Renzi piccona Letta per arginare la nomenclatura Pd

Il congresso e la guerra delle regole

Le lancette dell’orologio continuano a girare, il tempo stringe. E Matteo Renzi, sempre più in corsa per la segreteria del Pd, pone il timing al governo presieduto di Enrico Letta: «Io non credo che questo accordo con il Pdl possa andare avanti molto: io voglio bene a Letta, ma tutti i giorni deve parlare con Brunetta e Schifani». Il sindaco di Firenze torna a parlare dalla festa del Pd di Carpi, e rilancia perché, assicurano a Linkiesta, «sa che i vertici del partito lo vogliono costringere a rinunciare». Si sente circondato, confinato in un angolo «da quelli che gestiscono il partito dal 2009». Un nome su tutti: il «redivivo» Pier Luigi Bersani, reo di aver «sguinzagliato i suoi per imperdirmi di scendere in campo», avrebbe riferito ai suoi il primo cittadino di Firenze. E a nulla è valso che l’ufficio stampa di Palazzo Vecchio abbia poi smentito: «Matteo non ha mai detto che il governo non durerà».

Dalla settimana che è appena iniziata emergeranno le regole per il prossimo congresso dei democratici. Stamane il segretario Guglielmo Epifani incontrerà i segretari regionali del Pd ai quali illustrerà il lavoro fin qui svolto dalla commissione congressuale, e giovedì la medesima commissione tornerà a riunirsi per quella che dovrebbe essere la riunione decisiva. Ma occorre fare un po’ d’ordine per comprendere cosa stia succedendo all’interno della galassia dei democratici. A Largo del Nazareno, sede nazionale del Pd, si discute da circa un mese sulle modifiche da apportare in vista del rinnovo dei vertici nazionali e territoriali.

Lo scorso 17 giugno la commissione congressuale si era data un mese di tempo per sciogliere la riserva «sulle regole». Nonostante Epifani abbia ribadito in più di un’occasione che «presto si conosceranno le regole», il clima non è disteso come lasciano intendere le anime dei democratici. Il primo punto sul quale si starebbe dibattendo da settimane riguarda la separazione fra il ruolo di segretario e quello di leader del centrosinistra. Statuto alla mano, il segretario del Pd è automaticamente il leader del centrosinistra. Ma, in occasione delle primarie dello scorso 25 novembre, quelle alle quali presero Renzi e Laura Puppato, si aggirò l’ostacolo con una norma transitoria che consentì al primo cittadino di partecipare alla consultazione. Un precedente, quello del novembre del 2012, che rafforza la posizione di chi vuole superare il ruolo di segretario da quello di leader di centrosinistra. Tant’è che uno come Nico Stumpo, componente della commissione congressuale, che conosce come pochi lo statuto del Pd, lascia intendere che la separazione è un fatto ormai acquisito: «In questa fase bisogna passare a eleggere il segretario del Partito Democratico, non il candidato premier. Il candidato alla premiership verrà scelto attraverso le primarie quando ci saranno le elezioni. Non ora. Questa discussione sulle regole, che appare burocratica, bisogna toglierla dal tavolo, per così dire». Ma dall’inner circle dei renziani non ne vogliono sapere: «Non esiste, le regole non si cambiano in corso».

Il secondo nodo riguarda l’elezione dei segretari regionali. Secondo statuto, i segretari regionali vengono votati con le primarie, in collegamento con il loro segretario nazionale. Una norma che se fosse mantenuta consentirebbe a Renzi, la cui vittoria ad oggi è data quasi per «scontata», di ottenere la maggioranza dei segretari regionali, così come è stato per Pier Luigi Bersani nel 2009. Ma gli antirenziani, su tutti il solito Nico Stumpo e il responsabile dell’organizzazione Davide Zoggia, vogliono impedire che da Palermo a Milano il partito sia nelle mani del «giovanotto di Firenze». Ecco perché avrebbero pensato di anticipare di qualche settimana l’elezione dei segretari regionali e di restringere la platea ai soli iscritti. In questo modo, scherza su facebook il palermitano renziano Davide Faraone, «il partito comunista sovietico rispetto a noi era un open space». Mentre Luigi Madeo, componente della commissione congressuale, e vicinissimo a Beppe Fioroni, minimizza con Linkiesta: «Ogni congresso c’ha una storia a sé. Io non ho mai visto un partito che abbia fatto due congressi con le stesse regole». Insomma regna il caos, e il partito è più diviso che mai. Ma non finisce qui.

Perché il terzo nodo della discordia è legato alla presentazione delle candidature. Quando si potranno presentare? Renziani e veltroniani spingono affinché «la presentazione avvenga prima dell’avvio dei congressi locali». Mentre uno come il segretario siciliano Giuseppe Lupo, vicino alla cosiddetta «area Cisl del Pd» e fra i più dialoganti con l’ex segretario Pier Luigi Bersani, ritiene che «la presentazione delle candidature nazionali debba succedere i congressi locali». Dopodichè le modifiche statutarie dovranno essere ratificate prima dalla commissione congressuale, poi dalla direzione nazionale e per finire dall’assemblea nazionale. Tre passaggi che potrebbero impedire a Zoggia e Stumpo di realizzare il disegno “antirenziano”. Infatti, secondo alcuni parlamentari vicini all’ex rottamatore, «le uscite di queste ore, e alcuni articoli apparsi sui giornali sarebbero un modo per trovare una mediazione». Anche perché «se la dovranno vedere con noi in assemblea», dove negli ultimi mesi gli equilibri di partito si sono spostati verso il sindaco di Firenze. Ad esempio, nella “rossa” Emilia Romagna il segretario regionale Stefano Bonaccini sembra aver sposato la causa di Renzi, tanto da essere in prima di fila ieri sera a Carpi. E non sarebbe il solo.

Da Milano a Palermo la “Renzi-mania” impazza. «Ogni giorno riceviamo diverse richieste per far nascere circoli e associazioni per Matteo», spiegano dall’innercircle del sindaco. Regole a parte, la preoccupazione del cosiddetto patto-sindacato interno a Largo del Nazareno, quello che va da Guglielmo Epifani a Pier Luigi Bersani, è la prospettiva del ritorno del voto in autunno. Una prospettiva che in virtù del caso della moglie del dissidente kazako, Alma Shalabayeva, e del caso Kyenge, non sarebbe affatto peregrina. In un contesto del genere il congresso slitterebbe al 2014, e Matteo Renzi avrebbe la strada spianata, e sarebbe in pole position position per la corsa alla leadership del centrosinistra. Del resto, mormora un dalemiano, «se il governo non regesse, e Letta si dimettesse, noi non saremmo in grado di proporre un candidato alternativo a Renzi, e Matteo sarebbe il candidato unico del Pd».

Twitter: @GiuseppeFalci 

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta