Oggi ho la Luna. Quando Apollo 11 toccò il suolo lunare

Link Young

Era la sera del 20 di luglio del 1969, quando la navicella Apollo 11 posò i suoi piedoni metallici sul suolo lunare, rimbalzando anche un po’. A bordo il comandante Neil Armstrong e il suo compare Buzz Aldrin. Di qua dal televisore il mondo intero a guardare, ammirati e con il fiato sospeso, quello che fu forse l’evento più straordinario del secolo scorso. Ha toccato, ha toccato, urlava il cronista Tito Stagno dentro il suo microfono, mentre una bella pagina di storia veniva voltata per sempre. Rossa, bianca, blu, grande, piccola, con la gobba di qua, con la gobba di là, piena o appena accennata, la Luna ha ancora oggi il suo enorme carico di fascino, che quasi quasi ci vado anch’io.

il racconto

UN LUNARE SULLA TERRA
Che ci si voglia credere o no, ormai tutti sanno che il primo bipede terrestre di specie umana a posare la suola del suo stivale sulla superficie lunare fu il celebre Neil Armstrong quella notte tra il venti e il ventuno luglio di quarantaquattro anni fa, in fila per sei, con il resto di due. Lui e il suo fido Buzz Aldrin, pilota del modulo lunare, mica di un’utilitaria qualsiasi…
Tutti lo sanno ma nessuno sa – e se lo sa non lo vuol dire – chi fu il primo lunare a porre piede quaggiù, sul nostro bel suolo terrestre, un po’ asfaltato un po’ no. Che poi bisognerebbe anche verificare che i lunari li abbiano, i piedi, e quanti. Ne va della loro prima passeggiata.
Di sicuro l’arrivo di questo essere – ma sarà stato da solo, o pure lui accompagnato da un fido pilota di modulo terrestre? – non poteva che essere programmato di lunedì, lo dice la parola stessa, che però non si chiama mica lunedì, sulla Luna e tra i lunari. È opinione dei più che il primo giorno della settimana satellitare si chiami terradì, che rende anche un certo senso di reciprocità. Varrebbe però la pena verificare se le settimane lassù durino sette giorni come le nostre e non siano, invece, delle ottimane un po’ più lunghe o delle quattrimane, che al mercoledì comincia il week end. In questo secondo caso saluto tutti e mi trasferisco.
Posto, comunque, un lunedì come giorno dello sbarco, ecco che abbiamo tolto gli altri sei giorni che, moltiplicati per il numero di settimane all’anno e per il numero di anni che ci va, danno come risultato un considerevole risparmio di tempo: qualcosa come l’ottantacinque virgola sette uno quattro percento.
Secondo aspetto da considerare è la presenza nel cielo stellato di una Luna piena piena, come piace ai fidanzati, agli astrofili e anche ai lunari in trasferta che, con il naso all’insù, possono guardare casa e fare ciao con la manina. Sai che fregatura se, dopo tutto quel viaggio, il primo lunare sulla Terra vedesse il proprio piccolo mondo scomparso nel nulla? Sai che disperazione?!
Ora, tutti sanno che la Luna piena piena ce l’abbiamo una sola volta ogni ventotto giorni, che vuol dire una volta ogni quattro settimane e abbiamo tolto un altro settantacinque percento di possibilità di approdo al quattordici virgola due otto cinque che avevamo. Aspetta che prendo una calcolatrice.
Fatto: tra tutti i giorni nella storia dell’umanità, solo il tre virgola cinque sette uno percento di essi parrebbe idoneo a un viaggio da lì a qui: tredici giorni all’anno, poco più di uno al mese. In inverno nevica, da dicembre a febbraio e i lunari non sanno sciare: non hanno mai nemmeno partecipato alle Olimpiadi! Marzo è pazzerello ed eviterei; aprile e maggio sarebbero due ottimi mesi, ma è piena primavera, i fiori sbocciano e se l’astronave atterra in un’aiuola son guai. In giugno, luglio e agosto ci sono le vacanze e non è che questi arrivano quando tutti sono al mare… A settembre comincia la scuola e qualsiasi mente pensante ne starebbe alla larga, a ottobre piove e a novembre c’è la nebbia…
Ho capito. Ogni scusa è buona per non venire sulla Terra, antipatici lunari e, se per caso si trovasse un giorno senza controindicazioni, eccoti quello che si lamenta che non si trova mai parcheggio.
Ho capito e secondo me, in quell’estate del Sessantanove, stufi di aspettare che venissero a farci visita, siamo andati noi bipedi terrestri a fare un giro da loro. Tutto sommato, meglio così.

