Morsi ha spento le idee della cultura egiziana

Artisti imbavagliati dal governo

L’Egitto scende ancora una volta in piazza (in realtà lo fa da 30 mesi). Dietro a tanto scontento non c’è solo l’instabilità politica che in un anno ha portato al collasso un’economia in difficoltà già prima del 2011. Ci sono stati anche attacchi al mondo della cultura e dello spettacolo. Un aspetto sottovalutato, che ha invece fortemente contribuito alla destabilizzazione politica.

L’Egitto per anni è stato la capitale culturale del mondo arabo. Era egiziana forse la piu’ popolare cantante classica araba, Umm Kalthoum, e lo era anche Naguib Mahfouz, l’unico premio Nobel per la Letteratura di questa parte di mondo. Per non parlare poi dell’industria del cinema che, negli anni d’oro, ha sfornato centinaia di film in onda giorno e notte su tutte le emittenti televisive arabe. Da sempre scrittori, cantanti, ed artisti, del passato e del presente, sono un motivo di orgoglio per i cittadini di questo Paese. Anche in tutto il 2011 e 2012 la scena culturale ed artistica egiziana è fiorita. Dalla musica, alla danza contemporanea, alla fotografia, la scena underground è cresciuta in modo esponenziale. Molti artisti hanno citato la Rivoluzione come la loro fonte di ispirazione, e materiale controverso è stato visto più che mai.

Anche se l’elezione di Morsi (nel giugno del 2012) aveva fatto precipitare il mondo della cultura egiziana in una fase di profondo sconforto e frustrazione. La vittoria del candidato del partito che è il braccio politico dei Fratelli musulmani non ha trasformato il Paese in una teocrazia. Ma ha rivelato una rabbia repressa (come quella che nutrono molti giovani liberali e socialisti egiziani) nei confronti delle frange estreme o politiche dell’Islam. Durante un anno di “Regno” di Morsi non sono mancate le occasioni per alimentare le frustrazioni degli artisti, nonostante fosse chiaro che la scena contemporanea al Cairo aveva raggiunto picchi altissimi di coscienza civile. Qualche esempio. Nell’ottobre 2012 l’autorità nazionale per la censura ha bocciato nuovamente lo script del film ‘La Moakhza’ (‘No Offence’) del regista Amr Salama, il cui protagonista è un bambino Copto. Il regista tentava di ottenerla da tre anni, e dopo la Rivoluzione del 25 gennaio sperava finalmente di farcela dopo aver effettuato le modifiche richieste in precedenza.

Un mese dopo, la stessa autorità ha preteso modifiche anche al testo di uno spettacolo teatrale. Quello dell’apprezzato giovane regista Mohamed El Sharkawy dal titolo Asheqeen Torabek (In Love with Your Soil) dove si faceva della satire (con tanto di nome e cognome) sul premier in carica. Ma il caos politico in cui versava il Paese, unito alle proteste di pubblico e media, ha fatto si’ che lo spettacolo andasse in scena senza modifiche. Stessa sorte è toccata al film di Amir Ramses Jews of Egypt, documentario denso di tenstimonianze sugli ebrei d’Egitto, realizzato dopo anni di lavorazione. Prima è stato bloccato dalla Egyptian National Security Authority, ma poi anche questo è riuscito ad uscire nelle sale regolarmente. “Da un lato c’era un ex funzionario della Sicurezza di Stato, che continuava a considerare gli ebrei un argomento proibito. Dall’altro i Fratelli musulmani a cui non piaceva l’immagine di loro raccontata nel film”, racconta il regista Ramses, che in questi giorni al Cairo è fra i giovani che manifestano a Piazza Tahrir. Poi aggiunge: “Ma in questo ultimo anno ci sono stati anche episodi di vera e propria censura. Ai danni di spettacoli in alcuni piccoli teatri governativi, quando ad andare in scena doveva essere una forte critica alla Confraternita ”

