Egitto, il potere degli ultras dell’Al-Ahly

Su Facebook organizzano trasferte e manifestazioni antigovernative

«Lealtà al club e obbedienza»: sono questi i requisiti principali per far parte del gruppo ultras dell’Al-Ahly, principale squadra di calcio egiziana e seconda più titolata al mondo. In Egitto gli ultras sono una vera e propria lobby, capace di influenzare le scelte politiche del governo di Mohammed Morsi. Lo spiega bene Abdallah, uno dei 1000 membri ultras del Cairo. «Il regime islamista sa bene che deve fare i conti anche con noi. Se subiamo ingiustizie, ci facciamo giustizia da soli», sintetizza.

Il giovane chiarisce così il motivo della loro forza: «siamo bene organizzati su tutto il territorio. Prima che un individuo diventi membro a tutti gli effetti, deve sostenere un periodo di prova di tre mesi. Alla fine di questo lasso di tempo, i leader decidono se la persona in questione ha le caratteristiche o meno per entrare a far parte del gruppo: è fondamentale che obbedisca a tutti gli ordini provenienti dall’alto», tuona senza mezzi termini. L’incontro si svolge in un locale che si trova davanti all’October War Panorama, il memoriale della guerra del Kippur nel quartiere di Heliopolis, vicino lo stadio.

«Oggi combattiamo contro i media e contro il ministero dell’Interno. I media, tv e stampa, ci dipingono male», incalza Abdallah. Il gruppo ha deciso, per questo motivo, di non rilasciare più intereviste, specie alla stampa nazionale. «Siamo, inoltre un bersaglio facile per le forze di sicurezza: cercano spesso di arrestarci, specialmente prima delle partite importanti o di alcune manifestazioni che si preannunciano molto “calde”. In questo modo – secondo gli uomini del Ministero dell’Interno- diminuiscono il numero delle persone violente in circolazione». E proprio riguardo all’uso della violenza, Abdallah non ha dubbi, è lapidario: «la usiamo solo come reazione ad un’azione».
 
Gli Ultras di Al-Ahly hanno una struttura gerarchica molto rigida: la base (ogni quartiere del Cairo ha un comitato), i portavoce e i capi. La comunicazione al loro interno è rapida: hanno degli addetti che si occupano unicamente dei social network: «Abbiamo dei gruppi privati su Facebook grazie ai quali organizziamo le iniziative: sia le trasferte per seguire la squadra che le manifestazioni – quando c’è un motivo reale – contro il regime. Poi abbiamo anche un canale televisivo del club, si chiama Original tv, è la tv di Al-Ahly. Va in onda h24. È un canale sportivo che dà tutti gli aggiornamenti sulla squadra. Quando abbiamo un messaggio da mandare al mondo intero, spesso utilizziamo questo canale».

Abdallah spiega come all’apice della piramide ci siano tre persone ma che – per motivi di sicurezza – non si conosce la loro identità. «Sono denominate dai membri “gruppo sotto segreto”: tre capi che prendono le decisioni finali. Se un ultras viene arrestato potrebbe fare, magari sotto tortura, il loro nome. Per proteggerli, abbiamo deciso che nessuno deve sapere chi siano».

Abdallah, tra un sorso di birra e un tiro di shisha, racconta come si autofinanziano. «Al Cairo ci sono mille membri e innumerevoli seguaci e simpatizzanti. Ciascun membro – continua l’ultras – paga 30 sterline egiziane al mese (tre euro circa) per finanziare ciascuna attività sul campo: le tshirt, gli striscioni, i trasporti. Anche le mobilitazioni, come le manifestazioni in piazza, vengono organizzate e finanziate dagli iscritti». Questo fisso mensile viene pagato regolarmente da tutti e mille i soci.

Abdallah non vuole lasciare il numero di telefono, non si fida. La situazione politica in Egitto è molto caotica e non vuole avere problemi con gli uomini in divisa. «È facile pensare che ci siamo noi dietro la violenza per le strade ma non è così. Almeno non sempre. Noi dichiariamo i motivi per cui protestiamo. Ad esempio, siamo stati molto attivi in piazza durante la rivoluzione di due anni fa: eravamo contro Mubarak e i militari; poi siamo tornati a manifestare apertamente il nostro dissenso dopo la strage di Port Said. Prima della prima sentenza abbiamo scritto sui muri del palazzo presidenziale “giustizia o caos”. Giustizia per i nostri compagni morti oppure furia violenta al Cairo: questo era il messaggio per Morsi. Abbiamo ottenuto in parte quello che volevamo», conclude con un ghigno di soddisfazione. La corte d’appello egiziana ha confermato la pena di morte per 21 tifosi coinvolti negli scontri dell’anno scorso allo stadio di Port Said in cui rimasero uccise oltre 70 persone.

Poi spiega la posizione degli ultras di Al-Ahly durante le presidenziali «eravamo contro Shafiq, l’uomo supportato dallo Scaf – il Consiglio supremo delle forze armate. Abbiamo per forza dovuto sostenere Morsi, all’epoca non c’erano altre alternative». Ma ci tiene a sottolineare che il loro non è un gruppo politico: «Non abbiamo una linea politica. Vogliamo solo che chi è colpevole paghi per la morte dei nostri compagni a Port Said». Ma una regola fondamentale c’è: «se uno di noi viene ingiustamente ferito o minacciato, siamo pronti a farci giustizia da soli». È questa, dunque, la potente “fratellanza” egiziana, non musulmana, con cui anche il governo Morsi dovrà fare i conti, prima o poi.
 

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