la fotografia

Tra le immagini fantastiche della Luna, c’è quella con il suo faccione colpito nell’occhio da un proiettile. È forse l’immagine più celebre della storia del cinema e senza dubbio è la più vista dell’intera opera di Georges Méliès, autore un po’ visionario dei film traballanti di più di un secolo fa. Affascinato come tanti dai romanzi di fantascienza di Jules Verne, nel 1902 pensò di prendere in prestito le sue idee e realizzarne un breve film, con attori veri e una Luna finta. Ne uscirono dieci minuti di un fascino incredibile, per noi che rispetto a Méliès viviamo nel futuro, e chissà quanto per chi viveva allora, quando gli effetti speciali erano di panna montata e rimanere a bocca aperta era il minimo.

il video

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E se sulla Luna ci fossero arrivati i russi per primi?
Del resto già furono loro i primi a lanciare un satellite artificiale nello spazio, lo Sputnik. E sempre loro lanciarono una cagnetta lassù, la tenera Laika, che commosse il mondo intero. Poi furono i primi a far orbitare un uomo intorno alla Terra, l’eroe nazionale Yuri Gagarin, e dopo di lui lanciarono pure la prima donna, Valentina Tereshkova, giusto giusto cinquant’anni fa. Già che c’erano furono i primi a passeggiare nello spazio aperto, al di fuori della navicella, con il coraggioso cosmonauta Leonov.
Ecco, se sulla Luna ci fossero arrivati i russi per primi, forse le immagini che studieremmo a scuola sarebbero molto simili a quelle di questo filmato, che per essere stato realizzato in uno studio è realistico e fantascientifico al tempo stesso.

la pagina web

Se andare sulla Luna è piuttosto lungo, dispendioso e complicato, possiamo ripiegare su due soluzioni alternative: una è la fantasia e con quella ognuno può fare da sé e andare dove gli pare; l’altra è mettersi lì e guardarla. Lo si può fare a occhio nudo, di giorno e di notte, se lei è nel pezzo di cielo sopra di noi, oppure con un cannocchiale o un telescopio, che ci avvicini un bel po’, oppure ancora sfruttando le immagini della rete, che permettono viaggi inimmaginabili, con la possibilità di perdersi nello spazio, senza perdersi davvero.
Se però sulla Luna vorrai andarci davvero e un giorno dovessi farcela, ricordati allora di mandarmi una cartolina.

i nostri eroi

Ad oggi sono solo dodici le persone che hanno messo piede sulla Luna: due alla volta in sei missioni diverse. Però per ogni missione partivano in tre. E il terzo? Che fine faceva il terzo?
Il primo terzo della storia si chiamava Michael Collins, era un astronauta come i suoi colleghi e partì con l’Apollo 11 insieme ai compagni Armstrong e Aldrin. Dopo tre giorni di viaggio, una volta raggiunta la Luna, la navicella cominciò a girarle intorno, ma fu divisa in due pezzi: Collins rimase a orbitare intorno al satellite a bordo del modulo di comando; gli altri due, invece, scesero nel modulo lunare, che per tutti si chiama LEM. Povero Michael, tutta quella strada fin lassù e poi niente passeggiata sulla Luna?! è un po’ come andare a Parigi e trascorrere tre giorni all’aeroporto, anziché visitare la Tour Eiffel e il museo del Louvre. Follia!
Beh, dei tre il terzo fu senz’altro il meno fortunato, però era il più importante, perché era lui che aveva in mano ogni cosa e per questo doveva starsene a mezz’aria. Senza il suo contributo niente Armstrong, niente allunaggio e niente tutto il resto.

Uno dei dodici astronauti che hanno passeggiato sulla Luna si chiamava Alan Shepard e andò lassù nel 1971. Tra i dodici fortunati, però, fu l’unico a compiere un’impresa a dir poco irripetibile: mentre passeggiava e saltellava nella sua tuta bianca bianca, estrasse da una delle tasche una vera e propria pallina da golf, tra la sorpresa del suo compagno di missione e di tutti i tecnici nella base terrestre. La posizionò con cura sul suolo lunare, quindi afferrò un’asticella di metallo, che poteva tranquillamente essere utilizzata da mazza. Pochi secondi per prendere la mira e via! Il tiro fu impeccabile e la pallina volò, volò, volò lontanissima, grazie all’assenza di aria e alla poca gravità che si ha lassù, rispetto a quaggiù. Shepard parlò di miglia e miglia, ma probabilmente si trattò di un tiro di qualche centinaio di metri, comunque il tiro più lungo nella storia del gioco del golf: un record imbattuto tuttora da terrestri e marziani.