Gli attacchi al mondo della cultura hanno raggiunto anche la vivace scena musicale underground. Un avvocato del partito Giustizia e Libertà (del presidente Morsi) ha presentato un esposto per un concerto heavy metal che si era tenuto a settembre 2012 al Sawy Cultural Wheel del Cairo, etichettandolo – tanto per cambiare – come un atto di “adorazione del diavolo”. Lo scorso aprile, la polemica che ha travolto il popolare presentatore satirico Bassem Youssef, accusato di aver insultato il presidente e l’Islam in un peisodio del suo popolare show El Barnameg, ha raggiunto anche le pagine della stampa italiana. “Sono gli stessi autori che dopo la Rivoluzione osano di piu’, come nel caso di Bassem Youssef”, spiega Ramses. “Adesso hanno più coraggio e cercano di abbattere i tabu’. Sono piu’ disposti a produrre un’arte controversa. Ma solo perchè temono che i divieti possano allargarsi”.

Il culmine dello scontro è stato raggiunto di recente. A maggio. Subito dopo la sua nomina, Alaa Abdel Aziz, il nuovo capo del ministero della Cultura vicino alla Fratellanza, ha provveduto a rimuovere alcuni volti noti ed apprezzati della scena culturale locale dai loro incarichi ministeriali. In pochi giorni ha dimissionato, fra gli altri, Ahmed Megahed, capo dell’Organizzazione degli editori egiziani e Salah el-Meligy, al vertice del settore delle Belle arti. Il controllo del ministero della Cultura è sembrato così diventare l’ultima frontiera della Confraternita. Forse anche per una più diffusa islamizzazione della società egiziana. Comunque gli artisti ci hanno visto il ritorno dei metodi mubarakiani di controllo del Ministero, mentre ancora non si erano ripresi dallo choc di ascoltare i salafiti che in parlamento continuavano a scagliarsi contro le performance “immorali” e i “nudi” che andavano in scena a teatro. Il nuovo ministro ha preso anche la decisione di licenziare Ines Abdel Dayem, la direttrice della Cairo Opera House. La reazione dei suoi collaboratori non si è fatta attendere. Lo staff del teatro ha iniziato uno sciopero che ha provocato la cancellazione di tutti gli spettacoli dell’Aida di Verdi in programma in quei giorni. Un sit-in di protesta – con tanto di performance di danza pubblica – per questa e le altre decisioni è andato in scena per giorni davanti al ministero della Cultura.

In queste ore è difficile strappare commenti agli artisti egiziani. Sono soprattutto in apprensione per le sorti del loro Paese. Il ricordo di episodi di grave censura durante i regimi passati è ancora vivo, anche se alcuni accenano ad un’apertura negli ultimi anni di presidenza di Mubarak. Fra i casi piu’ eclatanti, per esempio, sotto Mubarak c’è stato quello del fumettista Magdy Al Shafee e della sua graphic novel Metro, censurata nel 2008 (tutti i volumi furono requisiti e distrutti) subito dopo la sua pubblicazione. Il motivo? “Disturbo alla morale pubblica”, per avere disegnato nel fumetto una scena di nudo, considerata oscena. Non solo. El-Shafee infatti fu accusato di aver criticato il regime di Mubarak e di aver ritratto nel fumetto alcuni alti esponenti del regime di allora.

Senza andare troppo indietro nel tempo, anche i pochi mesi, fra il 2011 e il 2012, in cui un Consiglio Supremo delle Forze Armate ha governato l’Egitto sono ricordati dai giovani artisti del Cairo per la sua brutalità. E’ un esempio l’arresto, per fortuna durato solo poche ore, del visual artist Ganzeer che nel maggio del 2011 realizzo’ uno sticker in cui denunciava le brutalità in corso. Lo sticker in cui appariva il disegno di un uomo con occhi bendati e bocca cucita, era intitolato: “La Maschera della Libertà”. Subito sotto recitava: “Il Consiglio Supremo delle Forze Armate saluta gli amati figli della nazione”. Nota sarcastica a fondo pagina: “Ora disponibile per un periodo illimitato di tempo”.

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