diplomatico con la Spagna, tacciata come traditrice per aver appoggiato il riconteggio, ha proibito la marcia al Cne, il Consiglio nazionale elettorale, che l’opposizione aveva invocato questo mercoledì, ha ordinato alla procura di preparare un file contro i leader dell’opposizione Henrique Capriles e Leopoldo López, a capo di Voluntad Popular, per «incitamento all’odio», e ha attribuito al dipartimento di Stato degli Stati Uniti i fatti di violenza registrati nel Paese come frutto delle proteste. 

«Oggi (ieri, ndr) dichiaro che c’è stato un golpe. Se vogliono cacciarmi sono qua, con il popolo e le Forze armate», ha detto mentre retoricamente si chiedeva «questa è democrazia o fascismo?», paragonando Capriles addirittura a Hitler. «È un piano simile a quello successo in Siria o in Libia, vogliono inondare il Paese di violenza». 

In tutta risposta alle provocazioni del delfino di Chávez, Capriles ha revocato la manifestazione annunciata questo mercoledì. E non solo per dissociarsi dalle accuse di violenza, ma anche per timore di sospette infiltrazioni del «bando chavista», pronto a provocare duri scontri tra la popolazione. «Chi manifesterà farà il gioco del governo» ha detto chiaro e tondo, richiamando i suoi sostenitori e esortando a nuovi «cacerolazos» per i prossimi giorni. Soprattutto venerdì, durante l’insediamento ufficiale di Nicolás Maduro. 

Nelle prossime ore il leader di Alternativa Democrática informerà i suoi uomini sulle azioni di rivendicazione da portare avanti, dopo il richiamo alla pace lanciato ai simpatizzanti: «Il governo pensa che sia finita. No. Il popolo si è stancato dei raccomandati. E io sono nel pieno esercizio dei miei poteri come governatore dello Stato» ha aggiunto, mentre Maduro, in una conferenza stampa a palazzo Miraflores, minacciava perfino di togliere i fondi allo stato di Miranda, dove Capriles è appunto governatore. 

Dietro l’hijo de Chávez c’erano due grandi ritratti del Libertador Simón Bolívar. Eppure tra minacce e promesse, per la prima volta la rivoluzione bolivariana sembra dover tener testa ai suoi detrattori. E averne paura.  

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