Neil Armstrong e Buzz Aldrin parcheggiarono la loro navicella sulla Luna, dalle parti del mare della Tranquillità, poco prima delle dieci e mezza della sera, ora italiana, del venti di luglio. La prima, attesissima passeggiata là fuori, però, la fecero solo dopo le quattro del mattino, più o meno sei ore più tardi. Cosa avranno fatto i due nel frattempo?
Di sicuro avranno verificato il freno a mano. Altrettanto di sicuro avranno dato un’occhiata alla mappa del luogo, forse alla ricerca di un buon ristorante. Probabilmente uno dei due chiamò casa, per dire a mammà che il viaggio era andato bene, il tempo era buono e di non preoccuparsi. Sì, ma per sei ore?!
La realtà è un’altra. Secondo il piano di volo, che gli astronauti seguivano scrupolosamente e diligentemente, dopo l’allunaggio e prima della passeggiata era prevista una bella dormita. Una dormita?! Mi stai dicendo che quei due sono arrivati sulla Luna e si sono messi a pisolare? Non potevano dormire a casa, una volta tornati?!
Il fatto è che il modo migliore per rimanere svegli è proprio dormire. Non dormire mentre si è svegli, sia chiaro… bisogna farlo prima. Chi dorme di notte, per esempio, al mattino è bello sveglio. E siccome la passeggiata lunare, essendo la prima, richiedeva attenzione e concentrazione massima, certo non la si poteva fare sbadigliando e con le palpebre a metà, quindi una dormita era l’idea migliore. E avrebbero dovuto restare nel mondo dei sogni anche oltre le quattro, secondo i piani, ma l’emozione era tale che non ce la fecero e alla fine, beati loro, ottennero il via.

quattro domande a…

… Jules Verne

Caro scrittore, lei ha raccontato il viaggio dalla Terra alla Luna ben centocinque anni prima del primo uomo lassù: come faceva a sapere ogni cosa già nel 1865? Non mi parli di coincidenze, la prego…
Nessuna coincidenza, stia tranquillo. Il numero dei membri dell’equipaggio lo scelsi non a caso: tre. Un uomo da solo si sarebbe annoiato e avrebbe annoiato il lettore. In due poteva andare, ma se poi a uno veniva il mal di denti? Allora tre: il più grande tra i numeri piccoli e il più piccolo tra quelli grandi. Avranno fatto più o meno lo stesso pensiero alla Nasa, immagino.
Già, ma come ha scelto proprio la Florida come base di lancio? Con tutti i bei posti che ci sono al mondo?
Guardi, mi serviva un paese lontano e l’America allora era lontana davvero, più ancora di quanto non sia oggi. Tra i vari stati di quel paese ho scelto la Florida – le svelo un segreto – perché è più facile da scrivere rispetto a Massachusetts. Chi mai partirebbe da un posto con un nome così? Forse giusto giusto un tedesco di Mönchengladbach, ma nessun altro.
Ah, ecco. E come la mettiamo con la durata del viaggio? Non mi dica che aveva già gli orari dei treni e dei missili interspaziali?
No. per quello ho contato il numero medio di pagine di un libro, ho diviso per ventotto, che sono i giorni delle fasi lunari, moltiplicato per sette, che è un bel numero e ho ottenuto il tempo di percorrenza. Facile, no?!
Sarà, però una cosa in realtà l’ha sbagliata: i protagonisti del suo romanzo al ritorno cadono nell’oceano Pacifico e vengono ripescati da alcune barchette. I tre dell’Apollo cadono sì nello stesso oceano, ma a raccoglierli ci vanno in elicottero…
Non faccia tanto il pignolo: quell’elicottero li raccatta e li molla su una nave. Non c’è poi tanta differenza.

ti consiglio un libro

Umberto Guidoni – DALLA TERRA ALLA LUNA – Di Renzo editore
Umberto è un astronauta vero. Non è mai arrivato fin sulla Luna, ma nello spazio sì, per due volte, a bordo dello Space Shuttle e della Stazione Spaziale Internazionale. Quando Armstrong e Aldrin arrivarono lassù lui era un ragazzino ed aveva gli occhi fissi sul televisore, come chiunque altro al mondo. Quelle emozioni, aggiunte alle esperienze spaziali vissute anni dopo, le racconta alle nuove generazioni, per chi vuole saper come andarono le cose, e a quelle vecchie, per chi vuole rinfrescarsi la memoria.